LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

domenica, aprile 05, 2015

Una brevissima risposta a chi mi chiede di Renzi, Giannini e altri campioni di imbecillità

Giusto una brevissima risposta a chi mi chiede di lottare ancora contro la "buona scuola". 
Discutere con Renzi, Giannini e simili di scuola, istruzione, educazione, apprendimento è semplicemente inutile. Il loro livello di consapevolezza è sotto lo zero. Le loro proposte talmente sciocche da non meritare il nostro tempo. A costoro manca l'istinto, manca l'intuito, manca la consapevolezza. Hanno, in sintesi, la vitalità dei cadaveri. 
Occorre proseguire in direzione contraria alla stupidità, ma con la travolgente allegra spregiudicatezza che vediamo negli scolari in baldoria. 
Siate voi stessi e non prendete neppure in considerazione chi vorrebbe obbligarvi per legge a essere stupidi, tristi e beceri. Vogliono scuole completamente ridotte a calvari inutili in cui portare a spasso le loro frustrazioni? Bene! Avanti! Subito! Correranno poi tutti più in fretta da noi che sorridiamo anche ora che sembriamo sconfitti. Lasciamo loro la discussione da imbecilli quali sono. Parlare a lungo di stupidaggini, si sa, inebetisce. E ho già detto troppo.

Antonio Saccoccio

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sabato, marzo 28, 2015

Cacciari risponde a Poletti sulle vacanze scolastiche: ma non basta

L'ultrapassatista ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha dichiarato che occorre ridurre le vacanze estive dei ragazzi (tre mesi sono troppi!) sostituendole con percorsi formativi e lavorativi. 
Ennesima penosa affermazione della paralisi socio-culturale italiana, europea e mondiale.
Il ministro Poletti, con la sua demonizzazione delle “vacanze”, unita alla glorificazione della “formazione” e del “lavoro”, esibisce la grottesca decadente rappresentazione del pensiero totale che ha condotto il mondo occidentale nell’attuale profondissima crisi, non economica, ma culturale, sociale, morale e intellettuale. Ciò che disturba maggiormente è l’incapacità della cecità dei politici di professione di fronte alle opportunità offerte dalla tecnoscienza
Ci ha pensato, in parte, Massimo Cacciari, intervistato dal “Fatto Quotidiano”, a ridicolizzare le affermazioni di Poletti. In realtà le prime affermazioni del filosofo sono state piuttosto vaghe e non hanno colto affatto il bersaglio. Di ben altro tenore la seconda parte dell’intervista, in cui ha finalmente toccato due temi fondamentali. Innanzitutto viene smontato l’assioma per cui le “vacanze” siano da considerarsi tempo perso per la formazione. Afferma Cacciari, con la sicurezza di chi sa di non poter essere smentito: “Le vacanze mi hanno formato diecimila volte più di due anni scolastici”. È davvero uno spettacolo penoso ascoltare ministri che ancora credono all’idea gretta e reazionaria di una scuola che forma e costruisce e di una vacanza che distrugge. Solo aumentando il tempo non alienato è possibile aumentare le nostre libere conoscenze.
L’altro affondo di Cacciari è contro “l’idea trogloditica che la produttività si misuri sul tempo di lavoro”. E poi precisa con puntualità: “In un’epoca in cui, grazie allo sviluppo tecnologico, il 90 per cento del lavoro potrebbe essere svolto utilmente da casa, questi arcaici predicatori vanno in giro a dire che bisogna stare più tempo a scuola o in ufficio. Come se studiare o lavorare un mese in più facesse la differenza. Un ragionamento talmente comico che non ci si crede. Sembra che siano fermi a prima dell’invenzione del telefono, questi signori”.
In realtà questi signori sono fermi a prima dell’invenzione del telegrafo. Non si sono resi conto che il modello sociale emergente non è e non può più essere quello della scuola dell’obbligo e del lavoro alienato. Non ci vuole di certo Cacciari per prendere atto che tutto quello che si apprende in due anni scolastici potrebbe essere appreso decisamente meglio in un mese liberamente impiegato nell’approfondimento (magari cooperativo) dei propri interessi, e senza marchiare questo mese con l’istituzionale parola “formazione”. E non ci vuole Cacciari per comprendere che l’automazione ci ha liberato da gran parte del lavoro e che il tempo libero andrebbe accolto con gioia e non trasformato nella tristezza della disoccupazione (Illich resta ancora un punto di riferimento). Cacciari non porta però alle ultime conseguenze il suo discorso, non arriva a dire che i politici come Poletti non dovrebbero avere come obiettivo quello di privare i giovani degli unici tre mesi di libertà, ma dovrebbero pensare a estendere quella libertà anche agli adulti, soffocati, divorati e demoliti dall’ansia produttiva. Fino a quando avremo politici che vogliono traghettarci nel XXI secolo con la loro mente rivolta all’Ottocento, saremo costretti alla paralisi culturale e sociale. È ora che almeno una parte dei politici si renda conto che per affrontare la crisi non abbiamo bisogno di respirare meno e studiare/lavorare di più, ma necessitiamo esattamente della cura opposta. Più aria e vacanze per tutti.

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mercoledì, marzo 12, 2014

Manifesto per l'Antiscuola della Vita: 5 punti per rivoluzionare le scuole

Che la scuola sia un'istituzione in cui regna unicamente la morte è ormai negato solo da chi possiede un'intelligenza in avanzato stato di decomposizione. Non c'è quindi più spazio per mediazioni, riformucce e struggenti compromessi per salvare il salvabile. Non c'è più nulla da salvare dove le muffe e le polveri soffocano quotidianamente passioni, istinti, vigore, coraggio.
Per porre fine all'agonia delle menti e dei corpi di bambini, adolescenti e giovani dai 5 ai 30 anni propongo l'applicazione integrale dei seguenti 5 punti programmatici.
Gli spiriti più timorosi e conservatori potranno leggere questo programma come una rivoluzione all'interno dell'attuale Scuola della Morte.
Gli spiriti più audaci, eretici, avanguardisti e libertari leggeranno questo programma come primo temerario passo verso la creazione dell'Antiscuola della Vita che tutti, consciamente o inconsciamente, desideriamo.


  1. LIBERTÀ E PIACERE NELL’APPRENDIMENTO
Introdurre e sostenere come principio fondativo dell’apprendimento la libera scelta, concertata e condivisa, di ciò che si vuole imparare: l’apprendimento è reale e significativo solo in presenza di una reale domanda di conoscenza (curiosità + piacere), non può esserlo se lo stesso soggetto impone prima la domanda, poi la risposta (cosa che accade abitualmente nelle scuole tradizionali). In quest’ultimo caso non può esistere apprendimento, ma solo indottrinamento.
Conseguente revisione e ridimensionamento, in seguito abolizione dei programmi scolastici nazionali.

  1. DALLE CLASSI CHIUSE ALLA SCUOLA APERTA
a) Inserimento di ogni attività di apprendimento in contesti naturali, demolendo l’artificialità della classe otto/novecentesca. Conseguente riduzione drastica delle ore di frequenza, poiché un paio d’ore di apprendimento reale in un contesto di apprendimento vivo, reale e vitale equivalgono a una settimana di frequenza negli attuali dormitori scolastici.
b) Equilibrare lo studio libresco con quello derivante dagli altri media (supporti audio, video, internet, etc.). Conseguente riattivazione della sensoralità perduta.
c) Abolizione dei manuali unici di studio, responsabili di visioni non pluralistiche del mondo.

  1. RETI SOCIALI DI APPRENDIMENTO
Creazione di reti sociali per l’apprendimento, non costituite in base a differenze di sesso, età, nazionalità, ma esclusivamente in base a interessi e passioni condivise. Tali reti saranno il risultato della contaminazione tra reti sociali digitali e contesti comunitari conviviali. Le reti opereranno in un contesto scolastico e in un contesto extrascolastico in modo continuativo e naturale, abolendo l'odiosa penosa separazione tra scuola e vita.

  1. NO AL VALUTAZIONISMO
Graduale riduzione della centralità della valutazione nei processi educativi fino alla sua sparizione. Conseguente riforma e poi abolizione degli esami. Conseguente abolizione del valore legale dei titoli di studio.

  1. DAL PROFESSORE AL FACILITATORE DELL’APPRENDIMENTO
Il ruolo dell’attuale professore, unico detentore del sapere e suo diffusore, sostituito da una figura che assommi quelle di guida, facilitatore, operatore di rete nei processi di apprendimento. Chi insegnerà? Chi avrà realmente qualcosa da insegnare. (Sono quindi esclusi coloro che possiedono un'abilitazione all'esercizio della memorizzazione coatta di informazioni inutili e indesiderate).

Che la vita torni a scorrere elettrizzante e pericolosa per tutti i bambini e giovani esseri umani.

Antonio Saccoccio

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martedì, novembre 27, 2012

Sulle manifestazioni pacifiche, buoniste e legalissime di responsabili e rispettosi cittadini postmoderni

Lo scorso sabato 24 novembre c'è stata infine la manifestazione contro i provvedimenti del governo in materia scolastica. Mi offre lo spunto per parlarne l'amica Helena Velena, che ha ironizzato amaramente qualche giorno fa sull'"ecumenico buonismo pacifista delle passeggiatine". La ringrazio perchè così mi sento meno solo nel deprimermi di fronte a tanto misero spettacolo. Sul fatto che le manifestazioni siano rilassanti e divertenti passeggiate tra amici credo non ci siano più tanti dubbi. Che poi ci sia lì in mezzo qualcuno che dà qualcosa in più è per la legge dei grandi numeri possibile e probabile. Ma in questo caso l'ironia di Helena Velena ha colto nel segno per due motivi. Innanzitutto perchè se si sta protestando contro qualcosa non si può andare fieri di non aver creato problemi all'ordine pubblico. Non si può essere soddisfatti che il potere ci qualifichi come "ordinati", "civili", "rispettosi", etc. Perchè? Vediamo: l'ordine è qualcosa di poliziesco che in queste situazioni andrebbe respinto radicalmente; per civiltà bisogna vedere cosa si intende, perchè se è civiltà il sistema soffocante che abbiamo costruito fino ad oggi, allora preferiamo essere incivili; di rispetto si potrebbe anche parlarne, ma coloro che gestiscono il potere non sono certo rispettosi nei nostri confronti, quindi il minimo che si possa fare è trattarli allo stesso modo. Il fatto è che il sistema dominante di pensiero si è ormai imposto nelle docili menti global-ammaestrate in modo talmente subdolo e convincente, che i pacifici cittadini manifestano oggi contro quelle stesse persone dalle quali poche ore dopo si aspettano il plauso per essere rimasti bravini bravini nei confini della legalità e della civiltà! E' una condizione di asservimento psicologico, di subordinazione totale da cui ormai in pochissimi riescono a sottrarsi. E così sabato abbiamo persino registrato il plauso delle questure cittadine, che si complimentavano con i manifestanti perchè sono stati pacifici e buonini al posto loro. Una bella inutile passeggiata nei centri cittadini. Il punto è che dissentire da un sistema prevede un linguaggio e modalità di espressione eversive e sovversive. Bisogna portare lo sconvolgimento della quotidianità in queste contestazioni, altrimenti non si può mai realmente lasciare il segno. E qui giungiamo direttamente al secondo nodo della questione: l'incapacità di manifestare sovvertendo l'ordine stabilito (dal potere dominante) è diretta conseguenza dell'incapacità di concepire modalità esistenziali radicalmente differenti da quelle note e date. Andando a vedere poi in fondo alle motivazioni di questa protesta, la gente non chiede un mondo differente: chiede fondi per la scuola. Tutto deve continuare così com'è, ma con più soldi. Non c'è nessuna richiesta di una revisione della scuola. E non stiamo qui a chiedere l'eliminazione dell'istituzione scolastica (cosa che pure sarebbe auspicabile che almeno riuscissero a concepire le frange più evolute di questi manifestanti), ma almeno una visione che non sia completamente allineata a quella dei regimi democratici occidentali, che schiacciano la nostra umanità meccanizzando e plastificando le esistenze dalla culla alla bara. E invece questi manifestanti non chiedono altro che maggiore istruzione così com'è, chiedono in sostanza (ma non lo sanno) una maggiore militarizzazione della loro esistenza. Nessuno stravolgimento, nessuna eversione, nessun pensiero forte. Si cerca per prima cosa di essere "accettati" dal potere, e quindi ritenuti responsabili, civili, pacifici, bravini, buonini. Coglioni insomma. Bisogna restare nell'imbecillità, non creare problemi di nessun tipo. Guai ad evidenziare pensieri un poco superiori alla media governativa! Guai a creare una situazione urbana realmente sovversiva! Tutto deve essere prevedibile, banale, persino noioso. Ho letto che in un corteo hanno esposto uno slogan che recitava: "Spezziamo le catene". Ebbene, se questi sono i modi che abbiamo per contrastare lo status quo, posso dire che le catene ce le terremo ancora per molto.
Lo ribadisco ancora una volta: il sistema che domina e schiaccia le nostre esistenze riducendoci ad ammassi indistinti di corpi mangiadormiebevi è un sistema dotato di un'ideologia forte e tenace. E' il sistema del produttivismo, dell'economicismo, dell'utilitarismo, dell'autoritarismo, del gerarchismo, del carrierismo. Di fronte a tale arsenale non si può lottare con questa mollezza, perchè al sistema il nostro "spezziamo le catene" fa il solletico e forse neppure quello! Ce ne renderemo conto prima o poi di tutto questo? 
Recuperiamo coraggio, energia, passione, generosità, spontaneità, convinzione nei nostri ideali, vitalità. Cervello sempre finissimo e mai assopito. Recuperiamo la risata dissacrante, la parodia eversiva, il teppismo intellettuale. E un linguaggio imprevedibile, non omologato, non conformato al potere. Queste sono le armi con cui possiamo tentare di ottenere qualcosa. Continuare a stare lì a tentennare, magari aspettando pure che ci dicano che siamo "bravi a protestare", è un fallimento. Cosa aspettiamo, che ci diano pure una medaglia come "manifestante più corretto dell'anno"? Magari qualcuno ne andrebbe pure fiero... Dico tutto questo con un fondo di amarezza, perchè io vivo nella protesta. Ma non ci devono considerare nè bravini, nè buonini, nè responsabili. Ci devono vedere come pericolosi, cattivi, estremi e radicali.
Lo scorso anno avevo scritto che anche il movimento degli indignados è troppo poco radicale e che per questo è apparentabile alle altre rivolte postmoderne. Forse solo gli Anonymous hanno intrapreso la strada giusta, proprio perchè giocano sull'imprevedibilità, sulla sfuggente imprendibilità, ma anche in questo caso bisogna stare attenti, perchè il rischio del cazzeggio presentista fatto di passeggiate, mascherate e poco più è sempre dietro l'angolo. Il sistema della società spettacolare è sempre pronto a riassorbire anche i fenomeni più eversivi.
La sovversione di cui abbiamo bisogno, la sovversione che prepariamo, necessita di un lavoro quotidiano condotto con passione, attenzione e dedizione totale, non si  improvvisa sfilando per strada da bravi e buoni cittadini  per tre giorni l'anno.

Antonio Saccoccio

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sabato, marzo 05, 2011

Servi. Ma in nome della libertà. Qualche annotazione politicamente scorretta

Tutti parlano di libertà. Non c'è idea più sbandierata. Non c'è termine più abusato. Ma per parlare di libertà bisogna essere credibili. Sono forse credibili i politici e i partiti politici? Negli ultimi decenni in Italia siamo stati inondati di partiti e aggregazioni partitiche che hanno richiamato l'idea di libertà. Sin dal nome. Polo delle Libertà. Casa delle Libertà. Sinistra e Libertà. Futuro e Libertà. Sinistra Ecologia e Libertà. A sentire questi nostri politici dovremmo vivere in un Paese che trasuda e gronda libertà da tutti i pori. Tutti lottano per la libertà! In realtà destra e sinistra sono come sempre unitissime nella chiacchiera avvilente, litigando su quale debba essere la prossima privazione di libertà, ma sempre in nome della libertà! Eppure c'è una differenza sostanziale ormai tra l'uso che viene fatto del termine "libertà" e la concretissima libertà che noi tutti non abbiamo. Chi davvero - come il sottoscritto - ama istintivamente e profondamente essere e sentirsi libero, non può che sentirsi preso per i fondelli da dichiarazioni continue così profondamente tradite. Coloro che ci governano (o coloro che si oppongono ai governanti) sono servi dentro, quindi hanno una concezione assolutamente servile della libertà: lottano per spostare i limiti della servitù, ma a loro non viene neppure in mente di essere dei servi. Pensano di essere liberi! La loro libertà è non avere Hitler o Stalin sul capo!
La realtà è che la nostra società occidentale è libera solo se la si paragona alle dittature. Certo, abbiamo qualche garanzia sulle libertà di stampa, di opinione, ma sono libertà davvero minime. La realtà è che gli individui che oggi conservano ancora un animo libero (pochi purtroppo) si sentono gravare addosso costantemente la cappa voluta da chi vuole regolamentare, controllare, valutare, giudicare, punire. Non ci può essere libertà in un Paese, in un mondo strutturato su istituzioni che regolamentano e controllano ogni nostro passo. Dalla culla alla bara. Istituzioni gerarchiche strutturate su ben definiti rapporti di potere. Con la naturale conseguenza che chi ha più potere tende quotidianamente a limitare le libertà di chi ne ha meno. Tutto è profondamente contrario alla vera e pura libertà. Da quando nasciamo siamo ingabbiati in regolamenti che stritolano la nostra natura. Iniziano i genitori con le maniacali inutili restrizioni e proibizioni in tenera età ("questo non si fa", "questo non si dice"). Contemporaneamente agisce l'asilo, con maestre e maestri che soffocano ogni residua velleità con regole e regolette risibili. Poi arriva la decisiva castrazione: il lunghissimo tediosissimo percorso scolastico, in cui apprendiamo, tra le altre cose, che sopra di noi c'è sempre la grande madre Legge, che ci dice con amore ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare. Spenta ogni fiammella vitale, ecco il meritato approdo: lavorare duramente per più di metà della nostra vita. Tutto per poi giungere a goderci finalmente qualche brandello di libertà: da vecchi!
A noi avanguardisti spetta il compito di mettere in discussione nel modo più radicale possibile tutto l'impianto castrante delle istituzioni e dei regolamenti statali, delle norme e delle convenzioni sociali.
I politici hanno il compito di racimolare quattro voti sulla base della totale inconsapevolezza e ignoranza. Ignoriamoli. Sono patetici servi che parlano di libertà.

Antonio Saccoccio

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domenica, gennaio 23, 2011

Miguel Benasayag, Angelique Del Rey, l'elogio del conflitto e la scuola

Miguel Benasayag è certamente un'intelligenza acuta e vivace. Ma ciò che ci piace maggiormente è che la sua è un'intelligenza militante, che combatte per una visione del mondo. Benasayag è un filosofo, ma non è un filosofo che se ne sta seduto dietro la sua cattedra, è un filosofo che è sceso e scende ancora in campo concretamente, incidendo nella realtà di ogni giorno (militante guevarista, dieci anni di carcere alle spalle). Il suo testo più noto è probabilmente Elogio del conflitto, in cui ha sostenuto con radicalità che la società postmoderna ha di fatto bandito ogni idea di conflittualità. Comprendere l'importanza della componente conflittuale in un mondo che di fatto cerca di annullare ogni tentativo di porsi in opposizione del sistema (o dei sistemi) di valori dominanti, non è da tutti. Viviamo momenti in cui parlare di "conflitti" sembra essere sempre politicamente scorretto. E senza conflitto non ci può essere superamento, senza conflitto c'è il trionfo dello status quo.
Qualche giorno fa, in un intervento all'Università La Sapienza di Roma, (l'occasione era un convegno dell'ADI) Benasayag ha colto tutti di sorpresa, riducendo in cenere la pedagogia delle competenze e il costruttivismo, tanto in voga negli ultimi decenni nella pedagogia contemporanea. Scuola delle competenze e costruttivismo sono figli dell'utilitarismo contemporaneo, della deriva economicistica e producono deterritorializzazione e alienazione. Sconcerto, sbandamento, frustrazione in sala: la didattica per competenze e il costruttivismo in un'oretta scarsa passano da salvezza a rovina della scuola. I nemici non sono più il trasmissivismo e l'accumulo di conoscenze, ma il costruttivismo e la didattica per competenze. Il filosofo riesce a convincere larga parte dell'uditorio, ma non sfugge ai più attenti un uso "ad una dimensione" dei termini "competenze" e "costruttivismo", termini sicuramente sfuggenti e non da ora. Se è indubbio, infatti, che se pensati da uomini di scarso spessore i due termini sono realmente frutto di una visione tecnicamente utilitaristica e quindi poverissima della scuola (ma il discorso è noto da tempo agli spiriti illuminati, non ci vogliono certo filosofi per portarlo alla luce), non si può non notare che in altro modo la competenza e il costruttivismo possono esserei modi per liberare almeno parzialmente lo studente dall'autoritarismo, dal valutazionismo, dal rigidismo della scuola-dinosauro contemporanea. Insomma, Benasayag si scaglia (e conoscendo le sue posizioni ideologiche è comprensibile) contro competenze e costruttivismo viste come trattamento educativo dell'"uomo economico".
In realtà per noi il problema reale non è la scelta tra trasmissione o costruzione del sapere. Il problema è l'istituzione scuola concepita come luogo in cui produrre uomini regolarmente monodimensionali, i cui apprendimenti siano perfettamente misurabili per essere inseriti nella catena di montaggio dell'alienazione planetaria.
Benasayag non è un pedagogista, ma lo è la sua collaboratrice più stretta, Angelique Del Rey, che ha chiarito in un suo documento:
Una tale visione (quella del PISA e dell'approccio per competenze) definisce l'immagine di un uomo da educare, ripiegato su se stesso all'interno della nozione di competenza e ci spiega la svolta delle pedagogie attive verso il profitto e l'efficienza. L'uomo da educare è un "uomo senza qualità", sul quale applicare le competenze per il successo nella vita, tralasciando desideri, affinità elettive, tropismi e qualità intrinseche, sostituiti ad un'educazione emancipatrice che permette allo studente di essere attivo e di educarsi mentre viene educato. Si tratta di un'educazione alienante, che gli impone non solo dei contenuti e dei comportamenti normativi, ma che pretende che questi vi aderisca liberamente!
Alla luce di tutto questo, l'insegnante si chiede "Cosa devo fare allora? Se il trasmissivismo è inutile e dannoso e il costruttivismo è figlio dell'utilitarismo economicistico, cosa e come devo insegnare?".
La risposta sarebbe chiara, ma nessuno vuole farci i conti. Il problema è una scuola che vuole ridurre le differenze, non tenere in considerazione e rispettare le singole qualità, misurare ciò che sa e sa fare un ragazzo come fosse un animale da allevamento e produzione. Ecco che allora può davvero tornare utile (e al di là delle sue intenzioni) l'elogio del conflitto di Benasayag: la scuola non deve ridurre i conflitti, non deve normalizzare chi è differente, perchè eliminando le possibilità di conflitto si elimina la possibilità di produrre soluzioni alternative al sistema dominante.
E' chiaro che le pedagogie attive sono più evolute rispetto alle pedagogie passive, ma è altrettanto chiaro che le pedagogie realmente attive devono essere pedagogie libertarie, devono essere in pochi termini delle anti-pedagogie. E inoltre: non si può pretendere ad un insegnante che è servo e servile dentro di educare i giovani alla libertà. Non ci sarà nessuna teoria pedagogica in grado di rendere libero chi è abituato da sempre ad ubbidire e abbassare la testa.
Il problema non è quindi la scuola delle competenze. Il problema è la scuola come istituzione repressiva, autoritaria e reazionaria.
E allora - torniamo - cosa può fare un insegnante? L'abbiamo detto più volte e da tempo: autonomia creativa (perchè non può esistere educazione senza educazione all'autonomia), costruttivismo critico (che è altra cosa rispetto al costruttivismo modaiolo), scuola-vita.
Descolarizzare operando dentro il sistema non è possibile, ma è almeno nostro dovere sabotare in ogni modo la scolarizzazione e l'inebetimento di massa.

Antonio Saccoccio

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martedì, luglio 13, 2010

A tutti i netfuturisti e gli avanguardisti: diffondete il Manifesto degli Insegnanti

Da una settimana è finalmente online il Manifesto degli insegnanti. E per il NetFuturismo è un manifesto da sottoscrivere e diffondere con grande energia. È il caso di spiegare agli amici avanguardisti (e perché no, anche ai non avanguardisti) i motivi per cui bisogna supportare coraggiosamente questo manifesto.
Il manifesto generale del Net.Futurismo lascia intendere a chiare lettere che la trasformazione della scuola sarà un elemento centrale per la rivoluzione net.futurista. La scuola forgia in gran misura le nuove generazioni nelle sue convinzioni di base, è da lì che inizia a svilupparsi gran parte della cultura passapresentista contemporanea. La scuola sarà elemento centrale di quella rivoluzione della comunicazione partita nel decennio scorso dai new media, e che dovrà estendersi presto ovunque.
Il Net.Futurismo ha sempre attaccato la scuola passatista, tutta dogmi e disciplina, niente critica e libertà per le nuove idee. Ma ha anche attaccato con la stessa intensità il presentismo scolastico, con la sua enfatica paranoica esasperante attenzione sull’aspetto valutativo e su presunte innovazioni tecnologiche.
Per trovare alleati che condividessero le nostre idee e per portarle così a diffonderle in ambienti non strettamente avanguardistici, da un anno circa il sottoscritto Antonio Saccoccio e Mariaserena Peterlin si sono impegnati nel network La scuola che funziona. L’obiettivo è per noi sempre l’avanguardia di massa. Non bisogna nascondersi, è evidente che l’operazione in questo caso non può essere (e non è stata) affatto semplice. Nella Scuola che funziona ci siamo trovati inevitabilmente di fronte a tanti insegnanti passatisti e anche moltissimi presentisti. Ma abbiamo incontrato anche alcuni educatori di grande spessore, ed è su questi che abbiamo confidato in questi mesi. Il profilo che abbiamo deciso di tenere è stato sempre volutamente discreto. Nessun link che puntava al sito e ai blog netfuturisti è stato posto su quel network. Ci siamo volutamente censurati, consci del fatto che presentandoci come avanguardisti la gente sarebbe scappata immediatamente. Abbiamo invece deciso di portare lì dentro le nostre idee, senza la nostra bandiera. Non tutte le idee, questo è chiaro, ma una parte significativa delle nostre idee sulla scuola. E' sempre lo stesso ritornello: l’assenza totale nel nostro paese di una cultura d’avanguardia rende nell'immaginario collettivo le idee netfuturiste pericolose e radicali, anche quando si tratta di temi che qualunque individuo di buon senso dovrebbe sottoscrivere. Figuriamoci cosa possono pensare dell’avanguardia gli insegnanti, che costituiscono da sempre una categoria affetta da moderatismo e depressione cronica. La strategia di un inserimento discreto in quel contesto si è rivelata alla fine vincente per diversi motivi. Le idee hanno certamente infastidito e inasprito i più accaniti passatisti e presentisti (e ne siamo orgogliosi), ma almeno non abbiamo offerto la bandiera contro cui prendersela pretestuosamente e aprioristicamente.
Ma veniamo al dunque. Trascurando la diffusione (quasi contagio) di un’atmosfera di opposizione allo status quo che si è diffusa più o meno ovunque tra gli insegnanti che ci hanno letto sul network (almeno sarà nato qualche dubbio in più), il risultato della presenza netfuturista ne La scuola che funziona è ampiamente percepibile nell’unico frutto compiuto partorito dal network: il Manifesto degli Insegnanti. Il manifesto è frutto del lavoro di diversi insegnanti presenti nel network, ma reca con sé un’anima avanguardistica che ogni netfuturista deve riconoscere e sostenere. Innanzitutto il manifesto è un testo che punta sull’affermazione di un nuovo principio a cui ispirarsi, un cambio di rotta radicale, un testo che non si dilunga in timidi tecnicismi confusi e inutili, un testo che azzera il pedagogese e il didattichese, ma che punta dritto al cuore del problema: il ribaltamento della scuola attuale attraverso un cambiamento netto di prospettiva. Tutto avverrà in conseguenza del cambio di rotta: una volta presa coscienza delle storture della scuola contemporenea, allora tutto sarà più semplice. Non c’è da fare un’operazione delicatissima per cui è necessario il tecnico ultra-specializzato, è necessaria una radicale trasformazione del punto di vista con cui guardiamo alla scuola e per questo c’è bisogno di quell’uomo a mille dimensioni che più volte abbiamo sostenuto energicamente. L’uomo monodimensionale nulla può di fronte ad emergenze di questo tipo, circoscritto nel suo minimo raggio d'azione non può cogliere la complessità dell'operazione. Questa nuova prospettiva genererà insegnanti rinnovati nell’animo. Poi ogni insegnante troverà la propria via all’interno di questa strada illuminata. D’altra parte se ogni insegnante trova da decenni ogni giorno il modo per agire all’interno di una visione della scuola passatista e presentista, a maggior ragione ne troverà altri quando si troverà ad operare all’interno di una concezione della scuola netfuturista. Per questo occorre cambiare prima la concezione di riferimento di base. Questo è il vero e unico problema. Se non so dove andare è inutile preoccuparmi del mezzo con cui andarci. Per questo motivo, come ho recentemente ribadito a Venezia, una nuova pratica inserita in una concezione vecchia risulta poco incisiva, addirittura trascurabile. Il momento della dichiarazione di principio, come in tutte le operazioni avanguardistiche, è da sempre quello determinante. Tanto per fare un esempio: in secoli di storia tantissimi si erano ribellati in qualche modo al potere delle classi dominanti, ma solo il Manifesto del Partito Comunista pose le basi per una consapevolezza nuova, un principio di riferimento nuovo, con tutte le enormi conseguenze storiche che conosciamo. Stessa cosa per le avanguardie di inizio Novecento: tanti avevano provato prima a ribellarsi all’adorazione del passato, alla viltà, all’utilitarismo, al conformarsi al già visto e già detto, ma solo il Manifesto del Futurismo riuscì nel 1909 a porre una pietra miliare per la generazione del suo tempo e per quelle future. Stessa cosa avviene per il mondo della scuola. Il difficile è accettare il principio radicalmente nuovo. È questa nuova sensibilità la cosa più dura da percepire, comprendere e poi diffondere. Sui modi per diffonderla ognuno avrà i propri. Noi ne suggeriamo alcuni, se ne potranno trovare altri e di migliori: l’importante è non tradire il principio di un insegnante rinnovato. Poi se per raggiungere quell’obiettivo l’insegnante non “interrogherà” mai i ragazzi, se ridurrà il numero dei “compiti in classe”, se non chiederà mai di ripetere meccanicamente informazioni, se punterà sull’intelligenza emotiva, intrapersonale e interpersonale, se darà spazio alla metacognizione, tutto questo verrà dopo. Ricordo ai lettori non avanguardisti che i manifesti possono contenere grandi affermazioni di principio, oppure possono essere manifesti tecnici. Solitamente i primi sono indispensabili e creano il cambiamento di visione del mondo, i secondi sono strumentali ai primi, a volte possono seguire dopo qualche mese/anno, altre volte no. La stesura di un manifesto tecnico della scuola netfuturista non è mai stata affrontata (in effetti era stata iniziata 3 anni fa ma poi sospesa) per il semplice motivo che non si è liberi di fare a scuola quello che si vuole, la maggior parte di quello che oggi andrebbe fatto è illegale. Quindi ogni insegnante deve in cuor suo capire cosa può fare entro certi limiti e rischi calcolati, proprio come affermato nel punto 13 del manifesto degli insegnanti. Le tecniche con cui si può ribaltare il sistema-scuola sono tantissime e diversificate. Quello che manca è la convinzione, la volontà e il coraggio di ribaltare il sistema. Convinzione. Volontà. Coraggio.
Quello di cui c'è bisogno ora è una discreta quantità di insegnanti che condividano i principi esposti nel manifesto degli insegnanti, non mancano di certo i modi per metterlo in pratica. Fino a quando non si sarà raggiunta questa discreta quantità di insegnanti, tutto sarà difficile, quasi inutile. La mia personale esperienza conferma che essere il solo in un consiglio di classe di 8 insegnanti a portare avanti queste idee significa avere un’incidenza assai modesta sulla vita della classe. Spazio per considerazioni pratiche (il come rovesciare il sistema) se ne possono raccogliere ovunque nei blog netfuturisti. Molte altre seguiranno nei prossimi mesi. Come sempre, al servizio dei ribelli.
Tornando all’operazione-manifesto, anche lì da netfuturisti abbiamo seguito la strategia di cui sopra, non mettendo avanti il nome del movimento, ma portando avanti sempre le idee netfuturiste. Addirittura lo stesso termine “manifesto” (di chiara ascendenza futurista) non è stato proposto inizialmente da noi netfuturisti (e il censurarci non ci è costato poco), ma da Andreas Formiconi, che sicuramente ci è vicino come sensibilità e ha contribuito in modo importante ad alcune affermazioni contenute nel manifesto stesso.
L’impronta netfuturista spicca in particolar modo nei punti di più energica e vitale ribellione, punti che ogni netfuturista può riconoscere come pienamente rispondenti alle nostre storiche battaglie contro il sistema-scuola contemporaneo. E qui il confronto tra il manifesto degli insegnanti e le nostre affermazioni contenute in post e manifesti di questi anni è utile a togliere ogni dubbio, anche al netfuturista più scettico.


Innanzitutto siamo riusciti a far approvare il punto fondamentale da cui ripartire, contenuto in questa inattaccabile affermazione:
7. Farò in modo che la scuola sia il mondo, e non un carcere.
Denunciamo da un lustro almeno il carcerismo di cui è malata la scuola, e in questo siamo evidentemente eredi della potentissima denuncia lanciata un secolo fa da Giovanni Papini. Non ci arrenderemo mai a vedere 30 ragazzi ingabbiati nelle loro orrende celle di 30 metri quadrati, seduti come tanti menomati su insopportabili tavolette di legno.


9. Promuoverò lo studio per la vita e contrasterò lo studio per il voto.
Ecco il valutazionismo, il vero morbo della scuola presentista. Una scuola in cui si valuta, si valuta, si valuta, ma non si pensa, non si pensa, non si pensa. Mai. L’enfasi sulla valutazione è sempre sinonimo di miseria intellettuale. I suoi effetti sono disastrosi. E quindi si legge ancora nel manifesto la condanna della penosa docimologia che da troppi anni paralizza anche i docenti più motivati:

10. Raccoglierò elementi di valutazione, rifiutando approcci semplicistici e meccanici che non tengano conto delle situazioni di partenza, dei progressi, dell’impegno e della crescita complessiva del singolo alunno.


E lo sterile trasmissivismo? Lo abbiamo risparmiato nel manifesto? Neppure per sogno.
8. Non trasmetterò ai miei studenti saperi rigidi e preconfezionati.


E il tanto odiato burocratismo? Leggete l’ultimo punto e vedrete che il nuovo insegnante si dovrà opporre strenuamente all’incubo burocratico.
13. Resterò fedele a questi punti in ogni momento della mia azione educativa, pronto ad affrontare e superare tutti gli ostacoli formali e burocratici che si presenteranno sulla mia strada.


E il nostro amato ribellismo? Centro di tutte le nostre battaglie?
12. Li aiuterò a stare nel mondo così com'è, ma non a subirlo lasciandolo così com'è.


Non manca neppure un punto dedicato a quello che abbiamo chiamato costruttivismo critico:
Il dubbio e la critica saranno i pilastri della mia azione educativa.


E un altro in cui viene portato avanti il nostro stoicismo orgoglioso:
6. Incoraggerò nei miei studenti l’impegno e la volontà di migliorarsi costantemente e di non rassegnarsi mai di fronte alle difficoltà.

Ma sin dal primo punto è evidente un nostro tema chiave: il ribaltamento dei ruoli nella comunicazione.
1. Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo motivo sono un insegnante.
Il docente che non solo ama insegnare, ma innanzitutto ama apprendere è il primo presupposto per una comunicazione scolastica trasformata in profondità (almeno bidirezionale).

E ora veniamo al dunque. Come avete visto, questo manifesto degli insegnanti trasuda netfuturismo da tutte le parti. E non è un caso, visto che è stato scritto con il contributo determinante del netfuturismo e dei netfuturisti. Per questo motivo tutti i netfuturisti e gli avanguardisti sono chiamati nei prossimi giorni/settimane/mesi a sottoscrivere e divulgare il manifesto con tutte le loro energie e con tutti i mezzi a disposizione. Soprattutto a partire da metà settembre, con l'avvio del nuovo anno scolastico, questo sarà un testo che dovrà fare il giro dell'Italia (e non solo). Un avviso quindi agli avanguardisti: non fermatevi ai toni, che potranno sembrarvi moderati e a tratti morbidi. Il testo non è formalmente un testo d’avanguardia, non poteva esserlo dato il contesto in cui è stato partorito, ma è d’avanguardia la sostanza di molte affermazioni e lo è per i motivi che ho espresso sopra. In secondo luogo, per chi non condividesse integralmente il manifesto, c'è sempre la possibilità di diffonderne singoli punti (citando comunque la fonte originale).
Ribadiamo: l’unica speranza per salvare la scuola dalla morte certa è quella di diffondere queste idee al maggior numero di insegnanti possibile. Solo in questo modo sarà possibile cominciare ad invertire la rotta. Solo in questo modo libereremo i condannati a morte.
Questo il link del manifesto degli insegnanti. Un manifesto d’avanguardia.

Antonio Saccoccio

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martedì, luglio 06, 2010

E' nato il MIDBS, Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini Stirati

E' inutile nasconderci e far finta di nulla: siamo tutti stirati. Chi più, chi meno. Lavoriamo per sfamarci. Sgobbiamo per sopravvivere. E terminiamo i nostri giorni senza aver assaporato il gusto della vita.
Ci stirano e ci facciamo stirare per bene dal primo all'ultimo giorno della nostra esistenza. Si inizia da bambini all'asilo, e si continua sino a quando siamo vecchi all'ospizio.
Siamo un'umanità stirata, stiratissima.

E' necessario quindi intraprendere un progressivo cammino di liberazione dalle varie stirerie che abbiamo messo in piedi nei secoli. Famiglia, scuola, lavoro, arte, sport, media. Ognuno a suo modo è agente stirante, agente che rende piatta e monodimensionale la nostra umanità.

Noi netfuturisti siamo voluti partire dalla scuola, colpevole di stirare milioni di bambini e ragazzi ogni anno.
E siamo voluti partire da Venezia, la più simbolicamente passatista della città italiane.
Occorre ribellarci tutti alla stireria scolastica. Dall'asilo all'università è un susseguirsi di regole, divieti e dogmi che rimbecilliscono la naturale vitalità e il naturalissimo talento dei bambini e dei ragazzi. Tutti devono raggiungere gli stessi obiettivi, tutti devono sapere (e saper fare) le stesse cose. Tutti devono essere accuratamente e perfettamente stirati, pronti per le future stirerie che offrirà la vita.

Ed è per questo che Net.Futurismo ha creato il M.I.D.B.S. (Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini Stirati), che, in occasione del VeneziaCamp 2010 (e in particolare all'interno de La scuola che funziona CAMP), ha invitato a difendere coraggiosamente i bambini dalla Scuola e dagli altri agenti stiranti. I netfuturisti Antonio Saccoccio, Paolo Ciccioli, Gianluigi Ballarani ed Elisabetta Mattia hanno dato vita alla prima perferenza contro la scuola stirante.

Partiamo dai bambini, perchè è il caso di proteggere prima chi non è in grado di difendersi ancora da solo. Ma la nostra azione si diffonderà presto a tutta l'umanità stirata.

Tritiamo i ferri da stiro, tritiamo chi ci vuole stirare.

Antonio Saccoccio


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domenica, aprile 11, 2010

Il problema delle fonti online: è solo questo o c'è dell'altro?

Il problema delle fonti online è indubbiamente uno di quelli che attraversa questi anni di forte conflitto tra old e new media.
Da quando sul web è possibile per tutti inserire informazioni, è nata l'esigenza di valutare l'attendibilità di queste fonti. E su questo punto si è aperto un dibattito che a mio avviso non può essere sciolto in modo sbrigativo.
I più sembrano infatti cedere alla soluzione più semplice: le fonti online sono giudicate meno attendibili delle fonti cartacee e quindi si tende a riportare tutto all'ordine pre-web. La soluzione sarebbe verificare se la fonte digitale è stata scritta o riportata da chi ha già riconoscimenti nel mondo ufficiale, accademico, cartaceo e tipografico. In questa fase di transizione sembra l'unica soluzione possibile, per evitare il caos totale. Non nego che anch'io, ancora oggi, giudico spesso le fonti in questo modo.
Ma questa è una soluzione decisamente reazionaria, e la vicenda non può certo finire così. Perchè se così fosse tutta la rivoluzione più che copernicana avviata con la diffusione e la costruzione pubblica del sapere si concluderebbe con un nulla di fatto. E invece non è così. Alla fine - e qui si tratterà di vedere solo tra quanti anni - non prevarrà il vecchio mondo accademico, dei titoli, dei ruoli, delle decorazioni passate. Prevarrà il nuovo mondo.
Che qualcosa era definitivamente cambiato lo dimostrò per la prima volta la nota vicenda del confronto tra le voci di wikipedia e l'enciclopedia Britannica. Ne riporto una sintesi con qualche link, per chi non ne fosse a conoscenza.

2005. La rivista scientifica Nature condusse uno studio da cui risultò che la qualità di wikipedia era pari a quella dell'enciclopedia Britannica. Il numero di errori riscontrato si equivaleva.

Wikipedia esultò.



Da tutta la vicenda wikipedia, che era nata da soli 5 anni, ne uscì rafforzatissima.

Ebbene, a mio avviso tutti gli internauti che hanno a cuore questo problema, dovrebbero riflettere a lungo sul problema della validazione delle fonti online.
La strada da seguire è innanzitutto quella di spostare il problema: dalla valutazione delle fonti online alla valutazione di tutte le fonti. Ancora una volta (proprio come sta accadendo nell'ambito della scuola e dei processi di apprendimento) i nuovi media reticolari e interattivi portano alla luce una tara del nostro mondo: Chi è che decide quando è attendibile e valida una fonte? E con quali criteri lo decide? Lo deve decidere qualcuno per noi o possiamo noi tutti autonomamente deciderlo?
Ancora una volta il nuovo mondo ci pone nuove sfide. Non coglierle può essere il nostro unico autentico peccato.
Noi avanguardisti, noi net.futuristi, noi convinti sostenitori della prossima retarchia non possiamo e dobbiamo tirarci indietro: il nostro ruolo in questa vicenda sarà fondamentale.
Il vecchio mondo autoritario, del sapere controllato, gerarchico e monolitico, scricchiola in modo innegabile.
E allora... lo vogliamo far crollare o lo teniamo in piedi?

Antonio Saccoccio

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giovedì, gennaio 28, 2010

Una scuola per il Futuro: la rivoluzione del sistema scolastico italiano parte dal web

“Una scuola per il Futuro”

La rivoluzione del sistema scolastico italiano parte dal web

La condizione della scuola italiana è sotto gli occhi di tutti. Gli studenti non sono soddisfatti, i genitori non sono soddisfatti, gli insegnanti non sono soddisfatti, i dirigenti scolastici non sono soddisfatti. Attorno a questo clima di generale insoddisfazione si respira un altrettanto generale clima di arrendevolezza. Gli insegnanti cercano di rispondere a questa crisi adottando varie condotte, che nella quasi totalità dei casi non fanno che accrescere o lasciare intatta la crisi. Molti docenti decidono di fregarsene e cerca di sopravvivere, senza mettersi troppo in gioco e in discussione, contando i giorni che li separano dalla pensione. Altri sono invece impegnati ad urlare e sbraitare quotidianamente la propria frustrazione, colpendo a turno tutti gli altri attori coinvolti nel sistema scuola. Ministri, dirigenti, genitori e ovviamente studenti: tutti sono meritevoli di velenosi insulti. Una terza via d’uscita è quella dell’insegnante diligente e gran lavoratore, che ogni giorno si impegna in un oscuro e faticosissimo lavoro per cercare di dire (e farsi dire) “sono un ottimo insegnante”. Davvero encomiabile, ma anche quest’ultimo atteggiamento, così come evidentemente gli altri due succitati, non rappresenta che una bandiera bianca alzata di fronte alla crisi della scuola contemporanea. Cosa fare quindi? Quale atteggiamento deve oggi avere un insegnante? La nostra risposta non ammette dubbi: occorre mettere finalmente tutto in discussione. Se le piccole correzioni di volta in volta introdotte nella scuola (didattica modulare, debiti formativi, griglie di valutazione, voto di condotta, etc.) non hanno portato a nulla, è solo perché non si è avuto il coraggio di mettersi completamente in gioco, di sospettare delle più tradizionali pratiche didattiche.
La realtà contemporanea è una realtà profondamente differente rispetto a quella di 20-30 anni fa. Gli insegnanti possono tranquillamente continuare a guardare con ammirazione (e persino nostalgia) alle lezioni del loro professore preferito durante gli anni Settanta e Ottanta, quando frequentavano il liceo. Ma una cosa non è più accettabile: non si può pretendere di trasportare quel modello nel 2010. Il mondo nel frattempo ha subito una delle trasformazioni più traumatiche da diversi secoli. Con la nuova rivoluzione tecnologica sono stati stravolti dalla base i tradizionali paradigmi del sapere. E in molti casi lo stravolgimento è stato salutare. La realtà in cui vive un “nativo digitale” ha caratteristiche che non possono non essere prese in considerazione nel momento in cui si parla di apprendimento e formazione. La condizione postmoderna va osservata con attenzione e compresa in profondità. Liquidità? trasparenza? complessità? Tutto questo non può essere trascurato pensando alla formazione delle ultime generazioni. Nuovi paradigmi del sapere si sono affacciati sulla scena mondiale: la scuola ha fatto finta che nulla fosse accaduto, provando anzi ad espellere le novità come fossero virus letali. In realtà la scuola ha il compito di fare i conti con la realtà, di comprendere e lasciarsi persino attaccare dai virus. Alzare le barricate significa condannarsi all’emarginazione dalla vita reale. Il nuovo spaventa sempre chi non conosce o non vuole conoscere.
Questo preambolo è necessario per porre gli obiettivi di questo gruppo nato all’interno del ning La scuola che funziona, gruppo che abbiamo voluto significativamente chiamare “Una scuola per il Futuro”. L’obiettivo è quindi quello di pensare e costruire una scuola possibile in un futuro (si spera vicino), ma anche una scuola capace di dare, al contrario di quella attuale, un futuro alle nuove generazioni.
I docenti impegnati in “Una scuola per il Futuro” non sono menefreghisti, non sono rassegnati, non urlano contro questo o quell’altro, ma non sono neppure asini di fatica che lavorano instancabilmente contribuendo a legittimare lo status quo. I docenti impegnati in “Una scuola per il Futuro” si impegnano a fondo, ma per il rinnovamento. Sono consapevoli che oggi il compito prioritario di una scuola che funziona è quello di proclamare a gran voce che il vecchio paradigma trasmissivo, antipratico e nozionistico è incapace di affrontare le sfide formative del terzo millennio. È necessario riconsiderare completamente le pratiche didattiche, è necessario mettere in discussione tutte le teorie implicite che bloccano alla base la nostra azione di sano e improrogabile rinnovamento. Il docente è ancora schiavo dei voti, dei compiti a casa e di quelli in classe, dei programmi, della disciplina, e di altre mille convenzioni scolastiche. Non bisogna avere paura di lasciare il sentiero più battuto, soprattutto quando questo sentiero è diventato così accidentato e sconnesso da essere ormai impraticabile.
Il gruppo “Una scuola per il Futuro” si propone i seguenti concreti obiettivi:
- sviluppare, attraverso lo studio, l’analisi e il confronto costante, i nodi concettuali attorno ai quali possa prendere avvio un’idea di scuola adeguata a formare i giovani del XXI secolo. Una scuola seducente, una scuola non separata dal mondo, una scuola in cui sia un piacere trascorrere del tempo, una scuola in cui l’apprendimento sia significativo per le nostre esistenze, una scuola viva. Lo studio sarà condotto con un costante riferimento a ciò che accade concretamente sul campo (la scuola), attraverso monitoraggi, sondaggi e analisi statistiche. Nessuno spazio per l’accademismo, nessuno spazio per modelli pedagogici autoreferenziali.
- presentare i risultati di queste analisi in una pubblicazione (cartacea e digitale), che contenga l’esposizione programmatica delle 10-12 questioni fondamentali da affrontare per rivitalizzare finalmente la scuola italiana. Tutto il 2010 sarà dedicato allo studio, alla raccolta dei dati, all’analisi e al confronto tra noi colleghi, formatori, studenti e altri attori del sistema scuola. La stesura dei contributi e la pubblicazione è prevista per i primi mesi del 2011.
- presentare i risultati di questi studi in numerose occasioni pubbliche: conferenze e convegni sulla scuola, sulla didattica, sull’apprendimento; giornate di studi e seminari presso istituti scolastici italiani di ogni ordine e grado e università.
- diffondere le idee promosse dal nostro network in siti web che si occupano di questi temi, o anche su riviste, quotidiani cartacei e altri old media.

Ora non resta che darsi da fare.
Il futuro della scuola lo costruiamo noi.

Antonio Saccoccio

* Il ning La scuola che funziona nasce da un'idea di Gianni Marconato (formatore e teorico di orientamento costruttivista, sviluppatore di ambienti di apprendimento sul web). Il gruppo Una scuola per il Futuro è stato creato ed è coordinato dal duo Mariaserena Peterlin - Antonio Saccoccio (Net.Futurismo)

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lunedì, novembre 23, 2009

Dalla democrazia rappresentativa alla retarchia

Il Net.Futurismo è per definizione Futurismo della Rete, o meglio Futurismo delle Reti. Abbiamo affermato più volte che la rivoluzione in atto nel campo della comunicazione e dei media sta trasformando le tradizionali forme di sapere e di potere. Da questo punto di vista ci troviamo in linea con quanto afferma De Kerckhove:

La rete costituisce il paradigma e la forma emblematica della postdemocrazia, che proponiamo di chiamare provvisoriamente comunicrazia. Il termine non rinvia più, come "videocrazia" o "mediacrazia", al mero potere strategico, dall'alto, degli apparati dell'industria culturale, bensì è in grado di focalizzare l'attenzione sulle dinamiche sprigionate, dal basso, dalle soggettività che abitano l'altra parte dello schermo. Esso non si lega più all'astrazione del demos, ma alla concretezza della communitas. Un sistema che non ha più un centro e un confine spaziale predeterminato, ma che si genera transitoriamente a partire dall'attività delle periferie e sualla base delle connessioni, degli attraversamenti e dei molteplici nomadismi esperiti nei territori virtuali e reali. E' la piattaforma che meglio consente la sinergia postmoderna tra il ritorno dell'arcaico e lo sviluppo tecnologico, tra la risorgenza del sensibile e dell'emozionale e le nuove pratiche di intelligenza connettiva. Essa è uno strumento per eccellenza glocale, che tende a sintetizzare, sino a risolvere nella sua trama linguistica, il corto circuito tra i processi di mondializzazione e quelli di localizzazione. Sposta definitivamente l'attenzione dal momento della "decisione" - dal silenzio del voto - a quello della discussinoe e della contrattazione. In definitiva, contribuisce a compiere il processo secondo cui si slitta dalla figura emblematica del Re a quella del suddito. A questo punto possiamo comprendere appieno l'anticipazione mcluhaniana: "Tutto il conservatorismo del mondo non può opporre neppure una resistenza simbolica all'assalto ecologico dei nuovi media elettrici".

Noi netfuturisti siamo felici di trovare alleati come De Kerckhove. D'altra parte abbiamo più volte affermato che la linea evolutiva che porta dalle avanguardie storiche alle nuove avanguardie digitali e al NetFuturismo passa chiaramente per McLuhan e la scuola di Toronto. Soltanto chi condivide profondamente l'impostazione mcluhaniana sembra davvero comprendere quello che sta accadendo oggi con la rivoluzione delle reti. L'affinità di posizioni tra Futurismo, McLuhan, De Kerckhove e Net.Futurismo è evidente. Come è chiaro che la posizione creativa delle avanguardie è differente da quella di studiosi come McLuhan e affini. Noi non abbiamo solo il compito di portare alla luce scientificamente ciò che sta accadendo a livello tecnologico, ma in tutto questo dobbiamo avere un ruolo agonistico, come lo ebbe il Futurismo un secolo fa. Occorre risvegliare la sensibilità contemporanea.

Non ci resta che incoraggiare quindi la destrutturazione e la distruzione dei verticismi e verticalismi con cui gli old media hanno gradualmente annichilito l'uomo e la donna del XX secolo. I nuovi media digitali connettivi interattivi partecipativi non sono una bufala, come qualcuno spera. Sono la più grande rivoluzione nel campo del sapere (e del potere) dai tempi di Gutenberg.

Il NetFuturismo rilancia ovunque l'arte di fare network, l'unica forma di arte (con una a nana) che ancora riconosciamo realmente degna di questo nome.
E scordiamoci la vecchia democrazia rappresentativa come l'abbiamo conosciuta per decenni.
E' ormai tempo di retarchia.

Antonio Saccoccio

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domenica, ottobre 11, 2009

Il travisante travasatore: emblema della scuola contemporanea

Si parla troppo spesso a sproposito di formazione e apprendimento.
C'è una grande verità che andrebbe messa in evidenza prima di ogni altra: la maggioranza degli insegnanti non insegna quello che serve all'alunno, ma quello che sa e che ha appreso nel corso dei propri studi.
E' cosa nota a chi abbia conoscenza degli ambienti scolastici. La maggioranza degli insegnanti durante le lezioni non fanno altro che ripetere quelle nozioni striminzite che hanno studiato nei loro esamini universitari. Possiedono un sapere chiuso, angusto, limitato, circoscritto e trasmettono questo stesso sapere (sapere!) alle nuove generazioni. Si tratta in pratica di travasare informazioni da una testa all'altra, come fossero realmente due recipienti, due vasi (di ferro o terracotta, poco cambia in questo caso).
Ma c'è qualcosa che proprio non quadra in questa impostazione. Perchè, innanzitutto, le nozioni apprese 10-20-30 anni fa sono oggi nozioni spesso inutilizzabili (i vasi di oggi hanno bisogno di essere riempiti con altro!); ma soprattutto, e questo è ben più grave, non sono utilizzabili come si potevano utilizzare ancora 20 anni fa (forse oggi non abbiamo più bisogno di vasi?).
L'insegnante dell'era globale e digitale deve essere dotato di una visione d'insieme e di una capacità critica elevatissima. Deve essere un uomo a mille dimensioni. Non bastano gli esamini e le nozioncine universitarie. Deve sapere decifrare e interpretare la realtà contemporanea con grande padronanza e flessibilità. E adeguare le proprie strategie didattiche a questa realtà.
Quasi tutti i docenti invece hanno ancora l'immagine di un sapere monolitico, di una scuola chiusa su se stessa nella glorificazione della pura conoscenza. E' singolare poi che in una scuola tanto arretrata entrino spesso termini come "multiculturalismo". Ma ci si rende subito conto che si tratta di un multiculturalismo sbandierato retoricamente, una bandiera che mentre la si sventola viene rinnegata costantemente. Nelle loro menti è tutto "mono" (monodimensionale, monodirezionale, monolitico etc.), e nulla "multi" o "pluri".
Chiaramente da una classe docente che è stata formata da docenti ottocenteschi e che ripete quei modelli come una professione di fede non è lecito attendersi momenti di riflessione sulle proprie strategie formative.
Se il mondo in cui vivono è ancora quello del primo Novecento (o al massimo del secondo dopoguerra!), se tutta la complessità del mondo contemporaneo è a loro estranea, non possono che ribadire l'insegnamento autoritario di cui sono stati vittime. In breve, simili modelli non possono che prendere origine da un totale travisamento (forse ignoranza?) della realtà in cui oggi viviamo.
I ragazzi hanno bisogno di figure in grado di orientarli a 360° nel magma della realtà contemporanea, non di individui in grado al massimo di ripetere noiosamente pagine di un manuale di storia o letteratura.
Le discipline di insegnamento non sono insiemi di nozioni che è bello sapere per il gusto di sapere, ma strumenti utili alla formazione globale degli uomini del futuro.
Quindi si smetta al più presto con l'inutile pedante travaso di informazioni, e si intraprenda la strada verso un apprendimento significativo e una reale formazione.
Chi travasa travisa!
Antonio Saccoccio

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mercoledì, settembre 09, 2009

NetFuturismo e formazione: la battaglia continua

Sono anni che il NetFuturismo ha individuato nella scuola e nella formazione i principali morbi che impediscono qualsiasi evoluzione socio-culturale nel nostro Paese. Tante volte abbiamo sottolineato come il modello gerarchico-trasmissivo è, se non da seppellire definitivamente, almeno da riconsiderare seriamente. Ovviamente l'ondata reazionaria in atto da anni in Italia su questi temi ha progressivamente occultato tutte le più evolute analisi di settore e le intuizioni dei più brillanti studiosi. Ma noi net.futuristi andiamo avanti, rapidissimi, per la nostra strada, convinti che la nostra è una battaglia indispensabile per le future generazioni.
E' sempre importante in battaglie cruciali come questa trovare validi alleati. Il net.futurismo è aperto su tutti i fronti. Considerazioni interessanti e acute giungono da più parti, anche se il clima attorno a questi temi è ultimamente pesantissimo.
Un valido alleato è senza dubbio Alberto Abruzzese, brillante sociologo ed esperto di comunicazione. Propongo qui di seguito qualche sua considerazione sulla formazione, che sembra estrapolata direttamente dai testi net.futuristi.
"Il paradigma dominante resta quello di una formazione unidirezionale (proprio come si dice della comunicazione televisiva generalista), in cui il sapere si esaurisce nel suo apprendimento, nella sua memorizzazione, e l’esperienza viva delle cose che si insegnano viene gettata all’esterno dell’aula, spazio ancora sovrano, univoco, sull’intrattenimento tra docente e discente, e viene rimandata così al futuro mondo del lavoro, dei mestieri e delle professioni. Certo: molti maestri e insegnanti hanno cercato di cambiare metodi, contenuti, a volte persino se stessi, intervenendo sulle linee di confine tra ambiente didattico, famiglie, comunità di spirito e di territorio. È stato fatto in modo disomogeneo e dal basso assai più che dall’alto, essendo venuta a mancare qualsiasi capacità progettuale da parte delle istituzioni. Ma il paradigma ancora dominante nella mentalità dei sistemi socio-culturali interessati alla formazione è quello di un modello di trasmissione del sapere e del saper fare meccanicistico, dunque un agire formativo chiuso nel tempo e nello spazio. Niente che abbia a che vedere con la fluidità della vita quotidiana e persino molto meno di quanto offrono le dinamiche relazionali della vita sociale, spesso assai più affettive, emotive, coinvolgenti, di quanto si creda. La formazione insiste su una visione di se stessa universalista e insieme episodica, a tempo determinato. Non sa parlare di bisogni, ma di principi e doveri. Le conoscenze che impartisce funzionano più o meno alla maniera dei trasporti, con la loro stessa logica: come se si trattasse di smistare i propri blocchi di sapere da un contenitore, quello grande del formatore, all’altro, quello piccolo dell’apprendista". (Alberto Abruzzese, Educare e comunicare. Spazi ed azioni dei media)
La critica alla formazione chiusa nel tempo e nello spazio, l'insistenza sulla comunicazione monodirezionale, l'impermeabilità della scuola ai reali bisogni, la somiglianza tra il modello comunicativo scolastico e quello televisivo: sono tutti punti cardine della riflessione net.futurista.
Attendiamo che altri studiosi come Abruzzese aprano una breccia nel muro della formazione passapresentista.
Noi intanto continuiamo le nostre battaglie, sempre e comunque in continua evoluzione.
Antonio S.

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sabato, agosto 01, 2009

Bisticci ricreat(T)ivi: ecco il terzo millennio

I Bisticci ricreat(T)ivi hanno finalmente visto la luce a Forlì, nodo storico del Net.Futurismo grazie all'infaticabile lavoro del performer creativo totale Gianluigi Giorgetti.
Il pubblico dei bisticci viene letteralmente frustato: 2-3 temi "scandalosi" proposti e affrontati in modo provocatorio e affidati a relatori elettrici.
Tutto dipende dalla qualità dei relatori-provocatori e dalle competenze e dal carattere del pubblico. Se tutto è al top, siamo alla pura elettricità creativa.
I bisticci ricreat(T)ivi nel giro di pochi mesi diventeranno il ritrovo dei geniali di tutto il mondo. Dove il termine "genio" è inteso in modo assolutamente nuovo: persona che ha la capacità e il coraggio di proporre soluzioni innovative e significative in settori in cui trionfano passatismo e presentismo.
Nella serata di Forlì il primo bisticcio della storia è stato affidato a 2 net.futuristi di vecchia data: chi vi scrive, noto incendiario dentro il web e fuori, e il giovane netfuturista Gianluigi Ballarani, già capace più volte di rivitalizzare gli animi passatisti e presentisti.
Tema generale del loro bisticcio: scuola e formazione anno 2009, temi cari al Net.futurismo.
Due le provocazioni lanciate:
1. Net.Futurismo: La didattica nozionistica e trasmissiva adottata per decenni nelle nostre scuole è la causa principale dell'attuale mancanza di idee da parte di uomini politici, intellettuali, filosofi, artisti, poeti, etc. E' quel tipo di didattica ad aver amplificato il conformismo e la massificazione. Ha inoltre aperto la via al trionfo omologante televisivo.
Sgomento dei partecipanti, che scuotono la testa e non si capacitano: la nozione può essere davvero dannosa? "Certo, se manca la necessaria riflessione sulla nozione e la conseguente rielaborazione". Ma il NetFuturismo su questo è 2-3 decenni avanti. Troppo avanti. Tuttavia diversi occhi manifestano ricezione dei nostri stimoli. Menti si accendono.
2. Net.Futurismo: E' necessario istituire entro pochi anni un insegnamento di comunicazione, nuove tecnologie e nuovi media in tutte le scuole di ogni ordine e grado (almeno 2 ore settimanali). Questo per porre argine all'ignoranza devastante delle vecchie e nuove generazioni in campi che sono oggi di strategica importanza.
Panico. Goffi tentativi di obiettare qualcosa improvvisando. Pochissime voci chiare in mezzo ad un balbettare incerto confuso.
In generale pubblico e relatori-provocatori non net.futuristi ancora molto lontani dalle intuizioni net.futuriste. Nella serata il bisticcio viene frequentemente evitato per cedere ad un vago (e vano) desiderio di parlare liberamente e generalmente dell'aspetto del tema proposto che più piace. Desiderio della chiacchiera da bar o della seduta psicanalitica di gruppo. Difficoltà enorme a concentrarsi sui nodi centrali delle provocazioni. Difficoltà nel comprendere la grande novità delle serate net.futuriste: il bisticcio ricreat(T)ivo.
In conclusione il Net.Futurismo ritiene necessario:
- diffondere al più presto bisticci ricreat(T)ivi in tutta Italia
- trovare provocatori vivi vivissimi e pubblico infiammabile infiammabilissimo
- diffondere novità intuizioni ottimismo energia volontà in un Paese spento avvilito timido pauroso
Antonio Saccoccio

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lunedì, maggio 11, 2009

Più grandi di Dante, più grandi di Beethoven

Chi ha compreso il valore di alcuni uomini è naturalmente portato ad ammirarli. E ammirare i grandi del passato (e del presente) è cosa giusta e comprensibile.

Quello che è indiscutibilmente imbecille è idolatrare i grandi del passato. Questa idolatria fa parte della cultura passatista (e presentista) del nostro paese.
Ammirare Dante o Beethoven è segno di sensibilità.

Idolatrarli è segno di imbecillità.

Una delle caratteristiche della nostra società è proprio quella mentalità insulsa che si ritrova praticamente in tutte le scuole e le università. Si guarda ai grandi del passato come ad individui irraggiungibili, come a qualcosa da considerare immensamente lontano da noi.
Ecco, è proprio questo che ci rovina totalmente e rovina soprattutto il cervello dei nostri giovani.

Ammirare Dante è giusto, ma considerarlo irraggiungibile è da imbecilli.
Dante e Beethoven sono stati uomini come noi, e in quanto uomini noi possiamo raggiungere e superare le vette da loro raggiunte.

Noi abbiamo bisogno di più uomini e meno studiosi.
Parlate con un grande uomo e poi parlate con un grande studioso.

Vedrete subito la differenza.

Il grande uomo ammirerà i grandi uomini, il grande studioso li idolatrerà.

Il grande uomo si porrà in conversazione con i grandi uomini che lo hanno preceduto (e magari ne scoverà anche le mancanze), il grande (!) studioso li considererà altro da sè, lontanissimi anni luce, intoccabili indiscutibili impareggiabili.

Nelle scuole e nelle università si educa i nostri giovani all'impotenza.

Noi net.futuristi siamo convinti che i grandi uomini debbano essere (e restare) semplicemente delle guide per permetterci di raggiungere vette sempre più elevate.
Noi net.futuristi - che questo l'abbiamo compreso - raggiungeremo quelle vette.
La grandezza di chi ci ha preceduto non ci castrerà MAI.

Invitiamo tutti gli uomini a non lasciarsi castrare dal valore dei grandi uomini che ci hanno preceduto.

Solo se inizieremo a pensarla così, saremo più grandi di Dante e più grandi di Beethoven.

Antonio Saccoccio

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lunedì, aprile 06, 2009

I nativi digitali esistono ma... c'è chi è più nativo di loro

Si è aperto un bel dibattito nei giorni scorsi su quelli che vengono ormai chiamati "nativi digitali". Ha iniziato Antonio Fini con un post interessante e documentato. Ha continuato intelligentemente Gianni Marconato, con il suo solito argomentare deciso. La tesi, definita provocatoria da loro stessi, è che i nativi digitali sono sostanzialmente un mito.
Non posso a questo punto non pronunciarmi, dato che la questione è assai delicata e a mio avviso decisiva.
Sarò subito chiarissimo e al tempo stesso provocatorio.
Per me i nativi digitali esistono.
E tuttavia per me Antonio Fini e Gianni Marconato hanno comunque ragione.
Mi spiego.
E' indubbio che chi è nato e cresciuto in piena rivoluzione neo-tecnologica porta con sè qualcosa di profondamente differente rispetto a chi è nato e cresciuto prima di quella rivoluzione.
Questo è un dato di fatto che non metterei mai in discussione. E quindi per me i nativi digitali esistono.
Quello che invece dobbiamo valutare con attenzione è cosa intendiamo per "nativo digitale".
Io credo che l'essere nativo digitale non debba in alcun modo dare per scontata la conoscenza e la competenza in ambito digitale di quel nativo. Il discorso è a mio avviso più profondo e complesso ed è per questo motivo che la questione è davvero cruciale. Nascere e crescere in un mondo stravolto in pochi anni dalla rivoluzione neo-tecnologica implica un radicale cambiamento dei processi cognitivi di base. Un bambino oggi non prende possesso del mondo nello stesso modo in cui io ho preso possesso del mio mondo durante gli anni Ottanta. Questo è davvero importante. Non è importante quanto quel bambino oggi sia più bravo di me nella gestione delle funzioni di un cellulare o della navigazione sul web. O almeno, non è questo il punto fondamentale della questione.
Antonio Fini ha ragione quando afferma che i ragazzi hanno spesso una padronanza molto limitata del pc e soprattutto della navigazione sul web. Alcuni sanno fare ben poco, altri di più, ma praticamente tutti non possiedono il controllo del mezzo. E allora è giusta la sua considerazione finale: bisogna guidare innanzitutto i ragazzi alla gestione e al corretto sfruttamento delle risorse offerte dal nuovo mezzo.
Un passo più in là si spinge Gianni Marconato, che giustamente richiama l'attenzione su un grave problema della scuola: al di là della questione dei nativi digitali, resta il fatto che i docenti attuali non sanno confrontarsi con le esigenze dei ragazzi del nuovo millennio. Quello del divario generazionale è un problema che esiste da sempre, ma - e noi net.futuristi lo sosteniamo da anni ormai - la rapidissima esplosione della rivoluzione neo-tecnologica ha amplificato questo divario in modo drammatico. Non sono le conoscenze e le competenze tecnologiche a creare la frattura tra nativi e immigrati digitali! E' la struttura mentale più generale di quei ragazzi! Che è stata trasformata da quei nuovi mezzi (e Marconato lo nota bene nel suo post)! Ed è per questo - aggiungiamo noi - che c'è bisogno di una nuova avanguardia, in grado di interpretare in modo adeguato questa delicata e rapidissima fase di transizione.
Studiosi come Fini e Marconato mostrano di avere ben focalizzato il problema, più o meno nella stessa misura in cui l'ha individuato il net.futurismo: la mancanza di relazione tra ciò che si studia a scuola e ciò che serve nella vita di tutti i giorni. Questo è il punto.
Si tratta ora di trovare le strategie per uscire da questa penosa situazione.
Noi alcune le abbiamo già trovate. E le ribadiremo nei prossimi post.
La mia impressione è che paradossalmente toccherà proprio agli immigrati digitali fornire le giuste chiavi di accesso al mondo rinnovato dalla neo-tecnologia digitale. E d'altra parte quel mondo digitale l'hanno creato proprio coloro che oggi sono definiti immigrati digitali.
Insomma.
I nativi digitali esistono ma... c'è chi è più nativo di loro.
Antonio Saccoccio

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lunedì, febbraio 23, 2009

Scuola passatista e presentista: preparare alla vita isolando dalla vita

La scuola passatista e presentista è bloccata da un drammatico paradosso: vorrebbe preparare alla vita isolando dalla vita.

I nostri ragazzi hanno bisogno di confrontarsi quotidianamente con il mondo in cui vivono. Non possono trascorrere 5-6 ore al giorno rinchiusi in stanze di 25 metri quadrati, seduti su una misera sediolina di legno, seppelliti in un mondo in cui si parla esclusivamente di periodi storici lontanissimi nel tempo e dalla sensibilità contemporanea.

Non ci può essere formazione dove c'è una scuola mummificata.

Sfondiamo le porte. Forziamo i cancelli. Apriamo ampi varchi luminosi ariosi alle giovani intelligenze.

Antonio S.

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sabato, settembre 13, 2008

Terzo Manifesto del Net.Futurismo

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giovedì, agosto 21, 2008

Contro i "copiatori"

- Contro i “copiatori” -
dal “Manifesto della Scuola Net.futurista”


"Copiare" è indubbiamente uno degli atteggiamenti più deprimenti e disgustosi per ogni futurista e net.futurista.
Il Net.Futurismo ha sempre cercato in ogni occasione di opporsi ad ogni tipo di copiatura e plagiarismo.
Sappiamo che la malattia di "copiare" dagli altri nasce negli individui ben presto. E uno dei luoghi in cui si afferma nelle sue forme più vili e utilitaristiche è a scuola.
I ragazzi più deboli, pavidi e disonesti hanno, in Italia e altrove, l'imbecille vizio di copiare dai ragazzi più brillanti gli esercizi di verifica da svolgere a casa o in classe.
E' opportuno ricordare quali sono gli effetti negativi di tale idiota consuetudine:
1. I “copiatori” si abituano ad appoggiarsi costantemente agli altri nei momenti di difficoltà, e in tal modo preparano per se stessi un futuro di subalterni.
2. I “copiatori” non si sforzano di superare le difficoltà, perdendo l’occasione di creare nuove strategie per risolvere i problemi.
3. I “copiatori”, confidando nell’aiuto altrui, non studiano, restando costantemente indietro nell’apprendimento.
4. I “copiatori” perdono progressivamente la propria autostima.
5. I “copiatori” non permettono al docente di verificare il loro grado di apprendimento e quindi impediscono allo stesso di fornire loro le strategie per il superamento di eventuali difficoltà.
6. I “copiatori” si affidano alla ripetizione del già detto, annullando le proprio capacità creative.
7. I “copiatori” diffondono tra i giovani il virus della viltà, dell’utilitarismo, della slealtà.

Studi recentissimi confermano che “copiare” a scuola è il sintomo di gravi carenze nella personalità di un ragazzo. Gli stessi studi dimostrano come gli studenti che non copiano siano nella vita ragazzi vincenti ed ottimisti, arrivando a definire “eroico” il loro comportamento. Noi sosteniamo con certezza che la forza e l’ottimismo di chi affronta i problemi da solo – a scuola come nel resto delle circostanze – rappresenta un modello per l’uomo nuovo net.futurista. “Copiare” è invece contro l’uomo sano, ottimista, energico e audace, che concepisce la propria vita come una sfida continua alle proprie possibilità creative.
Resta un unico caso in cui “copiare” a scuola può essere accettato: potrebbe rappresentare la ribellione di alunni futuristi ad una verifica giudicata inutilmente passatista. Solo a costoro noi guardiamo con evidente stima. “Copiare” solo in questo caso può essere un gesto di ribellione net.futurista.

Contro l’opportunismo, l’utilitarismo e il plagiarismo scolastico.

Antonio Saccoccio

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venerdì, marzo 28, 2008

Scuola: gli innovatori e i reazionari

A Roma e dintorni è finalmente nato il "Coordinamento Riqualificazione scuola pubblica", che ha tra le sue priorità la cancellazione immediata dell'O.M. n. 92 e il ripensamento globale delle strategie da individuare per il rinnovamento della scuola italiana. Che ne faccia parte un netfuturista è cosa fondamentale. Proverò in tutti i modi a portare avanti le nostre battaglie per una scuola aperta, dinamica, viva, critica, aprofessorale adogmatica apoliticizzata.
Il gruppo si è formato a partire da un'assemblea tenutasi al liceo Mamiani di Roma. Il progetto ha avuto una rapida risonanza e ha raccolto numerosi consensi.
E qui viene il bello.
Dopo pochi giorni, le forze reazionarie del paese (ultrareazionarie, diciamolo a chiare lettere) si sono organizzate immediatamente per passare al contrattacco.
E' chiaro che l'ipotesi di un gruppo qualificato e agguerrito di insegnanti liceali che prendono finalmente in mano la situazione e il destino della scuola italiana è visto come pericolosissimo da chi detiene il potere culturale da decenni in Italia, e che ha ridotto la scuola ad un cumulo di macerie, muffe e paludi.
Ed ecco che reagiscono. Sono veri reazionari d'altra parte. E' il loro mestiere reagire al nuovo.
Immediatamente abbiamo notizia che si è creato (miracolo!) un "Partito del merito e della responsabilità". Ora, già il nome è in pieno stile ancien régime. Merito e responsabilità! Capite? Come se ci possa essere qualcuno contro il merito e contro la responsabilità!
Ma leggiamo i firmatari di questa iniziativa:
Gian Luigi Beccaria, Giovanni Belardelli, Remo Bodei, Piero Craveri, Giorgio De Rienzo, Giulio Ferroni, Ernesto Galli della Loggia, Sergio Givone, Giorgio Israel, Mario Pirani, Lucio Russo, Giovanni Sartori, Aldo Schiavone, Sebastiano Vassalli, Salvatore Veca.
Eh sì! Come vedete, è il nuovo che avanza prepotentemente! Loro sì che ci diranno come deve essere la scuola del futuro!
Immaginate il nutrito drappello accademico che incorona Fioroni re dell'istruzione italiana!
Ma diamo un'occhiata al primo appello di questo ennesimo "partito" e leggiamo tra le righe (vi tralascio il resto perchè sono frasi talmente piene di nauseante retorica passatista che non vale la pena neppure di trascriverle):
"La polemica di questi giorni sugli “esami a settembre” e i corsi di recupero lascia intravedere, al di là degli indubbi problemi che le nuove norme hanno creato, una forte resistenza ad un cambiamento in questo senso".
Ora, i fatti sono questi. La polemica sugli “esami a settembre” e i corsi di recupero la sta conducendo proprio il neonato "Coordinamento Riqualificazione scuola pubblica", di cui vi ho parlato all'inizio di questo post. Questo coordinamento è nato per bloccare la politica reazionaria di Fioroni, che è sotto gli occhi di chiunque sappia qualcosa di scuola, didattica e pedagogia (dovrei aggiungere: di chiunque abbia un po' di cervello).
E ora cosa ci vengono a dire questi pseudo-intellettuali? Che noi vogliamo resistere al cambiamento! Avete letto bene. Il cambiamento sarebbe l'om n. 92 di Fioroni che ha ridotto in 6 mesi le scuole italiane in tristi bivacchi pomeridiani di ragazzi sfiduciati annoiati amebizzati? Il cambiamento per costoro sarebbe pensare "oh, la scuola di 20 anni fa! quella sì che era scuola! ritorniamo in fretta a quella scuola!!".
Questi signori stanno davvero esagerando. Dalle loro comode cattedre universitarie si lanciano in proclami avventati ponendonsi in contrasto con il primo vero movimento di insegnanti che nasce sotto la spinta di una tensione ideale forte, convinta e appassionante!
In questo paese davvero non c'è il senso della decenza. Chi ha il potere può permettersi il lusso di dire qualsiasi scempiaggine.
Come si può parlare in modo tanto populistico e superficiale di un'emergenza nazionale, come quella dell'OM n. 92, che - se non abrogata al più presto - rischia di paralizzare definitivamente quel filo di vita che resta nelle scuole italiane!
Come si può parlare in modo tanto reazionario di un campo come quello della scuola, che deve essere il primo ad affrontare le sfide del presente, proprio perchè sta costruendo, attraverso la formazione dei giovani, il futuro del paese!
Il Netfuturismo lotterà sempre:
- contro la paralisi della scuola italiana
- contro il sistema di potere culturale italiano
- contro la burocratizzazione dell'insegnamento
- contro l'indottrinamento
Per la scuola-vita
Contro la scuola-carcere
Antonio S.

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