LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

giovedì, ottobre 20, 2011

I tre grandi limiti degli indignados (e qualche consiglio per una ribellione radicale)

Siamo ancora tutti stupiti dalla capacità di organizzazione e mobilitazione dimostrata dal movimento che viene chiamato degli “indignati” (indignados per seguire la moda spagnola), che ha portato recentemente la contestazione nelle piazze di decine e decine di città di tutto il mondo. C’è da essere soddisfatti nel vedere finalmente la popolazione togliere il sedere dal divano e gli occhi dal televisore e contestare apertamente lo status quo. C’è da essere più che soddisfatti dalla dimensione mondiale che il fenomeno ha assunto in queste ultime settimane, risultato conseguito evidentemente grazie ai media interattivi-partecipativi contemporanei. Tuttavia la rivolta-contestazione a cui abbiamo assistito ci lascia con l’amaro in bocca e non ci sentiamo di affiancarla per come si è presentata. Di fronte alla realtà contemporanea, non possiamo essere e agire da indignati: dobbiamo intraprendere una strada estremamente più convincente e radicale.

Tanto si è scritto e tanto si è detto in questi giorni di questo movimento di contestazione. Si è detto e si è scritto tanto, e male. Male perché il solito cronachismo/sensazionalismo spiccio ha come sempre prevalso su qualsiasi attenta analisi del fenomeno. E allora fiumi di inchiostro sul movimento violento, sul movimento pacifico, movimento no-global, movimento anticapitalista, etc. fino a morire dalla noia.

Qui vogliamo mostrare, invece, i limiti evidenti della rivolta degli indignados, così come si è manifestata nelle ultime settimane. Le migliori osservazioni in questi giorni sono venute da chi non si è lasciato condizionare dall'agenda mediatica e ha percepito con chiarezza ciò che manca a simili proteste. A ben vedere, siamo di fronte a tipiche contestazioni postmoderne. Contestazioni sterili, forse addirittura innocue, e questo per tre motivi principali:

1. I movimenti di rivolta nell’epoca postmoderna mancano di un vero pensiero radicale alternativo al sistema di potere che intendono contestare. Manca sostanzialmente una reale contrapposizione ideologica. Se andiamo in giro a leggere i documenti scritti che figurano come “manifesti” di questo movimento di "indignati", ci si ritroverà subito nella miseria ideologica più totale. Tralasciando i vaghi e triti slogan anticapitalisti, si scoprirà che gli indignados sono in realtà gli esclusi, i precari, i disoccupati, coloro che non ce l’hanno fatta ad integrarsi nel sistema. Lottano perché le banche hanno esagerato, e reclamano che le cose funzionino meglio, ma non ci sono reali proposte per abbattere il sistema e costruirne uno nuovo radicalmente differente. Non c'è una visione globale alternativa, c'è soltanto una rivendicazione suggerita dalle condizioni del momento. La conferma che i contestatori sono parte del sistema che credono di voler abbattere arriva puntuale leggendo i documenti degli indignados. Sorvolando sulle banalità più sconcertanti, occorre fare attenzione alle obsolete e borghesissime rivendicazioni per il lavoro e addirittura per una maggiore istruzione/educazione. È evidente che la linea è quella della continuità con il sistema dominante. Questi esclusi non hanno ancora compreso che è proprio attraverso i canali consolidati dell’istruzione e del lavoro che il sistema continua a controllare con una certa tranquillità la situazione e a porre in rapporto di sudditanza la popolazione. Persino in momenti di contestazione come questi è tutto sotto controllo: gli appelli a lavorare e studiare di più da parte di chi contesta sono la conferma che non c’è nulla di pericoloso ancora per chi gestisce il potere. Prima di entrare nella palude postmoderna le avanguardie e le grandi contestazioni e rivolte del Novecento, dai primi decenni del secolo agli anni Sessanta, avevano ben chiaro che occorreva scagliarsi contro l’istruzione, contro la scuola e l’università, contro il lavoro. Si aveva ben chiaro che occorreva colpire al cuore il sistema per poterlo poi ricostruire su altre basi. Oggi sembra sia scomparsa quel tipo di lucidità e si inneggia vagamente ad un "cambiamento", e magari ad un abbattimento della mentalità economicistica, affidandosi paradossalmente proprio alle strutture di potere consolidate. Come se quella mentalità non uscisse fuori dalle nostre scuole e dalle nostre università! Come se la religione del lavoro fosse un principio indiscutibile da venerare!

2. Il secondo aspetto per cui le contestazioni postmoderne sono innocue è che si tratta di rivolte spettacolarizzate. Come si può vedere dai tanti filmati (ormai circolanti anche in rete) la partecipazione ad eventi del genere non è tanto sentita visceralmente, quanto indotta dalla caciara mass-mediatica che crea nei cittadini-spettatori quasi uno stato di trance per cui occorre esserci ad ogni costo per poter apparire nel grande evento mondiale (non si risentano coloro che hanno partecipato invece infiammati e infiammando, queste parole non sono rivolte evidentemente a loro). Ed è così che la gente si ritrova in piazza e per le strade e non sa bene cosa fare. Anzi, la prima cosa che fa è mettere mano alla macchina fotografica o al cellulare per fare foto e video, anche quando da fotografare e riprendere c’è solo il nulla di una folla aggregatasi mollemente e fiaccamente. Si è contenti di essere lì in quel momento. Da qualche anno la possibilità di viralizzare sui vari social network e su youtube questo drogante “c’ero anch’io” ha addirittura incrementato l’ansia di partecipare a questo tipo di eventi. Mezzi potenzialmente esplosivi (social network, blog, youtube) vengono così risucchiati dalla spirale spettacolare di matrice old-mediale, completando quello slittamento dall’essere all’avere all’apparire profetizzato decenni or sono da Debord.

3. Altro aspetto piuttosto deprimente è che queste contestazioni nascano solo in momenti di crisi finanziaria. Non bisogna essere troppo felici per questo tipo di rivolte, perché sono rivolte del ventre (e qui Marinetti docet). D’accordo, anche il ventre ha le sue buone motivazioni, ma non di solo ventre si vive. Un movimento lucido è in grado di percepire anche a stomaco pieno i limiti di un sistema di vita mortificante. Occorre ribellarsi ad un modo di vivere non perché affamati, ma perché istintivamente ben consapevoli che si possa vivere meglio. D’altra parte da affamati è anche difficile che si trovino soluzioni brillanti.

Per questi motivi le contestazioni postmoderne risultano tanto noiose. Non brilla l’individuo; non brilla il pensiero; non brilla l’azione. L’individuo si riunisce in folle, che diventano ben presto masse; il pensiero è assente; l’azione senza pensiero può essere solo vano teppismo.

Non siamo contro le folle, siamo per le folle agitate da grandi ideali. Ma le folle senza ideali diventano masse. E noi siamo contro le masse.

Per concludere riprendo le frasi finali del manifesto degli indignados, frasi che suonano deboli slogan, e che per questo occorre rapidamente correggere:

“Per quanto detto sopra, sono indignato. Credo di poterlo cambiare. Credo di potere aiutare. So che uniti possiamo. Esci con noi. È un tuo diritto”.

Se vuoi ribellarti a qualcuno e a qualcosa. Se hai dentro il fuoco. Se vuoi abbattere il vecchio e ricostruire un mondo nuovo. Non pensare a questo modo. Non usare queste parole. Colpisci al cuore il sistema e re-inventalo da capo. Torna vivo!

Antonio Saccoccio

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venerdì, settembre 30, 2011

Postmoderno? New Realism? Serve una terza avanguardia.

Il dibattito sul postmoderno ha avuto l’ennesimo ritorno d’interesse nelle ultime settimane, suscitando la solita selva di opinioni contrapposte. La contrapposizione più netta (almeno apparentemente) è stata quella tra Gianni Vattimo, storico sostenitore del pensiero debole, e Maurizio Ferraris, recente ideatore del “Manifesto del New Realism”. Poiché ho scritto e discusso più volte di postmodernità, agganciandomi anche ad altre questioni che ritengo ugualmente centrali, mi prendo ora la briga di entrare direttamente in questo dibattito. Leggendo lo scambio di battute tra Ferraris e Vattimo la prima impressione è quella che non ci sia nulla di così nuovo di cui parlare: siamo ancora fermi a discutere sulla nota affermazione di Nietzsche: “Non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni”. Da ciò che si può leggere Ferraris sembra in difficoltà nel dare concretezza alla sua nuova proposta. Il “new realism” (già la pochezza della scelta terminologica dovrebbe inquietarci) sembra ancora un’idea piuttosto nebulosa. Il problema nasce tutto da un sillogismo frettoloso da lui avanzato: noi viviamo in un’epoca pervasa dallo spirito postmoderno, l’epoca in cui viviamo è terrificante, quindi il postmodernismo è terrificante. In particolare il “populismo mediatico” è il terribile male che Ferraris attribuisce al postmodernismo. Ha ben ragione Vattimo a rispondergli che non c’è alcuna connessione tra postmoderno e populismo. Ferraris, magari per fomentare l’opinione pubblica, indica in Bush e Berlusconi le figure in cui detto populismo mediatico si è incarnato al meglio. Ora, a parte il fatto che il populismo mediatico non mi sembra l’unico dei problemi attuali, a parte il fatto che se si citano Bush e Berlusconi si devono citare pure Obama e Grillo e molti altri che di populismo mediatico sono espressione e interpreti accreditati, il problema sta tutto in quel legame tra populismo mediatico e postmoderno che Ferraris dà per scontato. Siamo così sicuri che pensiero debole e postmoderno generino automaticamente il populismo? Le cose stanno diversamente. Come ho affermato nel manifesto “Presentismo: ultima deriva dell’uomo contemporaneo” l’accusa non andrebbe genericamente rivolta al postmoderno, ma ad una certa interpretazione (anche qui interpretazioni) leggera del postmoderno stesso, interpretazione che ho definito con il termine “presentismo”, o altre volte “pensiero molle”. Secondo questa particolare visione del mondo (il presentismo appunto) non solo nel mondo non c’è una verità, ma le interpretazioni sono inutili, perchè tutto si equivale e non vale la pena neppure provare a cercarla la verità. Mentre quindi i migliori spunti della neoermeneutica possono condurre ad un mondo in cui il proliferare delle interpretazioni creano quella vitalissima ricchezza di punti di vista e visioni del mondo che unicamente può permettere al singolo individuo di liberare se stesso e incontrare serenamente l’altro, questo “pensiero molle” presentista conduce direttamente ad una penosa palude in cui tutto giace indistinto e privo di qualsiasi spinta vitale.

Si dovrà comunque ammettere che, se tutto ciò è accaduto, il pensiero debole e il postmoderno portavano (e portano) con sé il rischio di queste derive annacquate. L’errore però sta nell’attribuire frettolosamente tutto ciò all’intero pensiero postmoderno. La neoermeneutica e il postmoderno non sono teorizzazioni sballate, ma contengono al loro interno due errori fatali che occorre esaminare.

Innanzitutto neoermeneutica e postmoderno non potevano realizzarsi pienamente nel momento in cui sono stati teorizzati. Parliamo pure di Berlusconi, ma con cognizione e senza facilonerie (sono semplici interpretazioni anche queste). Abbiamo un uomo che fa parte di un’epoca in fase di estinzione, l’epoca televisiva; la telecrazia è un fenomeno degli anni Ottanta (e infatti in contesti simili bisognerebbe citare Reagan, non Bush), ed è legata ad un mondo in cui la televisione è il medium dominante. Non è un caso che il fascino di Berlusconi sia andato riducendosi, passando dalla brillantezza contagiosa del ’94 alla stanchezza deprimente degli ultimi anni. Non si tratta solo di un logorio fisico dovuto al naturale invecchiamento, è un segno evidente del fatto che Berlusconi è in fase declinante perché è declinante il paradigma telecratico a cui si è da sempre appoggiato. Qualcosa di nuovo sta emergendo. E non è il “New Realism”, ma una nuova fase dell’avanguardia artistica e socio-culturale, è la terza avanguardia. Le proposte del secondo Novecento di cui stiamo discutendo (e qui mi riferisco in particolare alla neoermeneutica e in parte anche al pensiero debole) non hanno fallito, ma sono state avanzate con troppa fretta da alcune avanguardie di pensiero, che hanno fatto i conti soltanto a tavolino, senza considerare la realtà con cui si sarebbero scontrati. L’errore è stato teorizzare tutto questo senza comprendere che non c’erano ancora le condizioni storiche perché tutto questo potesse trasformarsi in realtà. Questo è il rischio delle “avanguardie filosofiche” (mi sia concesso il quasi ossimoro), proposte da chi è capace di grandi salti in avanti di pensiero, ma perde troppo spesso il contatto sensoriale con il mondo reale e quindi finisce per il proporre qualcosa che in teoria potrebbe funzionare, ma in realtà si rivela fallimentare. Occorre il pensiero, ma è altrettanto fondamentale mettere alla prova la nostra sensibilità. Perché nel secondo Novecento la neoermeneutica e il pensiero debole non hanno vinto, ma hanno contribuito a generare il presentismo e il pensiero molle? La risposta sta nel mondo in cui vivevamo: fino a dieci anni fa il populismo mediatico che denuncia Ferraris si è potuto imporre perché i media dominanti erano televisione, stampa e radio (e non dimentichiamo il cinema). Mai un uso tanto massiccio di media di massa si era abbattutto sulla popolazione occidentale. La questione decisiva è che questi media, che generano e riproducono costantemente non solo il populismo politico ma anche tutto il pensiero dominante, sono tutti media che trasmettono in modo monodirezionale. Media, quindi, che non possono aiutare quella pluralità di punti di vista e interpretazioni che resta il punto forte del pensiero debole. Solo oggi, nel momento in cui i media di massa cedono gradualmente il passo (pur tra mille difficoltà, rischi e contraddizioni) ai media interattivi e partecipativi, le migliori intuizioni del postmoderno e della neoermeneutica possono realizzarsi.

Il secondo errore di cui postmoderno e il pensiero debole si sono resi responsabili è stata la negazione della possibilità della contrapposizione e quindi del superamento. Questo appiattirsi sulla dimensione del recupero e del riciclo è stata in parte una grande e positiva novità, ma alla lunga ha generato anch’essa un impaludamento. Nella condizione in cui siamo, le migliori intuzioni del postmoderno e del pensiero debole possono essere salvate – è questo il più grande paradosso – soltanto se una fase di avanguardia, appoggiandosi e prendendo a modello il paradigma che si è sviluppato a partire dalla rete globale, darà la spallata decisiva al mondo dominato dal sapere tipografico e televisivo, saperi gerarchici trasmessi senza una diffusa possibilità di confutazione e quindi negando la dimensione fondamentale della pluralità. Il problema dell’auctoritas resta sempre fondamentale, come ben vede Vattimo. La posizione di Ferraris sembra davvero una posizione di retroguardia, tesa al ripristino di un sapere controllato, anche se non ci capisce bene da chi.

Il postmoderno, ad indagarlo a fondo, può considerarsi come un ultimo risultato delle avanguardie novecentesche, che per prime posero sotto assedio il paradigma monolitico e accademico che rinchiudeva l’individuo in una serie di saperi tramandati da secoli, ma ormai, nell’era dell’elettricità e della comunicazione continua, completamente anacronistici. L’attacco del Futurismo alle accademie, alle biblioteche, al professoralismo, la sfida Dada all’Arte stessa, l’assalto del Situazionismo a tutte le strutture di potere: tutto questo doveva sfociare nella neoermeneutica e nel pensiero debole. E invece, per una serie di circostanze probabilmente non aggirabili, siamo piombati tra presentismo e pensiero molle. Il postmoderno, a dirla tutta, ha commesso il grande errore di negare tutto quello spirito di contestazione avanguardistico e radicale da cui era nato, e negando l’avanguardia e l’idea di superamento si è condannata al presentismo e all’impaludamento.

In ultima analisi, Ferraris non ha davvero nessuna possibilità di combinare qualcosa di buono con il suo “New Realism”, perché sta andando nella direzione della restaurazione, mentre occorre portare a compimento il superamento intrapreso già da un secolo. Oltrepassare l’esperienza postmoderna può essere possibile solo se ci rendiamo conto che l’avanguardia è una condizione indispensabile in un mondo che si trasforma tanto rapidamente. Se ci fermeremo a riflettere su questi aspetti, ci renderemo conto che il miglior postmoderno non è altro che una fase timida e indecisa di quell’avanguardia costante che ci tiene vigili, vivi e vitali da un secolo almeno.

Antonio Saccoccio

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martedì, luglio 06, 2010

E' nato il MIDBS, Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini Stirati

E' inutile nasconderci e far finta di nulla: siamo tutti stirati. Chi più, chi meno. Lavoriamo per sfamarci. Sgobbiamo per sopravvivere. E terminiamo i nostri giorni senza aver assaporato il gusto della vita.
Ci stirano e ci facciamo stirare per bene dal primo all'ultimo giorno della nostra esistenza. Si inizia da bambini all'asilo, e si continua sino a quando siamo vecchi all'ospizio.
Siamo un'umanità stirata, stiratissima.

E' necessario quindi intraprendere un progressivo cammino di liberazione dalle varie stirerie che abbiamo messo in piedi nei secoli. Famiglia, scuola, lavoro, arte, sport, media. Ognuno a suo modo è agente stirante, agente che rende piatta e monodimensionale la nostra umanità.

Noi netfuturisti siamo voluti partire dalla scuola, colpevole di stirare milioni di bambini e ragazzi ogni anno.
E siamo voluti partire da Venezia, la più simbolicamente passatista della città italiane.
Occorre ribellarci tutti alla stireria scolastica. Dall'asilo all'università è un susseguirsi di regole, divieti e dogmi che rimbecilliscono la naturale vitalità e il naturalissimo talento dei bambini e dei ragazzi. Tutti devono raggiungere gli stessi obiettivi, tutti devono sapere (e saper fare) le stesse cose. Tutti devono essere accuratamente e perfettamente stirati, pronti per le future stirerie che offrirà la vita.

Ed è per questo che Net.Futurismo ha creato il M.I.D.B.S. (Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini Stirati), che, in occasione del VeneziaCamp 2010 (e in particolare all'interno de La scuola che funziona CAMP), ha invitato a difendere coraggiosamente i bambini dalla Scuola e dagli altri agenti stiranti. I netfuturisti Antonio Saccoccio, Paolo Ciccioli, Gianluigi Ballarani ed Elisabetta Mattia hanno dato vita alla prima perferenza contro la scuola stirante.

Partiamo dai bambini, perchè è il caso di proteggere prima chi non è in grado di difendersi ancora da solo. Ma la nostra azione si diffonderà presto a tutta l'umanità stirata.

Tritiamo i ferri da stiro, tritiamo chi ci vuole stirare.

Antonio Saccoccio


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lunedì, maggio 03, 2010

Net.Futurismo - McLuhan - media - artista - artista con la a nana

Gran parte del lavoro del Net.Futurismo è da anni basato sulla comprensione dei rapporti tra uomo e media. Per portare alla luce i meccanismi nascosti che legano gli uomini ai diversi media elettrici occorre un enorme e incessante lavoro di scavo dentro e fuori di noi. L'unico modo per gestire la nostra vita completamente immersa nei media è comprendere le relazioni strettissime che l'uomo ha con le estensioni del proprio corpo e quindi gestirle nel migliore dei modi.
"If we understand the revolutionary transformations caused by new media, we can anticipate and control them; but if we continue in our self-induced subliminal trance, we will be their slaves". Questo sosteneva il nostro Marshall McLuhan nel 1969, ormai 40 anni fa. E aggiungeva: "An understanding of media's effects constitutes a civil defense against media fallout".
Inutile davvero continuare con idioti discorsi sull'uso buono o cattivo di un medium se si ignora in modo in cui quel medium ci trasforma ed estende le nostre capacità. Occorre studiare l'impatto dei media sulla nostra psiche e la nostra sensibilità. Per McLuhan era l'artista ad avere il compito di svelare questi meccanismi nascosti, intuendoli prima degli altri. Per noi net.futuristi è l'oltre-artista ad avere questa responsabilità, un artista con la a nana, che è soltanto un uomo attento finalmente a percepire i cambiamenti della propria sensibilità.

Antonio Saccoccio

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martedì, marzo 09, 2010

Mauro Marin e il Grande Fratello 10: un caso mediatico da studiare attentamente (parte quinta)

E' stata la serata di Mauro Marin. La serata del trionfo di Mauro Marin. Una finale del Grande Fratello anomala, perchè il vincitore era noto a tutti. Ampiamente previsto da tutti da almeno 2 settimane. Ma è stata una finale che ha anche confermato tutte le analisi mediatiche sul caso Marin.
Mauro Marin ha letteralmente dominato la scena, ormai consapevole del successo e delle sue doti di show man. Sereno e sicuro, ha persino affrontato spavaldamente il signore della Tv, Paolo Bonolis. Il presentatore romano, dopo aver oscurato totalmente la balbettante Alessia Marcuzzi, si è diretto con baldanza nella casa del Grande Fratello per giocare con i 4 finalisti. E' stato semplice per lui prendere simpaticamente in giro Cristina, Giorgio e Alberto, ma di fronte a Mauro Marin anche il frizzante Paolo Bonolis si è dovuto arrendere. Il "salumiere" veneto si è esibito in una performance notevole, rubando un paio di volte i tempi a Bonolis, che è rimasto sorpreso almeno in un'occasione (quando Mauro gli ha infilato beffardamente un anello al dito).
Superare la prova-Bonolis è stato un segno di grande consapevolezza e maturità per il vincitore del Grande Fratello 10. Bonolis con i suoi ritmi serrati e toni taglienti è in grado di mettere in crisi e rubare la scena a chiunque in televisione. Marin non solo non si è lasciato demolire, ma è persino riuscito ad essere brillante e spregiudicato.
A questo punto non resta che confermare che il gruppo facebook che ha portato Marin alla vittoria, gruppo che conta ormai 380mila iscritti, ha realmente visto giusto: il concorrente veneto ha realmente sbaragliato gli schemi previsti dalla produzione del Grande Fratello e potrebbe inaugurare un nuovo corso per questo reality. Il caso Marin potrebbe aver decretato la fine dei sentimentalismi telecomandati, delle pseudo-amicizie adolescenziali e delle lacrime scroscianti. Il popolo di internet questo ha voluto trascinando al successo il quasi trentenne di Castelfranco Veneto. Marin sin dalle prime settimane ha dimostrato di giocare con i compagni di casa, con le telecamere e con il pubblico a casa, smascherando la finzione televisiva in modo mai visto nelle precedenti edizioni del reality.
Di questo il popolo di internet, indubbiamente più evoluto del tipico pubblico televisivo, si è accorto immediatamente prendendo Mauro Marin come simbolo di un modo nuovo di fare televisione.
Ora Marin è finalmente fuori dalla casa. Ed è uscito da grande trionfatore. Ma ora lo attende la vita di tutti i giorni. Difficile, come per tutti i reduci dal Grande Fratello. Ma Mauro a quest'ora già sarà venuto a conoscenza di una cosa che difficilmente avrebbe potuto immaginare: la sua vittoria è stata voluta da un grande gruppo che si è riunito grazie ad internet per sostenerlo.
Mauro Marin può davvero diventare il simbolo di un nuovo modo di fare televisione e di una fase nuova dei rapporti tra tv e internet.
Antonio Saccoccio

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venerdì, marzo 05, 2010

Mauro Marin e il Grande Fratello 10: un caso mediatico da studiare attentamente (parte quarta)

Nella puntata del Grande Fratello del 1 marzo 2010 a pochi secondi dal termine della trasmissione ai 4 concorrenti finalisti è stata concessa, per la prima volta in 4 mesi, la possibilità di guardare, attraverso lo schermo posto in casa, ciò che accadeva negli studi in cui viene condotta la serata del lunedì: una grande inquadratura mostrava a Mauro Maurin, Giorgio Ronchini, Alberto Baiocco e Cristina Pignataro il pubblico che applaudiva negli studi. Ad ogni modo la regia regalava almeno un momento tecnicamente interessante, dal momento che i 4 reclusi per la prima volta non ricevevano più soltanto l’audio in diretta dagli studi, ma anche il video. Lo schermo televisivo mostrava ai telespettatori i concorrenti, che a loro volta guardavano attraverso un altro schermo il pubblico in studio. Di sicuro i 4 superstiti non potevano immaginare che soltanto pochi attimi prima lo stesso pubblico aveva scandito festante il nome dell’annunciato trionfatore di questa edizione del GF: Mauro Marin. Ma, a parte questo particolare, la vera sorpresa sarebbe stata mostrare ai finalisti un’altra immagine: immaginiamo se al posto del pubblico in festa fosse apparsa sullo schermo della casa una semplice finestra raffigurante il gruppo facebook pro-Mauro con i suoi 340mila fans in delirio. Una mossa decisamente troppo audace per qualsiasi regista televisivo.
Se si considerano gli attuari scenari mediali, simili soluzioni sono per ora assolutamente inimmaginabili. Sappiamo tutti che la televisione oggi tende sistematicamente ad oscurare le enormi potenzialità del medium internet. Quando in tv si parla del web lo si fa soltanto per mettere in evidenza fenomeni di degrado, che per giunta sappiamo tutti appartenere alla società intera, e non esclusivamente alle comunità che si creano su internet. Ci sono diversi intellettuali (o presunti tali) che portano avanti la tesi di una convivenza pacifica tra media di massa e new media in nome di non si sa quali compromessi. In realtà - lo ribadisco nuovamente - chi parla in questi termini è interessato alla conservazione dello status quo e non ha la minima intenzione di riconoscere ai nuovi media le potenzialità di destrutturare un sistema culturale secolare.
Gli old media hanno intuito già da tempo le enormi potenzialità della rete globale e si sentono ogni giorno morire: sanno di difendere il vecchio. A questo punto si presentano due strategie possibili:
prendere atto delle enormi potenzialità di internet e cercare forme di integrazione e ibridazione tra vecchi e nuovi media;
cercare di oscurare sistematicamente internet, o parlarne in termini negativi.
Ora è chiaro che il sistema televisivo, probabilmente perché gestito da individui che hanno fatto carriera proprio grazie alla vecchia mentalità gerarchica e autoritaria, ha scelto questa seconda via, dimostrandosi incapace di gestire l’improvvisa esplosione del web e di prendere le adeguate contromosse.
Ma il web incalza e il caso Mauro Marin è lì a dimostrare che se gli old media continueranno ad opporsi alla prima naturale soluzione (la cosiddetta ri-mediazione), non ci potrà essere che uno scontro frontale tra vecchio e nuovo, uno scontro che è destinato a durare ancora qualche anno e si risolverà comunque con il trionfo del nuovo medium, tecnicamente troppo più evoluto dei precedenti.
A questo punto, nel caso specifico di cui ci stiamo occupando, la produzione del Grande Fratello dovrebbe ammettere la potente influenza di internet (e in particolar di Facebook) sull’intera evoluzione di questa decima edizione. E di conseguenza si aprirebbe uno scenario nuovo e di grandi possibilità di evoluzione per questo format televisivo.
Ignorando invece l’intervento decisivo di internet e di facebook per il trionfo di Marin, si va verso la definitiva agonia del Grande Fratello, che già da anni è stato in crisi e solo quest’anno grazie all’exploit di Mauro e alla costituzione del gruppo facebook in suo favore è riuscito a tornare ad avere la visibilità che aveva avuto solo nella prima edizione con il fenomeno Taricone (ma in quel caso era decisivo anche il classico effetto wow causato dalla novità assoluta).
Già da 2 settimane l’esito della trasmissione appare scontatissimo, poiché il gruppo pro-Marin è talmente ben organizzato sul web da essere in grado di garantire percentuali bulgare al televoto. La vittoria - o meglio il trionfo - di Mauro Marin è ormai cosa certa, il web ha ampiamente messo le mani sulla televisione. Qualcuno potrebbe obiettare: “sì, ma alla fine i soldi li hanno guadagnati quelli che lavorano in televisione e li hanno spesi coloro che stanno sul web”. Verissimo, ma finora per le produzioni televisive il prezzo da pagare per il successo economico era stato nullo. Con il caso-Marin per la prima volta il danno di immagine che la trasmissione ne ha avuto è stato enorme, poiché il web ha rovesciato l’ennesimo banalissimo teatrino preparato a tavolino dai guru del vecchio schermo.
Anche il cosiddetto popolo del web dovrà scegliere la linea da seguire. La manovra pro Mauro Marin inventata quest’anno avrà un senso solo se resterà un segnale forte mandato alla produzione del GF, e alle produzioni televisive in generale. Un segnale che ha avuto e dovrà avere ancora questo significato: smettete di trattare il pubblico come una massa indistinta di imbecilli, non ci preparate più spettacoli ridicoli e penosi sentimentalismi da soap-opera, perché noi vogliamo concorrenti abili, spregiudicati e liberi di fare il loro gioco, non burattini con un copione già scritto.
Se il prossimo anno, invece, la trasmissione non registrerà nessun miglioramento in senso tecnico e magari tornerà a privilegiare amorazzi e tradimenti vari e ripetuti, e si costituiranno gruppi facebook di fans che tiferanno per l’uno o per l’altro concorrente andando ad ingrassare con il televoto chi già grasso è, allora avranno avuto ragione coloro che già da ora sostengono che l’unico vincitore del caso Mauro Marin è il vecchio sistema televisivo.

In ogni caso il caso Marin è destinato ad essere uno spartiacque decisivo per gli sviluppi non solo del Grande Fratello, ma più ingenerale dei rapporti tra televisione e internet.
D’ora in poi dovremo distinguere un Grande Fratello pre-Marin e un Grande Fratello post-Marin.
Anzi. Probabilmente avremo una televisione pre-Marin e una post-Marin.
Ma questo si vedrà tra qualche mese.

Antonio Saccoccio

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sabato, febbraio 27, 2010

Mauro Marin e il Grande Fratello 10: un caso mediatico da studiare attentamente (parte terza)

Il caso Mauro Marin è - lo ripetiamo ancora - un vero e proprio caso mediatico. E quello che è accaduto in questi mesi attorno alla sua partecipazione al Grande Fratello può rappresentare una svolta nei rapporti tra i diversi media coinvolti.

Analizzando attentamente quanto è accaduto e sta accadendo in questa 10a edizione del Grande Fratello, ci rendiamo conto che la trasmissione è diventata ormai un prodotto pluri-mediale, inter-mediale. Osserviamo attentamente tutti i media coinvolti e analizziamo cosa sta accadendo. Da una parte c'è il setting della casa, con telecamere e microfoni ovunque che riprendono e rimandano in tempo reale immagini e suoni. Dall'altra c'è la trasmissione del lunedì sera, con un altro setting, costituito da ospiti, concorrenti eliminati, parenti dei concorrenti, pubblico, conduttrice, opinionista, con telecamere, microfoni e maxischermi. Il lunedì vengono rimandati spezzoni della settimana appena conclusa e ci si collega in diretta con la casa, creando interazione tra le due location. Inoltre, a volte sono i concorrenti stessi della casa a poter guardare, sugli schermi posizionati in casa, alcuni video precedentemente registrati in altri contesti.

Altro medium coinvolto è il cellulare/telefono, fondamentale per il televoto.

Fino a questo punto c'è la catena mediale prevista dalla produzione. Tutto, o quasi tutto, è gestito in modo centralizzato e gerarchico. C'è la produzione che comanda e decide, ci sono i concorrenti-attori che seguono le direttive della produzione, ci sono i conduttori/opinionisti che obbediscono anche loro alla linea della produzione. Tutto è quindi prevedibile, tutto va come deve andare. Il risultato è un programma noiosissimo e melenso. Una sorta di telenovela mal recitata e con la pretesa di essere qualcosa di diverso.

In questo schema di ampia prevedibilità si innestano solo 2 elementi non completamente controllabili: il pubblico in studio e il televoto. Il pubblico in studio, nonostante sia piuttosto pilotato, a volte reagisce in modo umorale, e qualche volta va persino contro il copione previsto dalla produzione-conduzione, causando le reazioni indignate della conduttrice, che in quei casi si irrigidisce improvvisamente richiamando il pubblico all'ordine (agli ordini!).

Il televoto resta l'unica variabile davvero importante. Ma qui la produzione ha comunque tutto da guadagnare, in quanto, anche se il pubblico dovesse eliminare uno dei concorrenti che la produzione ritiene indispensabili, alla fine converrà sempre seguire il volere degli spettatori, che sono comunque quelli che portano audience e quindi pubblicità.

A questo punto accade quello che non è stato previsto dalla produzione. Su questi media si innesta il nuovo medium per eccellenza: internet. E in particolare arriva il social network più diffuso: facebook. Il nuovo medium diventa l’aggregatore di un potere collettivo sempre crescente, un gruppo di individui che si uniscono in una rete che aumenta giorno dopo giorno esponenzialmente. Ed ecco che i conti non tornano più, perchè sul web ci si auto-organizza dal basso, in base ad obiettivi condivisi, non ci sono più pochi che comandano e decidono per tutti. Per fare network bisogna essere d'accordo, altrimenti non se ne fa nulla. Nel gruppo facebook pro Mauro Marin, compattissimo, ci sono ormai oltre 300.000 fans, e non ci sono pressioni di nessun tipo, il gruppo si autoregola e automodera. Ma la cosa più rilevante per il nostro discorso inter-mediale è il fatto che il gruppo agisce pesantemente e in modo compatto sul televoto. Quindi a partire dal medium internet (incontrollabile), attraverso il medium telefono/cellulare (solo parzialmente controllabile), si va ad influenzare profondamente il medium di massa televisivo (pienamente controllabile). Il vecchio modello gerarchico-piramidale della televisione è costretto a subire il potentissimo influsso del modello reticolare aggregativo e interattivo della rete. La conduzione e la produzione hanno dovuto così progressivamente abbandonare il loro schema che prevedeva il solito teatrino costruito su sentimentalismi lacrimosi e ha ceduto alla domanda del popolo di internet, che continua a chiedere qualcosa di nuovo, trovando incarnati i propri desideri in una figura irriverente sfuggente dirompente: Mauro Marin.

Ho voluto descrivere l'intreccio dei media per porre sotto gli occhi di tutti la grande questione della contemporaneità: la presenza costante nella nostra vita di media di ogni tipo, media che non sono affatto neutri e puramente strumentali, come qualcuno ancora si ostina a dire. In realtà i media trasmettono con il loro stesso funzionamento un messaggio preciso. La televisione, fulcro dei mass-media monolitici centralistici gerarchici monodirezionali, partorisce la produzione e la conduzione di trasmissioni come il GF pre-Marin. Il web, in cui dominano complesse logiche reticolari anarchiche multidirezionali, in questi mesi ha prodotto tramite il caso Marin la richiesta di una televisione radicalmente nuova. Una televisione che abbia al suo interno una logica più vicina al paradigma della rete, una televisione non più medium centrale, ma medium tra i media.Il caso Marin potrebbe quindi costituire il punto di svolta per la televisione e il suo format più evoluto, il Grande Fratello. La televisione potrà accettare la sfida, rinnovandosi e traendone una lezione e spunti per il futuro, oppure potrà chiudersi e tornare al GF pre-Marin cercando di limitare le interferenze degli altri media. Il secondo caso costituisce ovviamente un suicidio dal punto di visto tecnico.

Per chi crede come noi che il caso Marin possa smuovere le acque torbide della televisione italiana, non resta che spingere fortemente su quello che sta accadendo, non abbassare la guardia e fare in modo che Mauro Marin possa diventare il simbolo di una fase nuova nella storia dei media italiani, e non semplicemente un simpatico e intelligente goliarda.

Tutto quello che è successo non è solo merito di Mauro Marin, ma anche del popolo del web che si è riunito attorno a lui. Questo Mauro Marin non lo sa ancora, ma sarà un bene per lui rendersi conto subito, quando l'8 marzo uscirà dalla casa del GF da trionfatore, di essere diventato un simbolo per centinaia di migliaia di italiani. Il simbolo di una svolta. Una svolta che, paradossalmente, parte dal web, e non dalla televisione. E anche questo Mauro Marin non può proprio aspettarselo.

Antonio Saccoccio

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martedì, febbraio 23, 2010

Mauro Marin e il Grande Fratello 10: un caso mediatico da studiare attentamente (parte seconda)

I grandi consensi riscossi dal mio post sul caso Mauro Marin erano in qualche modo prevedibili, ma non nella misura che oggi ho registrato. Non potevo aspettarmi di certo 5 mile visite in poche ore, link a centinaia di profili e gruppi facebook, a molte pagine del forum del grande fratello e altri forum simili.
Ma quello che mi spinge a tornare sull'argomento Marin e Grande Fratello non sono certo i numeri. Torno sull'argomento solo dopo aver letto i numerosi commenti che ho avuto qui sul mio blog, e un po' ovunque sul web (facebook, forum, blog, etc.).
Ebbene, letti i commenti degli internauti fan di Marin, devo aggiungere che probabilmente le dimensioni della ribellione mediatica sono anche (e per fortuna) superiori a quanto io stesso avessi previsto. Mi spiego. I commenti rivelano un grado di consapevolezza piuttosto alto. Tra i fan di Marin c'è gente che usa il cervello e lo usa bene, perchè si rende benissimo conto di quello che è accaduto (e qui sto parlando del lato tecnico, del funzionamento del gioco a livello mediale).
Certo, se si legge il gruppo facebook c'è anche chi è palesemente ignorante e becero, ma la cosa interessante è che alla fine prevale sempre la ragionevolezza, la simpatia, il gioco.
Questo è molto importante, anzi è uno degli aspetti più importanti dell'intera vicenda.
Dato che la televisione si sforza costantemente di denigrare internet (e soprattutto il diabolico facebook!) dipingendolo come un covo di malati e delinquenti, analizziamo come stanno le cose in modo assolutamente distaccato.
La trasmissione. Dopo 120 giorni, il Grande Fratello 10 risulta essere un concentrato dei peggiori difetti dell'umanità: livore, invidie, odi, menzogne, meschinità, insulti continui. E' un gioco, eppure 6-7 concorrenti stanno dando prova di odiare un altro concorrente. E non hanno nessuna pietà, per chi ha un minimo di sensibilità è facile accorgersi del loro livore nei confronti di Marin. Tutti coalizzati in branco. In studio i commenti sono di una violenza e mediocrità inaudita, dai conduttori che non sanno come alzare l'audience e mettere in difficoltà i più deboli (il modo in cui trattano il povero George è umanamente vergognoso, e anche in questo avrebbero molto da imparare dalla leggera presa in giro di Marin), ai vari parenti dei concorrenti, ai concorrenti stessi (alcuni di una meschinità davvero inaudita).
Di fronte all'esplodere di tanta stupidaggine, la produzione non fa nulla, anzi è la produzione e la conduzione a fomentare l'idiozia e la meschinità. E nelle altre trasmissioni televisive in cui compaiono i personaggi del Grande Fratello, il copione non cambia. Tutto è organizzato in modo da fomentare l'esplosione della mediocrità collettiva. Il piano di costoro è semplice: produrre immondizia perchè (secondo loro!) il pubblico è immondizia.
E poi c'è il gruppo Facebook. Qui abbiamo ormai oltre 250.000 individui, di varia età, varia estrazione sociale e culturale, che si sono uniti spontaneamente per portare avanti una causa: difendere Mauro Marin e fargli vincere il Grande Fratello. E' un gruppo di proporzioni spaventose, che cresce al ritmo di 15.000 fans al giorno. Un gruppo in cui tutti possono scrivere di tutto. E ci sono commenti ingenui e insulti imbecilli, sorrisi e urla di soddisfazione, ci sono strategie precise e osservazioni banali, accuse infondate e analisi eccellenti. C'è tutto il mondo in quel gruppo. Eppure, di fronte ad insulti grevi e volgarità partorite da idioti, si alza alla fine la voce del gruppo, della rete, che proclama: basta insulti, dobbiamo essere un modello. E' l'amministratore stesso del gruppo (che ricopre in network del genere una funzione fondamentale) ad intervenire con prontezza annunciando che chiunque continuerà ad insultare gli avversari di Mauro sarà cacciato dal gruppo. Ecco il gruppo, ecco la rete che si autoregola in modo virtuoso. Senza contare l'abilità con cui il gruppo si auto-organizza al momento del voto, davvero una perfetta macchina da guerra.
Tutto questo dimostra in modo inequivocabile la netta superiorità dell'organizzazione reticolare presente sul web rispetto a quella gerarchica piramidale dominante nel medium televisivo.
In televisione tutto può essere controllato, eppure non si riesce ad evitare che trionfi l'odio e la meschinità. Anzi, per anni nel Grande Fratello è stato il trionfo della meschinità. Sul web, invece, i meschini e gli imbecilli sono automaticamente ignorati e messi da parte (e il gruppo facebook per Marin lo dimostra). Non solo! Il gruppo interviene direttamente pilotando la trasmissione televisiva in modo che non vincano più i meschini.
Insomma, la libertà e l'organizzazione reticolare dimostra che il modello centralizzato autoritario della tv non solo è superato, ma è ormai socialmente disastroso.
La televisione continuerà ancora per qualche anno a proporci l'immagine del web come covo di malati mentali, mentre il web continuerà ad evolvere e a prendere forza, schiacciando gradualmente ogni resistenza da parte dei vecchi media autoritari.
Quello che è successo con Mauro Marin e il gruppo facebook dei suoi intelligenti fans è una pietra miliare nella storia dei conflitti tra web e tv.

Aggiorniamo allora il risultato: web batte televisione 4 a 0.
(ai fans di Marin: vi ricorda qualcosa questo punteggio?)
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Antonio Saccoccio
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p.s. in questo momento il gruppo facebook ha toccato le 256.000 unità e il sondaggio sull'attuale -nomination è ancora una volta perfettamente in linea con la strategia del gruppo.
aggiornamento: ad ulteriore conferma di quanto detto sopra, ora sulla bacheca del gruppo facebook si legge il seguente avviso: OFFESE DI NESSUN TIPO SARANNO PIU' TOLLERATE, GLI INFILTRATI SAPPIANO CHE IN CASO DI COMMENTI O FOTO OFFENSIVE, SIAMO PRONTI A FORNIRE I LORO DATI A CHIUNQUE LI CHIEDA O A PRESENTARE DENUNCIA SCRITTA PRESSO LE AUTORITA' COMPETENTI.RICORDIAMO L'UNICO OBIETTIVO:VOTIAMO MAICOL

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Mauro Marin e il Grande Fratello 10: un caso mediatico da studiare attentamente

Il Grande Fratello è forse l'ultima idea che il medium televisivo abbia saputo creare. Riesce a vantare ormai 10 edizioni in Italia e la sua storia, dopo la prima edizione esplorativa avventurosa ed esplosiva (ricordate Pietro Taricone?), si è trascinata per un decennio stancamente, con personaggi modestissimi e copioni strappalacrime.
In effetti l'idea del Grande Fratello è invece assolutamente geniale. Mettere in gabbia e far scrutare 10-15 individui dalle telecamere per mesi e mesi costituisce probabilmente il migliore esperimento condotto sul medium televisivo.
Il problema vero è invece stata sempre la conduzione, la regia e la conduzione del Grande Fratello, affidate a figure che non hanno mai capito le potenzialità del format. Si sono intestarditi ad inscenare amori e amorini patetici tra persone mediocri, invece di far progredire continuamente le strategie di gioco.
Ma quest'anno qualcosa in questo noiosissimo meccanismo si è rotto. Edizione n. 10, per caso. Il protagonista è un certo Mauro Marin, che nel giro di 3 mesi è riuscito a causare la nascita su facebook di un gruppo di fan di dimensioni spropositate. A quest'ora conta 235.000 fan. Più del gruppo dei fan di Silvio Berlusconi, tanto per capirci. E in alcuni momenti della giornata il suo gruppo aumenta di un fan al secondo!
Ma la cosa più interessante a livello mediale è sicuramente il fatto che Mauro Marin, dotato di un intuito decisamente superiore rispetto agli altri membri della casa, ha causato un cortocircuito nei meccanismi previsti dalla produzione.
Il meccanismo per 10 edizioni è stato il seguente: nella casa i concorrenti si affannano a dimostrare di essere "veri", cioè di non recitare un copione e di mettere in campo reali sentimenti. Questo è testimoniato dal fatto che l'accusa più frequente tra i concorrenti di tutte le edizioni è stato sempre il patetico "tu sei falso!".
Quest'anno Mauro Marin ha fatto saltare, in modo a mio avviso anche inconsapevole, questo meccanismo.
Marin ha iniziato nelle prime settimane ad avere un comportamento decisamente fuori dagli schemi. Invece di cercare di relazionarsi forzatamente con tutti, ha letteralmente sfruttato la situazione per giocare e basta. In particolare alcune prese in giro a personaggi grotteschi di questa edizione hanno fatto immediatamente diventare Mauro il preferito dal pubblico. Inoltre Mauro ha più di una volta guardato direttamente le telecamere, in modo ammiccante, furbo e sornione.
Per la produzione e la regia, che hanno sempre mirato a presentare il Grande Fratello come una trasmissione in cui ci sono frammenti di vita reale, molti di questi atteggiamenti di Mauro Marin sono risultati imprevisti. Per diverse settimane hanno tentato di criticare comunque gli atteggiamenti dell'outsider, ma alla fine hanno finito per cedere anche loro al volere del pubblico.
Il problema è che il pubblico in questo caso si è dimostrato molto più evoluto rispetto alla produzione e alla conduzione del reality show.
Vi spieghiamo meglio.
Mauro Marin, a mio avviso - lo ripeto - inconsapevolmente, ha messo in discussione il principio imbecille su cui si sono rette le passate edizioni del Grande Fratello. Come abbiamo già detto il principio era che i concorrenti dovevano dimostrare di essere "veri", accusando gli altri concorrenti di essere "falsi". Hanno pensato per 10 anni che questo fosse il fine della trasmissione. Ora se si analizza il programma non c'è niente di più stupido di questo. I concorrenti sono spiati giorno e notte da telecamere e hanno il compito di vincere il gioco: la situazione non ha quindi nulla di "vero" e non c'è nulla di più stupido di far finta che la situazione sia "vera". In pratica la persona che il pubblico sente oggi più vicina (Mauro Marin) è la persona che non ha nessuna smania di dimostrare di essere "vero", mentre gli altri lo accusano di essere "finto" e "falso". In realtà è realmente così. Ma la cosa in quel contesto non è affatto un demerito, perchè in una situazione artefatta come la vita coatta in una casa-laboratorio è perfettamente normale non comportarsi come ci si comporta all'esterno in una situazione normale. Ora la gente che si è innamorata di Marin tutti questi ragionamenti non li fa, ma ha istintivamente percepito che è lui ad essere nel giusto e gli altri a sbagliare. Non si erano mai viste prima d'ora percentuali tanto plebiscitarie coem quelle espresse a favore di Marin. Le percentuali di preferenza superano abbondantemente il 50%. Questo significa che tutti gli altri concorrenti messi insieme non si avvicinano neppure alle preferenze ottenute dal solo Marin. C'è qualcosa che va oltre la simpatia del personaggio. E questo qualcosa è proprio la rottura e il superamento degli schematici comportamenti mediali precedenti.
Il caso Mauro Marin è un caso emblematico di quanto il medium televisivo sia poco esplorato. Il Grande Fratello avrebbe potuto essere un ottimo laboratorio per indagare le potenzialità di sviluppo della televisione, e invece si è trasformato in questi anni in una variante delle più noiose telenovele.
Ma c'è di più. Il pubblico per la prima volta forse si è dimostrato molto più evoluto dei produttori e dei conduttori stessi. E il motivo è presto detto: il pubblico che preferisce Maurin è un pubblico internauta, un pubblico che a livello mediale è un pezzo avanti rispetto all'homo televisivo. E' la prima volta infatti che in modo così evidente i conduttori cambiano il giudizio su un concorrente in seguito alle preferenze del pubblico. Non c'è più la televisione che comanda, ma un gruppo auto-organizzato che sul web decide le sorti della trasmissione. Un gruppo facebook che comanda chi bisogna eliminare, chi bisogna votare, come e quando far sentire il supporto al proprio idolo. Certo, si parla sempre di persone che spendono decine di euro, facendo ingrassare la produzione, che spesso non hanno capito nulla di tutto quello che stiamo spiegando, ma si tratta pur sempre di individui con una sensibilità assai più evoluta di chi preferisce il tale personaggio perchè si dimostra modesto o affettuoso o (peggio ancora!) "vero".
Il caso Mauro Marin ha dimostrato che la gente non vuole concorrenti che si sforzino di essere "veri", ma concorrenti che giochino con il mezzo televisivo e facciano divertire.
Il caso Mauro Marin, e il gruppo facebook ad esso collegato, dimostra che il Grande Fratello, che continua ad essere la trasmissione televisiva tecnicamente più evoluta, è pronto per il grande salto. Finora la produzione ha scelto volutamente persone ignoranti e mediocri credendo che il pubblico fosse ignorante e mediocre. Quest'anno il pubblico ha mandato un messaggio: la gente ha voluto Marin, perchè vuole gente intelligente dentro quella casa. Occorre finalmente far partecipare al programma persone dotate di intelligenza ed intuito, per vedere fino a che punto si può arrivare nell'esplorare le possibilità del gioco.
Anche stavolta web batte televisione 3 a 0.
Antonio Saccoccio
P.S. per la cronaca mentre scrivevo questo post i fan sono ormai quasi 237.000.

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sabato, settembre 13, 2008

Terzo Manifesto del Net.Futurismo

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domenica, agosto 10, 2008

Avanguardia e media: qualche riflessione con G. Celant

Non smetteremo mai di ripetere che oggi l'artista, e il creatore in genere, deve confrontarsi costantemente con i nuovi (e i vecchi) media.
Le avanguardie hanno fatto sempre questo, a partire ovviamente dalla prima avanguardia storica: il Futurismo.
Ecco come Germano Celant ricorda quel momento:
"Con il futurismo i linguaggi si trovano soggetti a un processo energetico che non si lascia racchiudere in un solo modello rappresentaticvo e in un solo medium. L'eterogeneità e lo sconfinamento, con il loro lavoro di correlazione, di moltiplicazione e di irradiazione, sono gli assunti generali su cui si è basasta l'originalità delle affermazioni.
E' evidente che dalla fine del diciannovesimo secolo, quando si stabiliscono le prime fondamenta di una società dell'informazione e della comunicazione, come quella dovuta alla nascita del cinema e della registrazione sonora, dai fratelli Lumière a Thomas Alva Edison, o alla ripresa fotografica con Louis Daguerre e Henry Fox Talbot e alla veicolazione elettrica dei suoni, via telefono e poi via radio, con Guglielmo Marconi, la ricerca artistica cambia di segno per adeguarsi alle nuove tecniche di registrazione visiva. La creatività che si era affidata a strumenti tradizionali, dal pennello al colore, dallo scalpello al bulino, e alla successiva esecuzione in marmo o in fusione metallica, viene spinta a interagire con una fattualità preindustriale, che implica operazioni complesse e concettuali, quanto comporta il concetto di riproducibilità e di veicolazione, in territori lontani del prodotto. [...]
Quanto viene celebrato nei manifesti e nelle opere futuriste, e in seguito nei lavori dadaisti e surrealisti, è un'esteriorizzazione dell'arte, che si appropria delle performance di altri media, così da non produrre più oggetti da decoro, come possono risultare pitture e sculture, ma da tendere alla creazione di una "verrtigine" che travolga il pubblico, quanto la ricerca stessa. [...] I futuristi italiani e russi intervengono allora nella politica e nel cinema, nel design e nell'architettura, nella muscia e nella definizione dei nuovi media della comunicazione di massa, come i giornali, le riviste e la radio, tutto al fine di ricostruire l'universo, sociale e culturale, secondo una visione del futuro".
Oggi l'attenzione ai media è forse addirittura superiore a quella che si aveva un secolo fa. I media dominano la vita dell'uomo del Duemila. E l'artista (l'artista d'avanguardia, perchè qui si parla di questo) deve porsi seriamente in posizione analitica, riflessiva e critica nei confronti dei nuovi media (e anche dei vecchi). Per questo il net.futurismo propone di concepire la creazione integrale, in cui ormai l'artista non si pone più il problema se sta creando sculture, installazioni, performance, video art, net art etc. L'artista crea e basta, impiegando tutti i mezzi che oggi ha a disposizione per sviluppare al massimo la propria creatività. Ancora una volta si esce dall'artigianato per entrare nei territori sconfinati di una totale libertà creativa.
Antonio S.

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venerdì, febbraio 22, 2008

La sfida al presente

Il Net-Futurismo, fondato sul web da un gruppo di audaci ribelli italiani, è un movimento di rinnovamento globale e radicale della nostra società. Il Net-Futurismo è un movimento Antidogmatico Antiutilitaristico Antiprofessorale Antimuseale, esalta gli slanci ideali e visionari, l'arditezza impavida e la furia generosa e creativa.
Il Net-Futurismo critica e condanna tutti i buonismi quietismi diplomatismi affarismi che avvelenano l'uomo contemporaneo ed esorta tutti a liberarsi da ogni condizionamento servile e risvegliare finalmente il proprio istinto eroico creativo.
Il Net-Futurismo non riconosce realtà azioni idee immobili e immutabili. L'ultima rivoluzione neo-tecnologica, nostra nuova enorme alleata, ci aiuterà a spazzare via rapidamente e definitivamente l'antico Passatismo nostalgico autoritario e l'inerte Presentismo rinunciatario lassista.
E' necessario Rovesciare Ribaltare Rivoluzionare la mentalità corrente.
Abbandoniamo la ricerca del facile e grigio consenso mediatico e inseguiamo tutti i nostri sogni più impossibili!
Opponiamo finalmente al viscido rampatismo dei mediocri la nostra sfida - limpida intrepida sprezzante - al potere e l'eccitante rischio del fischio!
Antonio S.

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martedì, gennaio 22, 2008

Gli sfruttatori del futurismo

Nel 1914 venne proiettato il film Mondo Baldoria, con la regia di Aldo Molinari. Il film non era futurista, ma era ispirato al manifesto Il controdolore di Aldo Palazzeschi e conteneva elementi che dichiaratamente si rifacevano al futurismo. All'uscita F. T. Marinetti diffuse un volantino intitolato "Gli sfruttatori del futurismo", in cui attaccava non solo la pellicola in questione, ma anche tutti coloro che in quel periodo tentavano di sfruttare il successo che otteneva il movimento futurista. Leggiamo qualche brano da questo testo, come sempre incisivo e perfettamente fedele all'intero pensiero marinettiano.
Gli sfruttatori del futurismo
"Noi teniamo a dichiarare che non abbiamo in alcun modo partecipato all'invenzione, all'esecuzione e al commercio di una cinematografia che circola in Italia destando curiosità per il suo titolo abilmente fabbricato: «Mondo Baldoria, prima pellicola futurista». In questa film furono introdotti dei frammenti del Pathé Journal dove figurano le nostre persone, in modo che il pubblico attribuisce a noi la suddetta film. Respingiamo sdegnosamente la responsabilità di tutte le ignobili contraffazioni teatrali e balordaggini scritte e dipinte che molti, in mala fede e a scopo di lucro, gabellano per manifestazioni futuriste".
[...]
Le contraffazioni si moltiplicano, ora che il futurismo, celebre nel mondo, è diventato un'etichetta rimunerativa. Noi riceviamo tutti i giorni proposte grottesche, espresse con un entusiasmo che ci fa schifo, da parte di gente che dopo averci insultati, vilipesi e derisi, vorrebbe oggi, per speculazione, farsi banditrice del Futurismo.
La venalità che anima costoro e la pecoraggine delle loro ammirazioni tardigrade, li caratterizzano come i più terribili nemici del Futurismo che ha per elementi essenziali il disinteresse eroico e l'intuizione divinatrice. Dopo aver speculato sul culto del passato, questi passatisti mascherati vorrebbero ora speculare sugli entusiasmi futuristi.
Il Futurismo, come tendenza antitradizionale, rinnovatrice e stimolatrice del genio italiano, è vastissimo, ha gradazioni infinite e abbraccia una grande varietà di temperamenti più o meno futuristi.
Noi esortiamo i nostri veri amici a non lasciarsi sedurre dalle inevitabili proposte di Serate che i nuovi speculatori del Futurismo fanno a loro, come le fanno a noi coll'unico scopo di lucrare, prostituendo il Futurismo in grandi chiassate teatrali".
Ho evidenziato volutamente in rosso i continui attacchi che Marinetti compie contro la mentalità utilitaristica e mercantile, che vorrebbe approfittarsi dei successi del Futurismo per ottenerne vantaggi e visibilità personale.
La battaglia di Marinetti contro gli sfruttatori del futurismo è durissima.
Questa battaglia resta uno dei punti più nobili e attuali della battaglia di Marinetti.
Mai inchinarsi all'utilitarismo.
Mai inchinarsi alla mercificazione.
Mai fare arte a fine di lucro.
Questa battaglia, resa oggi ancora più necessaria per l'invadenza dell'imbecillità mass-mediatica, è ereditata dal NetFuturismo, radicalmente e senza alcuna concessione.
Chi prova e proverà a sfruttare il nome del Futurismo e del NetFuturismo inscenando manifestazioni grottesche, penose e contrarie allo spirito futurista e netfuturista con il solo fine di ottenere visibilità e vantaggi personali, è un nemico del NetFuturismo.
Antonio Saccoccio

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venerdì, novembre 16, 2007

Netfuturismo: i nostri nemici e i nostri alleati

I nostri nemici e i nostri alleati


Il pensiero netfuturista non accetta e non accetterà mai compromessi con la vecchia cultura di potere. Questo è stato chiarissimo sin dai primi messaggi apparsi sul web e questo resterà sempre il nostro punto di forza.
La vecchia cultura di potere ha avuto modo di cementarsi e diffondersi grazie a:
1. i mezzi di comunicazione di massa che hanno trionfato nella seconda metà del Novecento (giornali, cinema, radio e televisione);
2. la didattica trasmissiva trionfante ancora oggi nelle scuole e nelle università italiane;
3. la concezione passivo-contemplativa dell’Arte e il divismo dell’Artista.
Per l’educazione e l’arte va detto che negli ultimi decenni queste concezioni sono rimaste in piedi nella quasi totalità delle scuole e nell'arte di consumo di massa, nonostante la comparsa di teorie e pratiche avanguardistiche (sia in campo educativo che in quello estetico-artistico) che ne hanno di fatto dimostrato i limiti e l’incapacità di stare al passo con un mondo ormai radicalmente cambiato. Per i media, invece, solo ora si intravede una decisiva via d’uscita. Ancora oggi i media di massa creano ogni giorno una moltitudine ignara attestata su posizioni di totale retroguardia in tutti i campi del sapere.
Fino a ieri pochi si esprimevano, tanti ascoltavano. Pochi comandavano, tanti ubbidivano.
Oggi il netfuturismo, appropriandosi e sfruttando al massimo grado le nuove possibilità comunicative offerte dal web 2.0, inizia a demolire la dittatura esercitata dal pensiero verticale.

In questo momento i nemici del netfuturismo sono:

1. tutti coloro che hanno conquistato immeritatamente posizioni di potere, hanno imposto (nei 3 modi che abbiamo visto sopra) modi e modelli di comportamento al resto della popolazione e hanno esercitato questo potere vigliaccamente, barricandosi ed evitando il confronto con il resto degli individui.
2. tutti coloro che per insicurezza e debolezza seguono questi potenti e ripetono i modelli di comportamento da loro proposti.

I due nemici vanno trattati in due modi differenti. I primi vanno attaccati decisamente e frontalmente, con il coraggio che abbiamo ereditato dai nostri amati futuristi, fino a costringerli ad abdicare alla posizione di potere indebitamente conquistata. I secondi vanno invece stimolati svegliati scossi dal torpore in cui sono caduti. Gli insicuri, che seguono da sempre i modelli che godono di maggior consenso e diffusione nella società, vanno guidati verso la riscoperta della propria individualità creativa. In questo il web 2.0 è il nostro maggior alleato. L’esplosione di creatività collettiva a cui assistiamo da qualche anno con il fenomeno dei blog è il primo grande passo verso l’abbattimento della vecchia comunicazione verticale monodirezionale. Il passo successivo è l'organizzazione di reti che uniscano individui interessati ad uno stesso progetto creativo. Il network organizzato attorno al sito www.neofuturismo.it con lo sviluppo dei GSPPN (Gruppi di Sviluppo Permanente del Pensiero Netfuturista) è la prima compiuta espressione di questa rivoluzione creativo-comunicativa.
Il netfuturismo con i suoi messaggi radicalmente incendiari ha il compito di accelerare questa rivoluzione e guidarla nella direzione di un radicale ripensamento della piramide sociale.
Sono in molti già pronti a recepire gli scossoni netfuturisti. Si tratta degli uomini e delle donne più sicuri e coraggiosi. Si tratta di coloro che non hanno paura di esporsi e di parlare contro il potere costituito. Si tratta di ribelli dotati di intuito e talento puri. Si tratta di spiriti liberi e anticonformisti. Si tratta di quell’avanguardia culturale e spirituale che ogni epoca (e in modo chiaro gli ultimi due secoli) ha sempre avuto.
Il netfuturismo adopera la rete globale e il web 2.0 per abbattere il pensiero unico dominante e incoraggiare lo sviluppo della creatività di ogni singolo individuo.
Chiunque lavori in direzione contraria, lavora per il potere e per il passato.

Antonio S.

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venerdì, luglio 13, 2007

La rivoluzione della comunicazione



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giovedì, aprile 19, 2007

L'ha detto... Edgar Morin

"Penso che la missione propria dell’insegnamento sia di fare il contrario di quello che fanno i media. La tendenza a semplificare ed a ripetere è un atteggiamento contro cui la nostra cultura deve reagire".
Edgar Morin

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lunedì, dicembre 18, 2006

Ortega y Gasset: l'arte tra passato e futuro

Josè Ortega y Gasset è stato senza dubbio uno dei più grandi filosofi del XX secolo. Fu autore di opere straordinarie, tra cui ricordiamo soprattutto La rebelíon de las masas del 1930, in cui descrive la condizione dell'uomo-massa in modo superbo anticipando analisi sociologiche ancor oggi di grande attualità. Ma Ortega scrisse anche un saggio sulla rivoluzione artistica del Novecento, La deshumanización del arte, che contiene passi brillanti, accanto ad altri a mio avviso meno convincenti. Ma le vette raggiunte da Ortega sono decisamente uniche.
Tralascio il discorso generale (che mi riservo di trattare in altra occasione) e vi riporto il passo in cui, per motivare la rivoluzione artistica in atto, descrive il bisogno dell'uomo di rinnovarsi continuamente.
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"Conta poco la vita se non batte dentro di essa un'ansia irrefrenabile di ampliare le sue frontiere. Si vive nella proporzione con cui si anela di vivere di più. Ogni ostinazione nel mantenerci dentro il nostro orizzonte abituale significa debolezza, decadenza delle energie vitali. L'orizzonte è una linea biologica, un organo vivo del nostro essere; finchè godiamo di plenitudine, l'orizzonte avanza, si dilata, ondeggia elastico quasi all'unisono con il nostro respiro. Viceversa, quando l'orizzonte s'immobilizza, vuol dire che si è atrofizzato e che noi siamo entrati nella vecchiaia."
Josè Ortega y Gasset, La disumanizzazione dell'arte (1925)
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Ortega y Gasset fu un pensatore acutissimo. E ovviamente si rese conto dell'importanza per l'uomo di cambiare continuamente. La disumanizzazione dell'arte contiene pagine dure nei confronti dell'arte del XIX secolo. L'istinto porta quindi il filosofo spagnolo a schierarsi senza indugio a favore delle nuove correnti artistiche.
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"Quando un'arte porta con sè molti secoli di ininterrotta evoluzione, senza gravi fratture nè crisi storiche che la interrompano, la tradizione si va facendo densa e opprimente e gravita progressivamente sull'ispirazione attuale. O per dirla diversamente: fra l'artista che sorge e il mondo si frappone ogni volta una maggiore massa di modi stilistici tradizionali che intercettano la comunione diretta e originale del primo con l'altro. Sicchè l'una delle due: o la tradizione finisce col respingere ogni energia originale - come avvenne in Egitto, a Bisanzio, nell'Oriente - oppure l'azione del passato sul presente deve cambiare di direzione e deve sorgere un lungo periodo in cui la nuova arte si vada affrancando poco per volta dalla vecchia eredità che la soffoca. Questa è la sorte dell'anima europea in cui predomina un istinto futurista al di sopra dell'irrimediabile tradizionalismo e passatismo orientali."
Josè Ortega y Gasset, La disumanizzazione dell'arte (1925)
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Eccolo il nostro Ortega pienamente futurista.
A quasi un secolo di distanza sentiamo queste parole vivissime. Una forma di oppressione ancora maggiore grava su tutti noi nell'epoca dei mezzi di comunicazione di massa. E si sente il bisogno nuovamente di rompere gli schemi, di dare un altro colpo al passatismo.
Antonio S.

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