LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

venerdì, maggio 31, 2013

La vittoria dell'astensionismo e i sei limiti del M5S

Elezioni comunali 2013, vediamo com'è andata a finire. I partiti di centro-destra e centro-sinistra urlano all’unisono: l’unico dato significativo è il crollo del M5S. In realtà, se è vero che il M5S subisce una notevole battuta d’arresto, l’unico dato significativo appare un altro: il crollo della partecipazione al voto. In queste elezioni ci sono tanti sconfitti e un solo vincitore: l’astensione. I dati sono incontrovertibili. Basti soltanto pensare che in grandi regioni come il Lazio, l’Emilia-Romagna e la Toscana l’affluenza è scesa del 20% rispetto alle precedenti elezioni. A Roma siamo in pratica al pareggio tra votanti e astenuti. Quindi, a 3 mesi dalle elezioni politiche (che già avevano sancito la vittoria dell’astensionismo), la popolazione ha preso ancor più le distanze dalla politica dei partiti. Colpa certamente dell’accordo post-elettorale tra pd e pdl, che ha tenuto a casa chi vedeva nelle elezioni il motivo per votare a favore e soprattutto contro l’avversario politico. Ma tutto conferma una tendenza che è in atto da anni: la presa di distanza dalle istituzioni e dalla politica parlamentare a favore di aggregazioni comunitarie spontanee e non gerarchizzate.
Un discorso a parte merita l’arretramento dei consensi per il M5S. Qui le motivazioni possono essere molteplici. Le elenco e discuto in ordine di importanza:
  1. La mancanza di una chiara visione politica nel M5S, Grillo incluso. Questo deficit è venuto alla luce in modo troppo evidente nel momento in cui i neoeletti pentastellati hanno preso posto in Parlamento. In pochissimi hanno mostrato di possedere una precisa visione del mondo. E la politica non si può fare se non sai quale mondo c’è stato, quale mondo c’è oggi, quale mondo vuoi per il domani. Il programma del M5S non può essere rivoluzionario perché non si può fare la rivoluzione se non sai cosa vuoi davvero per il futuro e se ciò che vuoi per il futuro non è radicalmente in contrasto con ciò che c’è oggi. Che i politici non debbano prendere i rimborsi elettorali non è una visione del mondo. Essere per la raccolta differenziata dei rifiuti non è una visione del mondo. Queste (e altre) possono essere singole proposte, tutte frutto di una determinata ampia visione del mondo. Che manca purtroppo. Lo ribadisco: essere post-ideologici è corretto (ed è la storia che va in quella direzione per fortuna), ma essere contro qualsiasi idea politica organica è contrario al fare stesso politica. Il M5S è una delle prime manifestazioni di quella che può chiamarsi “post-democrazia delle reti” o “retarchia”, e su questo dovrà costruire la sua visione del mondo. Sprovvisti di questa consapevolezza, i poveri deputati e senatori grillini si sono lasciati fagocitare da un sistema che è strutturato esattamente sulle logiche di potere che i pentastellati (in teoria) dovrebbero demolire. Perché è accaduto questo? Perché per superare il nemico devi essere più forte e consapevole di lui. Non basta pensare di avere ragione, bisogna dimostrarlo ogni istante con convinzione e argomentazioni. Con una visione del mondo alternativa a quella oggi dominante. Parte di questa 
  2. Il fattore Grillo. La maggior parte dei voti ottenuti alle politiche erano arrivati seguendo le incendiarie esternazioni di Grillo. Se Grillo non scende in campo con quella stessa forza e continuità, gran parte dell’elettorato resta a casa. Questo è il chiaro risultato di un movimento a due teste: da una parte l’accentramento leaderistico nella figura di Grillo, dall’altra l’attivismo dei vari meet-up locali. L’aspetto davvero nuovo è la rinnovata partecipazione politica a livello locale, ma gran parte dei voti arrivano ancora grazie alla leadership old style di Grillo. Com’è normale che sia in una fase di transizione epocale come quella che stiamo vivendo: dalla piramide alle reti. Un buon 40-50% dei voti avuti alle precedenti elezioni dipendono direttamente dalla capacità di Grillo di rispondere (in quel preciso momento, che non è detto ricapiti un’altra volta) alle aspettative di una parte dell’elettorato. Questi voti dati alla persona Grillo sembrano in gran parte evaporati dopo soli 3 mesi.
  3. Né al governo, né contro il governo. Il non-accordo con il PD era strategicamente corretto: si doveva continuare ad essere contro il sistema dei partiti. Ma, essendo entrati in Parlamento, mettersi da soli all’opposizione poteva essere vincente solo per poi fare un’opposizione brillante e chiassosa. Nei primi tre mesi, invece, i risultati dell’opposizione del M5S sono stati scarsi e opachi. Niente di eclatante, e soprattutto molto meno di quello che faceva il M5S fuori dal Parlamento. Grillo ha ritenuto pericolosissimo fare un governo con il PD, probabilmente perché ha visto l’impreparazione generale delle sue truppe. Ma non ha fatto bene i conti, perché l’impreparazione era destinata ad emergere anche non entrando direttamente nel governo. Fatto sta che parte degli italiani ha percepito come inutile la presenza parlamentare grillina: non pervenuti né al governo, né all’opposizione. Persino gesti derivati da ottime e nobili intenzioni (tra tutte la famigerata rendicontazione delle spese di viaggi, pranzi, merende, etc.) è sembrata alla lunga ingenua e velleitaria, perché non accompagnata da altre iniziative politiche più consistenti. Una soluzione a questo tipo di problemi sarebbe possibile se Grillo e i grillini comprendessero che per attaccare più agevolmente il sistema non si deve perdere di vista l'ottica anti-parlamentare e post-parlamentare. Su questo punto si giocherà gran parte del futuro del M5S.
  4. La mancanza di una cultura d’avanguardia. Il M5S è un movimento che mette in discussione lo status quo. Ma il M5S non ha capito che le istituzioni tendono a funzionare come ambienti totalitari, a cui, una volta al loro interno, bisogna adattarsi. L’unica possibilità di entrare in queste istituzioni senza esserne assorbiti e quindi neutralizzati è capirne perfettamente i meccanismi che ne regolano il funzionamento e sabotarli. Per questo solo un’avanguardia ha qualche possibilità di entrare in Parlamento e detournarne le impalcature. Chi non ha nel dna le visioni e le pratiche delle avanguardie è destinato a fallire ogni qual volta prenda di mira un’istituzione statale. Solo l’avanguardia fa davvero male al sistema dominante, il resto è solletico. Tant’è che – si noti bene perché questo è davvero fondamentale – la cultura d’avanguardia è l’unica ad essere integralmente censurata dallo Stato (ad es. tutte le scuole/università e tutti i media di massa). E lo stesso Grillo viene ripreso tranquillamente da tv o giornali, fino a quando non si inventa qualcosa d’avanguardia (raramente purtroppo, perché non è quella la sua cultura): allora scatta la censura totale o la falsificazione.
  5. L’assenza di abili oratori in grado di infiammare la popolazione. Escluso Grillo, non ci sono persone in grado di improvvisare un discorso a braccio seguendo ciò che comandano cuore e cervello. Abbiamo tutti presente l’immagine di parlamentari pentastellati che leggono con imbarazzo i loro interventi alle Camere con occhi chini su fogli di carta. Così si dimostra di avere una marcia in meno, non certo in più. La cultura che viene dalla rete, per giunta, è una cultura che è, seppure in modo nuovissimo, orale. Una delle prime mosse sarà, quindi, quella di trovare almeno capigruppo al Senato e alla Camera che non siano anonimi e scialbi come gli attuali.
  6. La trasparenza che diventa micro-burocratizzazione. Dal Parlamento ai meet-up locali si registra una pericolosa tendenza: cercare di arrivare alla trasparenza attraverso una gestione burocratica di ogni aspetto del movimento (le rendicontazioni, le presenze, le votazioni online, etc.). Ciò non solo è profondamente contrario alla fluidità di cui necessitano le aggregazioni di rete, ma: a) impedisce la rapida evoluzione del movimento, in una fase in cui c’è assoluto bisogno di idee acute e individui capaci; b) allontana rapidamente le persone più brillanti, notoriamente allergiche a qualsiasi lungaggine e perdita di tempo.


Nonostante queste debolezze, il M5S resta oggi l’unica possibilità per contrastare chi detiene il potere e lo gestisce in modo tanto scriteriato. I punti a suo favore sono ancora moltissimi: l’aver riattivato la partecipazione attiva dei cittadini; l’essersi posto con chiarezza su una dimensione post-ideologica; l’aver sfruttato le potenzialità dei nuovi media partecipativi; l’aver portato concretamente un’esigenza diffusa di pulizia e onestà; l’essersi posta come dimensione concreta e attiva di quell’antipolitica che spesso può degenerare in paralisi; l’aver portato una critica decisa all’Europa della finanza; l’aver demolito la patetica e spesso criminale figura del politico-star; la volontà della maggioranza dei pentastellati di darsi da fare per il bene comune e non per i propri interessi e le proprie carriere. 

Antonio Saccoccio

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martedì, aprile 30, 2013

L'arteventite o eventite d'arte: fenomenologia di una miseria postmoderna

Sarà anche a causa dei social network, ma l'eventite è ormai tra le principali malattie da cui sono affetti gli italiani. Chiarisco subito: l'eventite è la sovrabbondanza di eventi. Forse di eventi se ne sono fatti sempre tanti, è solo che oggi poiché siamo tutti connessi possiamo averne più facilmente conoscenza. E sicuramente in tale osservazione c'è anche del vero. Ma non è questo il modo corretto per comprendere il fenomeno. Occorre certamente partire dalla dinamica delle reti, ma non per concludere sbrigativamente: "Tutto è stato sempre così, solo che oggi vedo bene ciò che prima  ignoravo". Bisogna invece comprendere che gli stessi media reticolari sono responsabili di alcuni nostri atteggiamenti. Internet aumenta per chiunque le possibilità di visibilità e di interazione, risultando il luogo meno adatto per individui riflessivi e solitari, e una vera manna per coloro che cercano di stabilire nuove relazioni o crescere in visibilità. Ora, non c'è nulla di male nel cercare visibilità, che per alcune attività è indispensabile. Aprire un sito o un blog per diffondere i propri studi, le proprie opinioni, le proprie idee su questo o quell'argomento è certamente meritorio. Ciò che diventa invece imbecille è la continua promozione di eventi di ogni tipo, che risultano, già dall'invito digitale, essere privi della minima parvenza di contenuto. In questo l'ambiente dell'arte è come al solito all'avanguardia (sic). Perché se è vero che crescono le feste di Halloween e di carnevale, gli addii al celibato e le rievocazioni storiche in costume, non si può non notare che gli eventi dedicati all'arte aumentano a dismisura. E' tutto un fiorire di progetti, curatele, workshop, concept (perché con un po' di inglese dentro si fa sempre bella figura), tutti con l'arte - almeno a livello lessicale - in qualche modo coinvolta. E' l'eventite d'arte, l'arteventite, malattia che sembra al momento incurabile. Pare che organizzare un evento d'arte sia diventato più semplice di organizzare una festa di compleanno. Il fatto notevole è che si tratta nella quasi totalità dei casi di non-eventi, cioè eventi in cui non avviene nulla se non la promozione dell'evento stesso. Dopo l'evento in questione, si torna a casa come se nulla fosse accaduto. Semplicemente, non è acccaduto nulla: avete solo subito l'arteventite. Quando l'oggetto della promozione  risulta assente, non resta che una banale e deprimentissima auto-promozione.
Il fenomeno è curioso, perché nell'arteventite si sommano due distinti processi. Da una parte c'è stata la democratizzazione dei media, che ha dato a tutti la possibilità di farsi conoscere. Dall'altra dopo la conclusione (della storia) dell'arte intorno agli anni Settanta del secolo scorso qualche uomo con il fiuto per gli affari ha pensato di spacciarsi per critico o artista e cercare di raccattare in modo rapido un po' di credibilità e vagonate di soldi sostenendo l'arte essere ancora viva e vitale e loro esserne i protagonisti più accreditati (Transavanguardia, YBAs in ciò pari sono). Questo ha portato molti individui (gli uomini medi, perché gli altri sono immuni da simili idiozie) a credere che l'arte non fosse affatto morta, e che se Bonito Oliva e Koons, Politi e Cattelan ce l'avevano fatta potevano farcela anche loro. E con internet oggi questa idea sta spopolando tra chi sostanzialmente non ha nulla da dire e vuole darsi un tono. Lungi dal capire che è semplicemente ridicolo fare oggi l'artista come lo si poteva fare prima di Warhol, oggi ci ritroviamo con centinaia di persone che vogliono convincersi e convincerci di essere artisti e critici d'arte. E credono che per esserlo basti fare in piccolo ciò che hanno fatto in grande i sopra menzionati. Scimmie sulle spalle di nani! Autentico spettacolo da circo! Se a questi eventi andrete avendo chiaro tutto questo, lo spettacolo sarà spassosissimo! Certo, detto così chiunque potrà capire il ridicolo della faccenda. Ma chi ci sta dentro evidentemente non vede tutto questo, è lì che si affanna ogni giorno a mettere in piedi e/o promuove eventi insignificanti e raccattare pure persone che a quelle penose esibizioni devono assistere! C'è l'arte in scena, signori! non si può mancare!
Ora si sarà anche capito perché questi eventi d'arte sono così numerosi e frequenti e al tempo stesso così vuoti: si fa un evento su qualcosa che non esiste più, il che è semplicissimo perché si fa un evento sul nulla. Il guaio nasce solo nel momento in cui qualcuno si aspetta qualcosa!
Questo d'altra parte è uno dei prezzi da pagare al web. Dobbiamo sopportare l'arteventite diffusa perché pochi secondi dopo possiamo scoprire l'idea illuminante del signor x o guardare il video brillante del signor y. Tutto sommato, magari proprio questo articolo potrà servire a chi dell'arteventite non ne può più e non vede l'ora di sbarazzarsi rapidamente dell'ammasso di inviti che riceve. Per constrastarla lascio a questi malcapitati un solo consiglio: vedete chi promuove e organizza l'evento, e regolatevi di conseguenza. Perché in linea di massima in questi casi vale la regola: più le teste sono vuote, più promuovono eventi per riempire quel vuoto. 

Sintesi (ad uso dei cervelli prospettici): l'arteventite è una strategia auto-promozionale messa in moto dalla democratizzazione dei media e dal recupero (a livello puramente lessicale) dell'"arte" dopo la sua morte.

Antonio Saccoccio

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martedì, febbraio 26, 2013

Astensionismo e Movimento 5 Stelle: verso la retarchia?


Tsunami. Terremoto. Tempesta. Comunque la si voglia chiamare, la consultazione elettorale del febbraio 2013 lascerà a lungo il segno sull’Italia. Tutte le consuete letture politiche e politologiche devono innanzitutto tenere presente un dato fondamentale: a vincere è il partito dell’astensione, vince chi ha rifiutato il voto. Le cifre parlano in modo chiaro. Le due coalizioni che hanno ottenuto maggiori consensi e si sono contese il premio di maggioranza non hanno raggiunto neppure il 30% alla Camera, e lo hanno superato di poco al Senato. Ma attenzione, si tratta del 30% dei votanti, non degli aventi diritto. Chi ha rifiutato il voto è stato, invece, il 25% degli aventi diritto. A questa cifra vanno aggiunti – e pochi lo hanno sottolineato - il 3,50% delle schede nulle e bianche. Molto spesso, infatti, votare scheda bianca o annullare il voto costituisce un’altra modalità (più calda rispetto al non-voto) per manifestare la propria sfiducia nei partiti e nella rappresentanza politica. Insomma, se c’è una maggioranza in Italia è quella che non vuole neppure sentir parlare delle elezioni, perché le ha boicottate chiaramente. Ora, se consideriamo le precedenti elezioni, questo è un ribaltamento radicale dei rapporti tra la forza astensionista e la forza governativa (governativa almeno sulla carta, grazie solo all’incredibile premio di maggioranza ottenuto alla Camera). Nella consultazione elettorale del 2008 la vittoria era arrivata con un centro-destra capace di raccogliere quasi il 47% degli elettori votanti e una partecipazione al voto superiore all’80%: chi si asteneva era quindi ancora minoritario rispetto alla volontà popolare generale. Oggi è vero il contrario. E se a questo aggiungiamo l’altra novità assoluta, ossia la comparsa sulla scena politica di un movimento che raccoglie il 25% dei consensi e ha come prima parola d’ordine quella di liquidare la classe politica, possiamo ben capire che siamo ad una svolta che non è più possibile trattare con faciloneria e snobismo. Chiediamoci perché è accaduto tutto questo. L’analisi che propongo è spregiudicata, lontana da ogni ideologismo, politicismo, moralismo e per questo a mio avviso è in grado di spiegare quello che le vecchie segreterie di partito non riescono a spiegare neppure oggi, dopo la sonorissima bastonata ricevuta.
I partiti vanno considerati come portatori di una sensibilità, prima ancora che di un’ideologia, prima ancora che di un interesse. I poveri analisti che continuano a dire che Berlusconi è votato dagli imprenditori e le sinistre sono votate dagli indigenti sono ancora lontanissimi dal comprendere ciò che sta accadendo da decine di anni. Dovrebbe essere scontato che Berlusconi è votato da decenni trasversalmente (da imprenditori e operai), e lo stesso è valso ieri per Grillo e il Movimento 5 Stelle. Conta più l’essere in contatto con la sensibilità della gente, che non l’ideologia e gli interessi. Chi sarà più vicino alla sensibilità degli elettori, prenderà più voti. D’altra parte, se i politici devono essere i nostri rappresentanti, è giusto anche che sia così. Ora, bisogna partire da una considerazione: la sensibilità cambia a seconda delle epoche ed è trasformata innanzitutto dall’ambiente in cui viviamo. E  questo ambiente è plasmato essenzialmente dalla tecnologia di cui ci circondiamo, creata da noi, ma che poi ci ri-condiziona.
Ora, solo se teniamo conto di questo possiamo capire perché a perdere clamorosamente sono non a caso i partiti più obsoleti, quelli che sono restati più lontani dalle nuove sensibilità. Innanzitutto il PD, con Bersani e Vendola. Costoro parlano un linguaggio stantio, da vecchi burocrati, che vorrebbero sembrare seri e invece sono soltanto tristi, tristi perché ormai lontanissimi dalla viva realtà contemporanea. Il tracollo di Ingroia si spiega allo stesso modo. E insuccesso simile è quello capitato a Monti, altro burocrate old style, il più freddo di tutti, il più apatico, colui che in fin dei conti sembra soltanto l’esecutore di una condanna a morte. Non a caso alleato con altri rappresentanti del vecchio mondo politico: Casini e Fini. Tutti questi partiti e questi uomini politici si possono definire gli ultimi rappresentanti della classe politica pre-televisiva, o per meglio dire tipografica e pre-elettronica. Sono uomini che hanno voluto fermare il tempo, fermare il mondo e la vita. Che invece scorre sempre rapida e in questi ultimi decenni rapidissima. Non a caso il vero nemico per costoro è Berlusconi con le sue televisioni. Anzi, costoro sono nemici in generale della televisione e di tutti i nuovi media. Per loro la verità è solo nei libri (quelli che hanno letto loro, si intende) e al massimo nei giornali (sempre e solo quelli che leggono loro!). E veniamo proprio a Berlusconi, che, attenzione, non è uno dei vincitori di queste elezioni (ha perso milioni e milioni di voti ovunque), è semplicemente uno dei sopravvissuti. Ma sembra comunque più in forma dei precedenti. E per quale motivo? Perché è semplicemente già un passo avanti nella sensibilità rispetto a tutti quelli citati precedentemente. Berlusconi rappresenta (ha rappresentato, a dire il vero) la fase della telecrazia, del telepopulismo, stravincente negli anni Ottanta e Novanta, ma oggi anch’essa in agonia. Sia chiaro: non esiste nessun “berlusconismo” se non nelle menti tipografiche già citate, perché la telecrazia è un fenomeno mondiale che ha le sue motivazioni nelle tecnologie dell’informazione, non nel genio diabolico e perfido di un singolo. Chi ancora pretende che Bersani sconfigga Berlusconi pretende che la gente dopo aver provato un’automobile preferisca tornare a usare un carretto. Ci sarà sempre qualche nostalgico, ma la maggioranza non tornerà al carretto e non vorrà neppure più l’automobile, vorrà un elicottero! E oggi hanno trovato l’elicottero. Uscendo dalla metafora, milioni di individui stanno abbandonando anche Berlusconi, ossia la telecrazia, per abbracciare il nuovo paradigma che percepiscono più vicino al loro sentire: la rete, rappresentata da Grillo e dal Movimento 5 stelle. Il Movimento 5 stelle  rappresenta in qualche modo il superamento della vecchia politica, di Bersani e Berlusconi insieme. E qui il discorso si fa complesso. Perché se è vero che Grillo è un passo avanti a Berlusconi e due avanti a Bersani, Grillo rappresenta ancora una fase di passaggio. Di qui i tanti motivi di scetticismo nei suoi confronti. Grillo è l’espressione dell’inevitabile stress che caratterizza l’epocale transizione da un’organizzazione sociale verticistica (tipografica o televisiva, in questo caso poco cambia) ad una reticolare e orizzontale. Grillo, così, ha al suo interno residui del vecchio populismo telecratico (e lì sembra Berlusconi), residui del giustizialismo e statalismo tipografico (e lì va d'accordo con Bersani o Ingroia o Travaglio), ma al tempo stesso è portatore di una nuova istanza, quella della rete, della postdemocrazia digitale  (una vera e propria "retarchia")che indiscutibilmente è il paradigma emergente. Ecco quindi le sue ambiguità: Grillo ha fondato un movimento accentratissimo e leaderistico come quelli del Novecento, parla da uomo di spettacolo e fa battute a ripetizione come Berlusconi, fa proclami sulla scuola pubblica nello stile dei partiti pre-televisivi, poi però il movimento che a lui si aggrega è reticolare, avvolgente, viralissimo, positivamente oltre-democratico e digitale. E allora abbiamo sì una rete dal basso, ma è una rete monolitica ancora, non ancora consapevole che il futuro non è nella rete unica di cittadini accorpati attorno a un leader di riferimento, ma è nelle reti, quelle di cui è già pieno il web, tribù costituite da individui che condividono interessi, passioni, progetti, utopie. Molti di voi lettori (e anch’io) fannno parte già di diverse di queste nuove reti e questo articolo sarà inviato a diverse reti e quindi condiviso, con la speranza di contribuire a un dibattito e dialogo aperto, che possa crescere e allargarsi. E io come altri, nuovi abitanti della postdemocrazia reticolare, non vogliamo un leader, non vogliamo regole e norme precostituite, ma vogliamo costruire il presente e il futuro cooperando pariteticamente. Non ci saranno leader vecchio stampo nel futuro che si prepara, come non ci sarà un sapere precostituito e comunicato da un’istituzione pubblica centralista. Ma stiamo andando già molti passi avanti.
Ora non resta che cogliere al meglio il momento. Cogliere la novità del duplice virus astensionismo + Movimento 5 Stelle. Provare a motivare astensionisti e stellati a diventare più attivi possibili nel processo di radicale rinnovamento di tutte le istituzioni.
M5S insedierà in Parlamento una rappresentanza che sarà giovanissima rispetto alle precedenti, e finalmente non saranno dei mestieranti della politica. Certo, ci sarà molta inesperienza, ma non è preferibile questa pulita inesperienza a chi ha vestito per decenni i panni del professionista della politica riducendoci in queste condizioni disperate? Io credo che a questo punto i cadaveri della vecchia politica vadano lasciati senza alcuna pietà al loro destino. Il Movimento 5 Stelle se non commetterà errori avrà la maggioranza alle prossime elezioni, ci è andata vicinissimo già questa volta. Il segnale mandato all’Europa da chi si è astenuto e chi ha votato stellato è chiarissimo: questa Europa dominata da burocrati della finanza in Italia la vogliono ormai in pochi. L’Italia sembra quindi davvero tornata avanguardia nella sensibilità contemporanea. Le avanguardie nascono sempre da coloro che colgono per primi questi mutamenti nella sensibilità del loro tempo, fu così nei primi decenni del Novecento, fu così sul finire degli anni Sessanta. E, altra caratteristica fondamentale, quelle furono sempre avanguardie internazionali. Ora ciò che accade con gli astensionisti e M5S è forse più confuso, meno consapevole e radicale all'apparenza, ma anche questo è un segno dei tempi che sono mutati. Speriamo che questa non sia solo una fiammata. Starà a noi che crediamo nel rinnovamento cavalcare ora la radicalizzazione emergente. L’errore più grande sarebbe quello di sottovalutare e snobbare quanto sta accadendo in nome di meticolosi settarismi e presuntuosissime pignolerie professorali.

Antonio Saccoccio

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lunedì, febbraio 25, 2013

Perchè non voto? Perchè l'Arte è una truffa!


L'arte è una truffa. E io per questo non voto. E ve lo spiego pure a chiare lettere.
Se in questo mondo la cosa che si vuole spacciare per la più alta, la più nobile, la più intelligente e sensibile, la più umana, se questa cosa chiamata Arte è una truffa evidente. Se gli Artisti sono reputati gli uomini più intelligenti e sensibili e umani e nobili e creativi e invece sono i primi grandi truffatori. Allora, perchè dovrei credere nei politici? Perchè dovrei credere in persone che credono (anche se ingenuamente: l'imbecillità e l'ignoranza non sono una giustificazione!) e ci fanno credere che l'Arte sia una cosa nobile e alta, fatta da persone nobili ed elette? E perchè andare a votare persone che, per giunta, si ritengono addirittura inferiori a questi eletti e nobili truffatori? Non si possono votare queste persone, sono invotabili. Perchè sono ignoranti, e sono anche stupidi. Tanto stupidi e ignoranti da farsi ingannare dalla truffa dell'Arte. Voterò i primi che mi diranno che l'Arte è una truffa. Questi avranno capito gran parte della truffa del mondo in cui viviamo e io mi affiderò serenamente alla loro sensibilità e alla loro superiore intelligenza.

Antonio Saccoccio

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mercoledì, gennaio 23, 2013

Perché non voto (e perchè continuare a votare ci porterà alla rovina)

     Questa volta avevamo una speranza in più. Potevamo sperare che l’innegabile “crisi” economica avrebbe spinto politici e partiti a inventarsi qualcosa di bello e nuovo.  Un cambiamento di rotta. Un segno di discontinuità. Un’idea finalmente! E invece nulla di tutto questo. Siamo entrati già da settimane nel solito noioso penoso schifoso rincorrersi di vili attacchi, meschine difese, mediocrissime diatribe sul nulla. È il nulla infatti di cui si discute. Si discute (si litiga!) su quale ferita rimarginare in un corpo affetto ormai da decine di patologie mortali. Il corpo morirà lo stesso, e in breve tempo, ma volete mettere la soddisfazione di poter dire: “quella feritina l’ho curata io! e non loro che sono degli incapaci!”. E invece gli incapaci sono tutti. Tutti. Lo hanno dimostrato governando. E chi non ha governato lo dimostra chiacchierando in questo modo del nulla. Qualcuno di questi chiacchieroni sostiene che tutto si risolverà se tutti pagheranno tutte le tasse! Evviva! Per altri tutto andrà a posto se nessuno pagherà più la tassa sulla casa! Evviva! Di questo si parla. Su questo si litiga! La “crisi” – questo teatrino ne è la dimostrazione – non è affatto economica. È in crisi la nostra speranza, la nostra fiducia nell’uomo, la nostra fiducia in un altro mondo. In un mondo migliore.
Per fortuna, in pieno periodo elettorale, ritorna il triste spettacolo, ma ritorna anche la solita speranza. La speranza che aumentino coloro che, come me, decideranno di non votare, di stare a casa. Stare a casa per far comprendere a questi poveri di animo e di pensiero, che ora si mostrano belli e carini per poterci poi rappresentare, che qualcuno si sottrae al loro gioco. Che qualcuno è animato da passioni e attenzioni differenti. Che qualcuno sta lavorando per cacciarli via. Sta lavorando per un mondo differente da quello deprimente in cui ci troviamo a vivere.
Non è tanto il “non-voto” che può interessarci. È pieno di gente che non vota, ma per disinteresse, perché non ha nulla da dire, nulla da chiedere a questo mondo. Ma noi no. Alcuni di noi hanno da chiedere ancora molto a questo mondo e fino a quando ci reggeranno le forze ci batteremo per questo. E quindi noi non votiamo per alcuni precisi motivi. Sappiamo perché non votiamo. Io so perché non voto.
Non voto perché ciò che i politici propongono di fare non mi piace. Non mi piace per nulla. Non mi piace la loro visione del mondo. Non mi piace la loro visione del mondo perché coincide con quella presente, che non mi piace affatto. E poiché nessuno di loro mostra di credere in un mondo differente, io non voto. 
Ma cosa dovrebbero pensare questi signori perché io possa credere in loro? Non è così difficile. L’avranno la mia stima e il mio appoggio, ma solo quando:

Si renderanno conto che il bene più prezioso è e sarà sempre la libertà e l’autonomia di ogni essere umano (nessun escluso!), libertà e autonomia che vanno preservate in ogni modo e non possono essere costantemente limitate da nessuna autorità. Anti-autoritarismo intransigente.

Smetteranno di santificare il lavoro alienato e si proporranno come obiettivo irrinunciabile a breve termine la riduzione drastica delle ore lavorative per tutti gli impieghi e a medio termine la scomparsa, per mezzo dell’automazione, del lavoro alienante e alienato.
Proporranno un modello di società in cui non regni la fanatica corsa al potere e al successo personale, l’arrivismo, l'utilitarismo, la competizione fine a se stessa, il trionfo della prepotenza. Contro ogni tipo di sfruttamento e di dominio. 
Lotteranno affinchè tutta l’umanità abbia accesso libero, rapido e gratuito a tutto il sapere passato e presente. Limitazione radicale delle leggi sul copyright. Digitalizzazione di tutto il patrimonio bibliotecario mondiale.
Comprenderanno che la scuola-lager attuale e i suoi subdoli meccanismi di controllo devono cedere il posto a momenti di liberissima aggregazione collaborativa, in cui l’autentica passione per la conoscenza si sostituirà all’imposizione brutale di regole e all’addestramento. Anti-dogmatismo. Pedagogia libertaria e descolarizzazione progressiva.
Ridurranno drasticamente il numero di norme e leggi e il numero di coloro che hanno il compito di controllare le nostre vite tramite quelle norme e quelle leggi.
Contrasteranno l’iper-medicalizzazione della nostra esistenza.
Lotteranno contro la spettacolarizzazione della vita e contro il divismo mediatico. Non permetteranno a nessun professionista dello spettacolo (giornalisti, attori, artisti, intellettuali, musicisti, sportivi, etc.) di assumere posizioni di visibilità e di potere.

Sono solo alcuni dei temi da affrontare radicalmente e senza vie di fuga. Ma fino a quando questi non saranno i temi proposti io non voterò. E nessuno dovrebbe votare. Solo così si creerà una competizione (sana, questa sì!) tra chi propone di più e meglio degli altri. Una volta condivisa questa nuova prospettiva, poi andremo a valutare i metodi per tradurla in realtà. 

È chiaro quindi che non basterà non votare. Bisognerà impegnarsi quotidianamente nel dissenso, impegnarsi in una contro-attività, organizzarsi in gruppi di discussione e costruzione, scrivere e diffondere il nostro malcontento e queste nostre proposte alternative. 
Io non andrò a votare, come tanti, il meno peggio. Per catturare qualche voto di qualche sprovveduto, si fa un gran parlare ultimamente di onestà e disonestà (paroloni per giunta usati a sproposito, ma passino pure!). Ebbene, io non credo che si debba votare il più onesto, o il meno disonesto. Io credo che si debba votare chi ha idee che corrispondono a quelle in cui crediamo. E l’onestà è solo uno dei valori in cui si può credere. A me di certo non può bastare. Non me ne faccio nulla di uno stupido onesto. Al massimo può farmi tenerezza, ma non gli affiderei mai il compito di rappresentarmi. Sia chiaro, quindi, una volta per tutte: il mondo continuerà a essere grigio sia con politici che intascano i nostri soldi, sia con politici che non intascano i nostri soldi ma governano con miopia portandoci nella direzione sbagliata. Se il politico intasca personalmente denaro, o ne regala all’opinionista comico star della tv, o lo spreca per finanziare la scuola-carcere attuale, o sponsorizzando la più inutile esposizione del più inutile “artista” (pensando negli ultimi tre casi di fare un servizio culturale al paese, e invece dilapidando nel modo più scriteriato risorse preziose), in tutti i casi ci troviamo di fronte a fenomeni gravi. La differenza - mi dirà qualcuno - è che la prima cosa è illegale, e le altre tre no. Benissimo, ed è proprio quello che voglio proporre: dovrà pur diventare illegale prima o poi che una star dello spettacolo riceva decine di migliaia di euro per due ore di trasmissione! Dovrà pur diventare illegale una scuola che rinchiude adolescenti per 5 ore la mattina, costringendoli a mandare a mente pseudo-saperi frammentari per altre 5 ore durante il pomeriggio! Questo vorrei dai nostri politici. Che cambino! Non che si limitino al rispetto delle leggi esistenti!
Continuare a sprecare la nostra vita nelle carceri della scuola prima, del lavoro salariato poi, e del divertimento alienato sempre (mostre, cinema, concerti, shopping, discoteche, partite di calcio, videopoker, teatro, e tutta questa bella roba qua per ogni gusto, dall’intellettualismo radical chic alle misere gioie del piccolo e medio borghese), questo è il mondo che ci propongono i signori che andrete a votare! Continueranno a dirci che è giusto e sano massacrarci di studio e lavoro per tutta la vita, e dover comunque sempre lottare, ogni giorno, per un pezzo di pane! O per una settimana di vacanze! O per un vestitino carino! 
Questa è la grave responsabilità di tutti coloro che andranno a votare. Anche a causa loro il mondo non cambierà. Non sostenete quindi chi non vi propone nulla di nuovo. Riunitevi, organizzatevi, discutete, pensate pensate pensate a un modo per uscire fuori da questo incubo.
E non li votate!
Antonio Saccoccio

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martedì, novembre 27, 2012

Sulle manifestazioni pacifiche, buoniste e legalissime di responsabili e rispettosi cittadini postmoderni

Lo scorso sabato 24 novembre c'è stata infine la manifestazione contro i provvedimenti del governo in materia scolastica. Mi offre lo spunto per parlarne l'amica Helena Velena, che ha ironizzato amaramente qualche giorno fa sull'"ecumenico buonismo pacifista delle passeggiatine". La ringrazio perchè così mi sento meno solo nel deprimermi di fronte a tanto misero spettacolo. Sul fatto che le manifestazioni siano rilassanti e divertenti passeggiate tra amici credo non ci siano più tanti dubbi. Che poi ci sia lì in mezzo qualcuno che dà qualcosa in più è per la legge dei grandi numeri possibile e probabile. Ma in questo caso l'ironia di Helena Velena ha colto nel segno per due motivi. Innanzitutto perchè se si sta protestando contro qualcosa non si può andare fieri di non aver creato problemi all'ordine pubblico. Non si può essere soddisfatti che il potere ci qualifichi come "ordinati", "civili", "rispettosi", etc. Perchè? Vediamo: l'ordine è qualcosa di poliziesco che in queste situazioni andrebbe respinto radicalmente; per civiltà bisogna vedere cosa si intende, perchè se è civiltà il sistema soffocante che abbiamo costruito fino ad oggi, allora preferiamo essere incivili; di rispetto si potrebbe anche parlarne, ma coloro che gestiscono il potere non sono certo rispettosi nei nostri confronti, quindi il minimo che si possa fare è trattarli allo stesso modo. Il fatto è che il sistema dominante di pensiero si è ormai imposto nelle docili menti global-ammaestrate in modo talmente subdolo e convincente, che i pacifici cittadini manifestano oggi contro quelle stesse persone dalle quali poche ore dopo si aspettano il plauso per essere rimasti bravini bravini nei confini della legalità e della civiltà! E' una condizione di asservimento psicologico, di subordinazione totale da cui ormai in pochissimi riescono a sottrarsi. E così sabato abbiamo persino registrato il plauso delle questure cittadine, che si complimentavano con i manifestanti perchè sono stati pacifici e buonini al posto loro. Una bella inutile passeggiata nei centri cittadini. Il punto è che dissentire da un sistema prevede un linguaggio e modalità di espressione eversive e sovversive. Bisogna portare lo sconvolgimento della quotidianità in queste contestazioni, altrimenti non si può mai realmente lasciare il segno. E qui giungiamo direttamente al secondo nodo della questione: l'incapacità di manifestare sovvertendo l'ordine stabilito (dal potere dominante) è diretta conseguenza dell'incapacità di concepire modalità esistenziali radicalmente differenti da quelle note e date. Andando a vedere poi in fondo alle motivazioni di questa protesta, la gente non chiede un mondo differente: chiede fondi per la scuola. Tutto deve continuare così com'è, ma con più soldi. Non c'è nessuna richiesta di una revisione della scuola. E non stiamo qui a chiedere l'eliminazione dell'istituzione scolastica (cosa che pure sarebbe auspicabile che almeno riuscissero a concepire le frange più evolute di questi manifestanti), ma almeno una visione che non sia completamente allineata a quella dei regimi democratici occidentali, che schiacciano la nostra umanità meccanizzando e plastificando le esistenze dalla culla alla bara. E invece questi manifestanti non chiedono altro che maggiore istruzione così com'è, chiedono in sostanza (ma non lo sanno) una maggiore militarizzazione della loro esistenza. Nessuno stravolgimento, nessuna eversione, nessun pensiero forte. Si cerca per prima cosa di essere "accettati" dal potere, e quindi ritenuti responsabili, civili, pacifici, bravini, buonini. Coglioni insomma. Bisogna restare nell'imbecillità, non creare problemi di nessun tipo. Guai ad evidenziare pensieri un poco superiori alla media governativa! Guai a creare una situazione urbana realmente sovversiva! Tutto deve essere prevedibile, banale, persino noioso. Ho letto che in un corteo hanno esposto uno slogan che recitava: "Spezziamo le catene". Ebbene, se questi sono i modi che abbiamo per contrastare lo status quo, posso dire che le catene ce le terremo ancora per molto.
Lo ribadisco ancora una volta: il sistema che domina e schiaccia le nostre esistenze riducendoci ad ammassi indistinti di corpi mangiadormiebevi è un sistema dotato di un'ideologia forte e tenace. E' il sistema del produttivismo, dell'economicismo, dell'utilitarismo, dell'autoritarismo, del gerarchismo, del carrierismo. Di fronte a tale arsenale non si può lottare con questa mollezza, perchè al sistema il nostro "spezziamo le catene" fa il solletico e forse neppure quello! Ce ne renderemo conto prima o poi di tutto questo? 
Recuperiamo coraggio, energia, passione, generosità, spontaneità, convinzione nei nostri ideali, vitalità. Cervello sempre finissimo e mai assopito. Recuperiamo la risata dissacrante, la parodia eversiva, il teppismo intellettuale. E un linguaggio imprevedibile, non omologato, non conformato al potere. Queste sono le armi con cui possiamo tentare di ottenere qualcosa. Continuare a stare lì a tentennare, magari aspettando pure che ci dicano che siamo "bravi a protestare", è un fallimento. Cosa aspettiamo, che ci diano pure una medaglia come "manifestante più corretto dell'anno"? Magari qualcuno ne andrebbe pure fiero... Dico tutto questo con un fondo di amarezza, perchè io vivo nella protesta. Ma non ci devono considerare nè bravini, nè buonini, nè responsabili. Ci devono vedere come pericolosi, cattivi, estremi e radicali.
Lo scorso anno avevo scritto che anche il movimento degli indignados è troppo poco radicale e che per questo è apparentabile alle altre rivolte postmoderne. Forse solo gli Anonymous hanno intrapreso la strada giusta, proprio perchè giocano sull'imprevedibilità, sulla sfuggente imprendibilità, ma anche in questo caso bisogna stare attenti, perchè il rischio del cazzeggio presentista fatto di passeggiate, mascherate e poco più è sempre dietro l'angolo. Il sistema della società spettacolare è sempre pronto a riassorbire anche i fenomeni più eversivi.
La sovversione di cui abbiamo bisogno, la sovversione che prepariamo, necessita di un lavoro quotidiano condotto con passione, attenzione e dedizione totale, non si  improvvisa sfilando per strada da bravi e buoni cittadini  per tre giorni l'anno.

Antonio Saccoccio

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mercoledì, ottobre 31, 2012

Anarchia e Futurismo: verso un’alleanza contro il nemico comune


Manifesto / lettera aperta agli anarchici e ai futuristi

Anarchia e Futurismo: verso un’alleanza contro il nemico comune

Premessa

Il confronto tra futuristi e anarchici è questione ormai secolare. Esattamente cento anni fa, nel 1912, Renzo Provinciali dalle pagine della rivista anarchica «La barricata» pubblicò il manifesto Futurismo e anarchia, in cui affermava: «Gli anarchici sono sempre stati profondamente futuristi, e comprenderanno l’impellente bisogno di penetrare ne l’ideale Futurista, nel vero Futurismo, Futurismo libero da le dittature e da le ambizioni e così gli anarchici saranno ancora più perfetti, più coscienti de le rivendicazioni politiche e artistiche. Dunque futuristi-anarchici e anarchici-futuristi, due ideali, due classi di persone che si completeranno a vicenda». Con queste chiarissime parole, e altre di tono simile presenti nel medesimo testo, Provinciali riusciva a spiegare il motivo per cui futuristi e anarchici avevano bisogno gli uni degli altri. Noi oggi, dopo la sostanziale sconfitta del futurismo e dell’anarchismo (perché i pochi successi non possono farci dimenticare che viviano in una società passatista e gerarchica al massimo grado), dobbiamo interrogarci ancora su tale questione e dobbiamo farlo con la massima serietà e lucidità.


Avanguardia politica e avanguardia artistica: ideal-utopismo e mistica dell’azione

Perché i futuristi hanno bisogno degli anarchici? E perché gli anarchici hanno bisogno dei futuristi? C’è un primo motivo, che è quello già espresso un secolo fa da Provinciali: l’avanguardia non può limitarsi ad un solo campo, gli anarchici sono l’avanguardia politica e i futuristi l’avanguardia artistico-letteraria, l’una senza l’altra non ha senso, quindi bisogna allearsi. Non è concepibile in sostanza un atteggiamento di retroguardia in arte e di avanguardia in politica, così come non è concepibile il contrario. Questo è indiscutibile e tutto sommato valido ancora oggi. La necessità è sempre quella di unire due mondi che hanno bisogno l’uno dell’altro e che da isolati non possono che soccombere, perché visioni parziali.
Ciò che rende importante, se non la fusione, almeno la contaminazione e cooperazione tra anarchici e futuristi è la necessità di porre fine a tendenze estremiste poco igieniche, tendenti o alla pura utopia o alla brutale concretezza, che negli uni e negli altri affiorano assai di frequente. Mi spiego: la vera forza del pensiero anarchico è quella di riuscire a pensare ad un mondo radicalmente differente da quello attuale, questo aspetto rende unica la ricerca anarchica rispetto ad altri modelli che pure hanno un vasto seguito. Ora, a ben vedere, questa forza è anche la debolezza dell’anarchia: perché spesso questo radicale rinnovamento sembra così lontano e arduo che ben presto ogni tentativo di attuarlo diventa vano, velleitario e si finisce così per propendere per la pura elaborazione teorica, certo ammirevolissima, ma che perde troppo spesso contatto con la modificazione della realtà (che viene limitata ad episodiche scaramucce di strada utili ormai solo a chi aspira all’identificazione anarchici=bombaroli). I futuristi, da parte loro, sono i “mistici dell’azione”, la loro volontà, che è anche la loro forza, risiede nella modificazione concreta e brutale della realtà. Ma anche per loro il punto di forza, lo sappiamo per esperienza, può diventare una debolezza: spesso i futuristi, pur di raggiungere obiettivi concreti, perdono di vista i loro ideali di partenza (e in questo caso il futurismo visionario diventa un presentismo terra terra). In fin dei conti l’accettazione, seppure parziale e a malincuore (è ormai noto a tutti che futurismo e fascismo sono teoricamente inconciliabili), della vittoria del fascismo in Italia fu considerata dai futuristi in questi termini: il fascismo aveva pur realizzato concretamente qualcosa, aveva tradotto idee nuove (anche se ormai non più futuriste) in azione. E questo servì a Marinetti e soci in qualche modo da giustificazione per il fallimento futurista in ambito politico. Con il senno di poi si può dire che fu una scelta decisamente controproducente: sarebbe stato preferibile arrivare allo scontro frontale con Mussolini, gli argomenti non mancavano di certo.
Insomma futuristi e anarchici sono ribelli, libertari, antiparlamentari, anticlericali, hanno tanto in comune, comprese alcune debolezze. Ora, è evidente che un secolo fa la differenza che notava Provinciali era reale: agli anarchici interessava più il lato politico, al Futurismo interessava più il lato artistico-letterario, ma anche questo era vero fino ad un certo punto, perché sappiamo che per Marinetti la politica era fondamentale, proprio perché gli dava un appiglio concreto alla realtà (il problema risiedeva invece nel fatto che il fondatore del Futurismo aveva, tra il 1909 e il 1912, messo tra parentesi “il gesto distruttore dei libertari” e “le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa” del primo manifesto, per mettere maggiormente l’accento sul militarismo e il nazionalismo). Oggi, tornando al problema posto sopra, si tratta ancora di comprendere che la difficoltà per pensieri d’avanguardia come quelli portati avanti da anarchici e futuristi risiede nella conciliazione tra la dimensione ideal-utopica e quella realizzativa. A mio avviso gli anarchici hanno tutto da guadagnare nel frequentare i futuristi, perché frequentandoli non corrono il rischio di perdersi in infinite e perfettissime teorizzazioni che portano tutte invariabilmente alla paralisi; con i futuristi gli anarchici possono mettere in pratica costantemente il loro pensiero (per mezzo di performance, happening, sabotaggi mediali, etc.). Allo stesso modo i futuristi devono frequentare gli anarchici, perché hanno spesso bisogno di vivificare con massicce dosi di ideal-utopia anarchica il loro istinto vitalistico che li conduce frequentemente al vano presentismo (e non di rado sulle soglie di quella sperimentazione artistica separata dalla vita reale, che costituisce invece la negazione dell’autentico futurismo).


Gli ostacoli: varietà delle correnti interne ed esterne

Premessa: inutile soffermarsi troppo sul fatto che la maggioranza di coloro che si dichiarano oggi anarchici o futuristi non hanno, ahimè!, nulla di anarchico e nulla di futurista. Questo testo non è rivolto a chi si definisce anarchico o futurista, ma a chi è realmente anarchico o futurista. Per essere anarchico e/o futurista bisogna innanzitutto sentire profondamente la vita scorrere per tutto il corpo (e questo è un fatto puramente caratteriale istintuale). Quando si avverte la presenza pulsante della vita non si può che desiderare l’abbattimento delle convenzionalità paralizzanti e dei vincoli raccapriccianti che ci ammorbano quotidianamente. Secondariamente occorre capire che quello che si sente con tanta evidenza in corpo si chiama anarchia e/o futurismo (e questo è un problema intellettuale e culturale). Chi è in cerca di facili avventure, magari perché si annoia e/o ha una vita mediocrissima, e si definisce anarchico o futurista, non solo non è né anarchico né futurista, ma è più propriamente un imbecille. L’anarchico e il futurista sentono pulsare dentro di loro questi ideali e non hanno alcun tempo da perdere con chi cerca passatempi e capricci radical chic. Chiusa la premessa, veniamo al problema più complicato da risolvere, che è di natura puramente culturale e intellettuale.
Innanzitutto le classificazioni. Ci sono futuristi di varia natura, e anarchici di varia natura. Ci sono futuristi bellicisti, futuristi spiritualisti, futuristi nazionalisti, futurdadaisti (e persino futurfascisti), così come ci sono anarcoindividualisti, anarcosocialisti, anarcosituazionisti (e persino anarcocomunisti). Ora, se pensiamo che già all’interno delle due rispettive famiglie ci sono seri problemi di convivenza e ci si tollera appena, è chiaro che la convivenza tra anarchici e futuristi rischia di diventare una chimera. Al limite potrebbero essere solo gli estremi delle due famiglie ad essere incompatibili: i futurfascisti a prima vista hanno difficoltà ad integrarsi con gli anarchici, così come gli anarcocomunisti a dialogare con i futuristi. Anche questa osservazione è tuttavia limitata al livello teorico, in quanto spesso tali definizioni sono più formali che reali. Bisognerebbe sempre confrontarsi e scontrarsi sulle idee e non sui termini. Insomma, lo stesso Marinetti, prima di essere bollato (e non certo per pura fantasia) come nazionalista e bellicista, aveva fondato «Poesia», una rivista internazionalissima, tanto che il giornale anarchico «La rivolta» così ne scrisse: «Raccomandiamo vivamente ai nostri amici di leggere la rassegna internazionale Poesia di F. T. Marinetti. È una lettura molto interessante e originale».


L’aggregazione senza aggettivi

Le differenze, abbiamo visto, non ci sono solo tra anarchici e futuristi, ma anche tra le varie declinazioni futuriste e anarchiche. Come arrivare, quindi, a quella cooperazione che - si è detto - serve tanto ad entrambi? Il punto di partenza è quell’elasticità e duttilità del pensiero che solo hanno le intelligenze piene. Chi guarda solo al proprio credo senza fare un passo per comprendere e avvicinarsi al credo altrui, non solo non è anarchico né futurista, ma è animato da quello spirito accademico radical-reazionario che va allontanato sempre da qualsiasi pensiero avanguardista. L’avanguardista sente i propri simili, non si fa prendere per il sedere dalle dichiarazioni d’intenti. In fondo i grandi futuristi e i grandi anarchici hanno sempre mirato all’unione. Queste sono le parole di Errico Malatesta: «Per conto mio non vi è differenza sostanziale, differenza di principi tra “individualisti” e “comunisti anarchici”, tra “organizzatori” e “antiorganizzatori”; e si tratta più che altro di questioni di parole e di malintesi, inaspriti ed ingigantiti da questioni personali». E poi: «In quanto all'organizzazione o alle organizzazioni nel senso del partito, vi è forse chi vorrebbe che gli anarchici restassero isolati gli uni dagli altri? Certamente che no. [...] Io dissi che “nei loro moventi morali e nei loro fini ultimi anarchismo individualista e anarchismo comunista sono la stessa cosa o quasi”. La questione, secondo me, non è dunque tra “comunisti” e “individualisti”, ma tra anarchici e non anarchici».
Filippo Tommaso Marinetti, che si era recato in Russia con la speranza di allearsi con i futuristi locali, si sorprese non solo dell’ostilità dei futuristi russi nei suoi confronti, ma anche delle tendenze separatiste all’interno dei vari gruppi futuristi russi: «Non capisco perchè dobbiate litigare sempre! Possibile che non siate capaci di elaborare una piattaforma comune e di aprire un fuoco tambureggiante contro il nemico? Noi futuristi italiani abbiamo sacrificato i dissensi personali per amore della causa comune».
Evidentemente i leader naturali (leader in senso buono, quindi) sono dotati di quell’elastica intelligenza che porta a capire quando è il caso di compattare il gruppo e quando è il caso di fortificare le idee. Bisognerebbe arrivare prima ad un “futurismo senza aggettivi”, proprio come si è tentato di arrivare ad un “anarchismo senza aggettivi”. E a quel punto pervenire ad un unico AnarcoFuturismo (o FuturAnarchismo) che comprenda sia anarchici che futuristi. Tutto lo spazio ovviamente per tutte le individualità, le correnti, le differenze che non possono che portare ricchezza, ma alla fine è pur necessaria una piattaforma minima comune per far fronte comune.
Marinetti, ricordiamo anche questo, ci provò concretamente. Dalle pagine de «La demolizione» pubblicò l’articolo, quasi manifesto, I nostri nemici comuni, in cui invitava gli anarchici ad un’azione comune: «Le ali estremiste della politica e della letteratura, in un battito frenetico, spazzeranno i cieli fumanti ancora dall’ecatombe. Tutti i sindacalisti, di braccia e di pensiero, della vita e dell’arte, distruttori e creatori, anarchici della realtà e dell’ideale, eroi di tutte le forze e di tutte le bellezze, noi avanzeremo danzando con una stessa ebbrezza sovrumana verso le apoteosi comuni del Futuro!». Il direttore della rivista, Ottavio Dinale, recepì lo stimolo e rilanciò invitando all’“Unione delle forze rivoluzionarie”. Ma non se ne fece nulla.
Anarchici e futuristi oggi hanno l’occasione di sfruttare i nuovi media digitali, che nella loro essenza si configurano come profondamente anarchici e profondamente futuristi, profondamente anti-gerarchici e profondamente anti-tradizionali, per costituire un fronte comune. Perdere questa occasione di comoda aggregazione, per stare lì a delimitare il proprio recinto di influenza e competenza, significherà ancora una volta fare il gioco delle gerarchie e delle forze della conservazione che gestiscono il potere. Quando ci sono in gioco obiettivi tanto importanti, le differenze vanno esaltate, ingigantite nella comune aggregazione e nel serrato confronto, non devono diventare in alcun modo invalicabili barriere irte di dogmatismo.
L’invito è rivolto quindi agli anarchici e ai futuristi, affinchè si apra immediatamente un confronto per individuare quegli obiettivi minimi su cui fondare un’alleanza contro il nemico comune.
Sì, il nemico comune. È lì, visibilissimo e fortissimo, insensibile, sfrontato e arrogante. Ma è anche troppo incurante dell’agguato che gli stiamo preparando e del tutto sprovvisto delle nostre visioni, della nostra energia, del nostro entusiasmo, della nostra generosità, della nostra ansia di ribellione e di liberazione. Ed è per questo che lo sconfiggeremo.

Antonio Saccoccio



Firmatari

Gianluigi Giorgetti
Stefano Balice
Klaus-Peter Schneegass
Kristian Fumei
Roberto Guerra
Laika Facsimile
Mario Adesposta
Silvia Vernola
Raimondo Galante
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lunedì, agosto 27, 2012

Filippo Tommaso Marinetti contro l'antisemitismo


Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che Filippo Tommaso Marinetti e gran parte dei futuristi si opposero fermamente alle leggi razziali e alla condanna nazista dell'arte degenerata. Questa loro irriducibile posizione li rese oggetto di numerosi attacchi da parte dei fascisti più intransigenti. In particolare Telesio Interlandi, il teorico dell'antisemitismo in Italia, l'autore del Contra Judaeos, attaccò vigorosamente Marinetti dalle pagine del giornale Il Tevere, accusandolo di compiere "propaganda giudaica". Ricordiamo che in quegli anni Marinetti è già membro della Reale Accademia d'Italia, l'istituzione che ha il compito di sostenere culturalmente e ideologicamente il fascismo (e che avrebbe assorbito anche la pur tricentenaria Accademia dei Lincei), quindi le posizioni del fondatore del Futurismo sono particolarmente coraggiose e molto scomode. Queste notizie sono poco note ai più per un semplice motivo: la maggioranza della critica, soprattutto quella di orientamento marxista, ha provato ripetutamente a stravolgere l'ideologia futurista, mettendone in evidenza soltanto singoli aspetti. Eppure ci sono notizie di diffusione pubblica, come si può vedere dalle seguenti righe tratte nel dizionario biografico della Treccani, che è necessario portare all'attenzione di chi è interessato a tali questioni.
A sostegno della campagna antiebraica, il 5 agosto 1938, Interlandi prese a pubblicare il periodico La Difesa della razza, una rivista che intendeva sostenere il razzismo su basi rigorosamente scientifiche: infatti non mancavano fra i collaboratori esponenti di varie discipline scientifiche (biologi, antropologi, sociologi, ecc.). La rivista partì molto bene, con una tiratura iniziale di 140.000 copie, ma di lì a un paio d'anni la tiratura scese a 20-25.000. In coincidenza con la promulgazione delle leggi razziali, Interlandi dette alle stampe un opuscoletto, Contra Judaeos (Roma-Milano 1938), in cui era contenuto il distillato del suo antisemitismo.
Il libello ricevette, dalle colonne del Corriere della sera, un'entusiastica recensione di G. Piovene, mentre una reazione alle sconce argomentazioni dell'Interlandi venne - nel dicembre di quell'anno - con l'uscita di un numero della rivista Artecrazia, il cui direttore, M. Somenzi, si lanciava con forza contro l'antisemitismo e i suoi sostenitori, validamente appoggiato da F.T. Marinetti che in un altro articolo, apparso nello stesso numero della rivista, accentuava i toni della polemica, bollando la profonda corruzione e ipocrisia degli artefici della campagna contro gli ebrei.
 Forse è il caso di farlo notare: in quel periodo il Corriere della sera si esaltava per l'antisemitismo di Interlandi, mentre Marinetti, i futuristi e il loro giornale Artecrazia difendevano gli ebrei. Li difendevano a tal punto che Mussolini ad un certo punto perse la pazienza e affermò: «Marinetti la pianti di credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli ebrei. Nessuno li disturberà mai».

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martedì, luglio 31, 2012

Individualismo, massificazione e neotribalismo

Individualismo e massificazione sono due delle caratteristiche che la maggior parte degli analisti della società contemporanea evidenziano costantemente. Sono due aspetti che sicuramente contraddistinguono la realtà in cui viviamo, tuttavia ciò che risulta ai più incomprensibile è come possano conciliarsi tra di loro due idee dell'uomo che spingono in direzione diametralmente opposta: l'individualismo rispecchia l’ingigantimento degli interessi del singolo, la massificazione l'annullamento del singolo all'interno della moltitudine. Per uscire fuori da queste ambiguità propongo qualche rapida considerazione (ne ho già parlato diffusamente qui).Si tratta in realtà di tendenze solo apparentemente inconciliabili. Innanzitutto la solita premessa: fino a quando non stabiliremo cosa intendiamo realmente per individualismo e cosa per massificazione, staremo parlando sempre e solo di due termini, con tutte le solite ambiguità di interpretazione. Soprattutto il termine "individualismo" sembra oggi sempre più spesso impiegato con i significati più svariati, da quelli negativi (che sembrano prevalere) ad alcuni decisamente più positivi: può essere così un quasi sinonimo di egoismo o può configurarsi come la necessaria rivendicazione dell'autonomia del singolo nei confronti della collettività.Individualismo e massificazione sono certamente  due aspetti presenti nella nostra realtà, ed entrambi considerati negativi. Ma, e qui sta la necessaria precisazione, non si tratta che di due aspetti della stessa realtà, ma non dell'unica realtà esistente. Stiamo parlando, infatti, di due aspetti presenti in misura estesa nella società occidentale della seconda metà del XX secolo e assai diffusi ancora oggi. E si tratta, a ben vedere, di due aspetti dello stesso fenomeno. Il processo che occorre definire come "individualismo di massa" non è nient'altro che il tentativo di singoli individui di sgomitare e combattere ferocemente contro altri singoli, ma (e qui sta il punto) tutto questo è portato avanti per ottenere obiettivi identici per tutti i singoli. In pratica è un individualismo funzionale e parte integrante della stessa massificazione. Si lotta disperatamente come individui, ma rispettando modi e toni della massa, al limite per diventare i migliori della massa (e qui si sta parlando di “massa” come pura entità sociale, senza alcuna sfumatura negativa). Ecco perchè individualismo e massificazione sono due aspetti per nulla opposti, che invece vanno a braccetto tranquillamente in un mondo strutturato sull'accentramento, sulla distribuzione verticale degli uomini. In un contesto simile è normale aspettarsi un tentativo continuo (e quindi operanti secondo una logica massificante) di sopraffazione da parte dei vari individui. Questo è l’individualismo di massa.Ma c’è un altro modello operante in questo primo scorcio di millennio. Qualcosa sta cambiando. È in atto una modificazione radicale, ed il paradigma della "rete" è al centro di questa trasformazione. E questo nuovo paradigma è stato largamente favorito dalla diffusione dei nuovi media interattivi digitali. L’importanza dei media di cui si serve l’umanità è troppo spesso sottovalutata, mentre considerare attentamente le conseguenze del sistema mediale e tecnologico sta diventando progressivamente sempre più importante per comprendere le modificazioni della sensibilità umana.In pratica con il modello della rete, e della conseguente decentralizzazione, gli individui tendono a federarsi in modo autonomo in gruppi di interessi, evitando di polarizzarsi tutti sugli stessi desideri e obiettivi, e quindi di entrare in competizione in modo frequente ed esasperato. L'individualismo diventa così virtuoso, poichè il singolo immerso in una dimensione reticolare si rende conto che gli altri singoli non gli sono di ostacolo: la cooperazione e la collaborazione nel nuovo contesto è assai preferibile alla sopraffazione. Un pensiero non troppo dissimile era probabilmente nelle corde di F. T. Marinetti quando poco meno di un secolo fa parlò di “individualismo anarchico”. Le comunità reticolari, essendo fondate sulla comunanza di interessi e passioni, tendono per loro natura ad escludere gli individui che si comportano secondo logiche improntate all'egoismo e all’utilitarismo personale. La comunità reticolare vive solo se il singolo dà e riceve continuamente, se i singoli si arricchiscono costantemente nella partecipazione alle attività del network. È chiaramente un modello assai più evoluto di quello dell’“individualismo di massa”, che però – non bisogna farsi facili illusioni - è ancora assai presente, e quasi ovunque dominante, nel mondo contemporaneo. È questo il vero processo di nuova aggregazione tribale, di ritribalizzazione su cui andrebbe posta la dovuta attenzione. Il neotribalismo ha certamente avuto un suo primo momento di sviluppo nel secondo Novecento, ma quello era figlio dei media monodirezionali (cinema, radio, tv) non ha prodotto che un rafforzamento della mentalità individualista e massificata. È proprio la presenza di pochi canali mediatici controllati gerarchicamente da chi ne detiene il controllo che ha aiutato e aiuta ancora la diffusione di modelli unici validi per tutti. È questo che ha condotto a quell’individualismo di massa, da cui si fa così tanta fatica ad uscire, alla globalizzazione negativa e omologante. I nuovi media digitali hanno invece il potere di decentralizzare, decongestionare e quindi rivitalizzare l’immaginario desiderante dei singoli individui. La globalizzazione che ne esce non è omologazione, massificazione e svalutazione del singolo, ma diversificazione e immensificazione costante dell'individuo. Questa è la vera svolta su cui insistere. Questa la battaglia che ci impegnerà nei prossimi anni, forse decenni.

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mercoledì, giugno 27, 2012

Il cineMAV net.hap: brevi note sulla comunicreazione sonora neotribale

Il cineMAV net.hap è un'improvvisazione collettiva (video)sonora a distanza, un'azione performativa neotribale reteale, nata recentemente da una riflessione portata avanti da alcuni oltre-artisti mavvisti.

Perchè nasce il cineMAV net.hap?


Considerando il fatto che sulla rete siamo in collegamento costante dalla mattina alla sera, perchè limitare la nostra interazione in tempo reale alla sola comunicazione verbale (scritta o orale che sia)? Perchè le chat in real time devono avere per oggetto soltanto lo scambio di parole? Perchè durante le videoconferenze si discute a parole e non altro? Se siamo musicisti (o rumoristi, o elettrorumoristi, o inventate voi un termine per definirci: va tutto bene tranne "artisti"), di quelli frutto della rivoluzione digitale, allora dobbiamo essere in grado di espandere la nostra interazione a tutti i livelli. Quindi, durante le audioconferenze o le videoconferenze dovremo attuare una comunicreazione non più solo verbale, ma sonora a tutti i livelli, comprendendo suoni/rumori acustici, elettronici, verbali, etc. Ecco perchè nasce il cineMAV net.hap.



Cos'è realmente il cineMAV net.hap?


Il cineMAV net.hap è un happening sonoro, o meglio (video)sonoro, dove il video è tra parentesi perchè per ora la dimensione privilegiata sarà quella abitualmente più trascurata da cinema e tv, quella sonora. Quindi, ci prendiamo una rivincita? No, ristabiliamo le giuste misure. La dimensione sonora è quella che ci sta risvegliando dopo secoli di dittatura tipografica e un secolo (l'ultimo) di dittatura (ancora più estrema e anestetizzante) delle immagini. Secoli di anestesia uditiva, secoli di isolamento.
Il cineMAV net.hap è l'atto più radicale a supporto del risveglio della nostra sensibilità.
Chi partecipa viene coinvolto in un'improvvisazione collettiva con un tema sempre differente. Occorre inventarsi qualcosa, magari anche preparando moduli e strumenti in precedenza, ma l'aspetto più innovativo è senz'altro costituito dalla comunicreazione istantanea, dal dialogo che si sviluppa in quegli istanti tra i vari partecipanti al net.hap. Ascoltiamo gli oggetti sonori partoriti dagli altri e rispondiamo in tempo reale, al momento, con i mezzi rumoristici che abbiamo a disposizione.  Si entra da protagonisti in un'orgia sonora, in una trance agonistica, in un flusso di feedback continui e mutevoli. Il risultato è la liberazione della nostra energia vitale, e simultaneamente un'estensione della nostra e della altrui sensibilità (acustica ma non solo).

Non c'è nulla di più istintualmente appagante di un libero dialogo sonoro di questo tipo. Personalmente, direi verbo-sonoro, perchè l'inserimento in questo contesto della voce porta ai massimi livelli il coinvolgimento individuale. Il cineMAV net.hap è davvero l'ambiente in cui si danno appuntamento quei barbari digitali, quei primitivi di una sensibilità completamente trasformata, che soli possono sviluppare nuovi paradigmi per l'esistenza del terzo millennio.
Antonio Saccoccio

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mercoledì, maggio 30, 2012

L’arte (non solo contemporanea) è una truffa: Vittorio Sgarbi ha ragione ma anche torto


Domenica sera (27 maggio 2012) Vittorio Sgarbi è intervenuto a conclusione della IX rassegna di “Libri da scoprire”, fiera dell’editoria di Latina, per presentare il suo ultimo libro L’arte è contemporanea. Sgarbi è sicuramente un abilissimo oratore, parla con sicurezza e dosando abilmente gli artifici retorici. Non annoia di certo, quindi lo si ascolta con un certo interesse, anche se a tratti può infastidire il suo parlare costantemente ex cathedra. Quando però si passa all’analisi degli argomenti che propone, allora occorre fare dei distinguo. Sgarbi ha senza dubbio delle ragioni. Ma ha anche almeno un grande torto.
Il critico ferrarese comincia affermando che i bronzi di Riace sono “contemporanei” per il semplice fatto che esistono ancora oggi. Sono stati riscoperti da qualche decennio e da quel momento rivivono nella contemporaneità. Quindi sono contemporanei perché presenti in questo momento nel mondo. Nulla da dire in linea generale: non c’è dubbio che un’opera antica sopravvissuta fino ai nostri giorni, come sono i bronzi di Riace, per il solo fatto di poter essere ancora osservata risulta presente nelle nostre vite. Quindi, accettando anche la forzatura concettuale, possiamo affermare che quell’arte è “contemporanea”. Ora, a parte il fatto che la categoria “arte” così come noi la concepiamo oggi nell’antichità non esisteva neppure (e che quindi non ha senso prendere statue prodotte nel V secolo a.C. e associarvi i termini “arte” e “contemporanea”), resta da chiarire un altro punto fondamentale: in che modo sono a noi contemporanei quei bronzi? Certo, non allo stesso modo in cui è contemporaneo, ad esempio, un film di Tarantino. I bronzi di Riace possono ancora parlarci in due modi: posso dirci qualcosa del mondo che li ha prodotti 2500 anni fa, e posso dirci qualcosa dell’uomo in quanto uomo, che presenta caratteristiche che possono anche essere simili a distanza di così tanto tempo. Ma cosa non possono dirci quei bronzi? Non possono dirci nulla di preciso sull’uomo e sulla realtà di oggi, perché sono stati pensati in altro tempo, quando le condizioni storiche, sociali, politiche, economiche, tecniche, scientifiche erano profondamente differenti dalle nostre. Ecco perché dal mio punto di vista non è possibile dire che le statue bronzee di Riace sono “contemporanee” (metto tra virgolette il termine, perché è ovvio che qui Sgarbi ha iniziato a giocare con il significato di una parola, e ciò è legittimo, a patto di affermarlo subito e chiaramente). In seguito Sgarbi propone un discorso simile per Caravaggio, e in questo caso anche più pertinente, perché l’attenzione riservata oggi al pittore rende conto non di un casuale ritrovamento archeologico, ma di una rinnovata attenzione critica nei suoi confronti, e quindi di un fenomeno intenzionale dettato da una questione di sensibilità affine tra il Merisi e la realtà a noi contemporanea.
Fino a questo punto potrebbe sembrare poco chiaro l’obiettivo del critico. Sgarbi però continua il suo monologo, e questa seconda parte del suo discorso è decisamente più interessante. Due sono i bersagli del ferrarese: il primo è costituito dai critici d’arte che lo attaccano sostenendo di odiare l’arte contemporanea, ma che in realtà sono degli incompetenti incapaci di riconoscere il valore di un’opera (e cita tra questi Achille Bonito Oliva); il secondo bersaglio sono le opere d’arte contemporanea, prive di autentico valore e consistenti in vuoti e astrusi concettualismi. Per confermare queste due tesi Sgarbi (andando abilmente e furbescamente incontro all’umore del pubblico) tesse l’elogio del celebre episodio di Alberto Sordi Le Vacanze intelligenti (1978). Sgarbi accoglie in pieno l’ironia di Sordi e racconta l’episodio del concerto di musica contemporanea e della visita alla Biennale di Venezia, suscitando il riso di gran parte degli spettatori. La critica all’arte contemporanea è largamente condivisibile, poiché la quasi totalità dell’arte prodotta oggi è una truffa (o aspira a diventare una truffa). Ma a questo punto Sgarbi inserisce un nuovo argomento, la rivalutazione della pittura, rivelando che questo è il suo obiettivo ultimo. Accusa i critici d’arte contemporanea di aver estromesso la pittura dal sistema dell’arte, e di averlo messo in minoranza perché lui è uno dei pochi che apprezza ancora i pittori. Ecco che allora si comprende bene il discorso iniziale sulla contemporaneità: affermare che anche i bronzi di Riace sono contemporanei permette poi a Sgarbi di affermare che chi fa oggi pittura non è meno contemporaneo di chi fa installazioni multimediali. Ecco che allora la contemporaneità può essere costituita per Sgarbi sia dalla pittura sia dalle installazioni e proprio per questo il suo libro è stato concepito con una doppia copertina: a scegliere sarà chi acquisterà il volume. D’altra parte Sgarbi è un ottimo conoscitore in fatto di pittura, ma molto meno conosce le altre manifestazioni artistiche del Novecento.
Tutto il discorso di Sgarbi tiene fino a quando si limita alla denuncia della cricca dei curatori e critici che sponsorizzano artisti mediocri creando fenomeni modaioli di scarsissimo valore. Ma quando come antidoto a questi cialtroni (pure ignoranti, ha pienamente ragione) si propone un ritorno alla pittura, ebbene questo è il vero punto debole della sua operazione critica. Gli artisti pseudo-concettuali-didascalici creati dal ben noto sistema dell’arte (la roba ignorante e truffaldina alla Koons, Cattelan, Hirst, ma anche tutto il sottobosco decorativo e inconsistente di video-art, performance-art e simili) non meritano neppure di essere presi in considerazione. Ma, anche se più onesto e meno ignorante, è improponibile anche il ritorno alla bella pittura avanzato da Sgarbi. Ed è improponibile proprio perché, come abbiamo sempre detto, il presentismo modaiolo non può essere sconfitto da un ritorno al passatismo. Si può senza dubbio continuare a dipingere ancora oggi, nel 2012. Ma la pittura non è il mezzo più adeguato per descrivere e comprendere la realtà contemporanea. Certo, se si vuole esprimere un rifiuto completo della realtà presente e un ritorno all’antico possiamo utilizzare la pittura, ma se si ha intenzione di entrare in contatto con la sensibilità contemporanea ci sono modalità indubbiamente più efficaci, da rintracciarsi in continue azioni performative oltre-artistiche, sabotanti, disorientanti, al di fuori dei tradizionali generi, dei contesti museali, al di fuori del sistema artistico. Per sconfiggere il presentismo (utilitaristico affaristico modaiolo) occorre un’ulteriore fase d’avanguardia, non un ritorno all’ordine passatista. Sgarbi nel suo discorso cita correttamente la Fontana di Duchamp, ma non altrettanto correttamente comprende che l’esito ultimo della pratica del ready-made è lo smascheramento dell’inconsistenza della categoria dell’arte. Dopo gli sputi di Marinetti all’Altare dell’Arte e dopo i ready-made di Duchamp, la categoria dell’Arte non può che crollare definitivamente. L’esito non può essere quello di dichiarare che qualsiasi cosa entri in un museo sia arte (esito che giustamente Sgarbi denuncia come grottesco), ma non è neppure quello di far finta che Duchamp non abbia smascherato la funzione sacra dell’arte (e del museo). L’esito finale è comprendere che nulla è arte, che l’arte non esiste se non quando si crea artificiosamente, utilitaristicamente e meschinamente la categoria “arte”.
Per superare le truffe dell’arte contemporanea abbiamo oggi bisogno solo di quella che chiamiamo “oltre-arte”, occorre dichiarare che l’arte tutta è una truffa, che non abbiamo più bisogno di un mondo in cui ci siano artisti e non artisti, ma di un mondo in cui ci siano semplicemente persone con determinate doti più o meno sviluppate. La differenza tra gli individui non è relativa alla loro natura di artisti o non artisti, e quindi alla loro capacità e volontà di entrare in quei canali che legittimano questa natura di “uomini speciali”. La differenza sta solo nel livello raggiunto da ciascuno in differenti campi espressivi: possiamo essere più o meno abili nel disegno, nella scrittura, nella composizione musicale, nell’oratoria, etc. E allora, perché utilizzare ancora la categoria “arte”? Forse per creare un’isola romanticamente felice e lontana dalla corruzione e dall’utilitarismo del mondo? Ciò sarebbe anche comprensibile in linea generale, ma quando questa isola diventa altrettanto corrotta dall’utilitarismo ha senso ancora che esista? E poi, perché creare un’isola? Non hanno tutti gli individui bisogno di allontanarsi dalla vile meschinità quotidiana? Una volta eliminata l’inutile categoria dell’Arte non ci sarà più nessuno che proverà la truffa con il fine di essere inserito in questa élite dell’umanità che gode del privilegio di veder pagate idee anche banalissime con cifre ultramilionarie.
Insomma, qui non è in ballo, come crede Sgarbi, la truffa dell’Arte Contemporanea. Qui è in ballo la truffa dell’Arte. E basta.
Antonio Saccoccio

Sgarbi di fronte allo stand di "Avanguardia 21 Edizioni" riceve la  T-shirt del  MAV "L'arte è una truffa"



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giovedì, aprile 12, 2012

Il FaceStrike: qualcosa in più di un sabotaggio di Facebook

È da poco più di una settimana che è stato lanciato il FaceStrike e tra tante domande, richieste, dubbi e perplessità è giusto ora chiarire le motivazioni e gli obiettivi dell’operazione.

Dove nasce il FaceStrike?

L’operazione è partita da Facebook perché è attualmente, almeno in Italia, il social network in cui più si rende necessario questo sabotaggio mediale. Ma già alcuni utenti lo stanno portando sui blog di wordpress e blogger, sulla piattaforma ning, sui forum, etc.

In cosa consiste?

Il FaceStrike consiste, generalmente, nel circolare all’interno delle comunità virtuali con un avatar che raffigura un altro utente, con lo scopo di generare disordine comunicativo, reazioni intellettuali ed emotive, etc. All’interno di questa indicazione generale, è possibile rintracciare un numero praticamente infinito di modulazioni differenti. Ci si può semplicemente accordare con un amico scambiandosi reciprocamente l’avatar e andare a infettare le bacheche dei profili amici. Si può rubare l’avatar ad un amico e continuare a postare come se nulla fosse cambiato. Si può rubarlo anche ad un profilo non direttamente nostro amico, ma soltanto amico di amici. Ci si può persino mettere d’accordo tra una decina di amici, “vestirsi” tutti con lo stesso avatar, e portare questa carnevalata monocromatica a spasso per il web. Ognuno può creare il proprio FaceStrike come meglio crede. Nessun FaceStrike è sbagliato, se si è compreso per quali motivi è nato e quali sono i suoi reali obiettivi.

Per quali motivi nasce?

Il FaceStrike nasce in seguito all’osservazione (e alla successiva critica) delle pratiche relazionali che si instaurano in generale nelle comunità online, e più in particolare in social network come Facebook. In questi luoghi di aggregazione virtuale l’importanza attribuita all’immagine appare generalmente predominante, fino a schiacciare qualsiasi altro aspetto. Così, social network come Facebook sembrano sempre più privi di spessore, schiacciati sulla monodimensionalità delle fotografie personali e dell’associazione della persona con una data immagine, e quindi con un avatar. Questo genera non solo una regressione notevole delle componenti verbale e sonora, ma più generalmente provoca l’incremento di tipiche relazioni “di facciata”, così vicine alle peggiori relazioni che si riscontrano abitualmente al di fuori del web e così lontane dal networking orizzontale e fuori dalle logiche di sistema. Gli adulti sono coloro che appaiono più corrotti anche in questo caso. È ormai frequentissimo trovare profili creati con il solo e unico scopo di stringere relazioni interessate con personaggi ritenuti importanti per la propria carriera. Si tratta del classico profilo con bacheca manageriale-pubblicitaria. Sì, perché Facebook è potenzialmente rivoluzionario, ma in mano a menti misere diventa una piccola e miserabile testata personale e personalistica, in cui mettersi in mostra costantemente intrattenendo relazioni di comodo con chi condivide la medesima miserabile impostazione mediale (e mentale). L’impostazione vetero-spettacolare di questi utenti non lascia loro neppure immaginare la potenzialità infinita che si annida nel Facebook inteso invece come succoso serbatoio per il networking creattivo (la seconda -t- è qui d’obbligo). Apparire sempre operosi, attivissimi, vincenti è lo scopo del profilo manageriale: una spettacolarizzazione forsennata della propria esistenza a cui neppure un Debord avrebbe mai pensato di poter assistere. Ecco allora la pratica del “mi piace” compulsivo appena si vede l’avatar utile ai nostri scopi che pubblica qualcosa: non serve neppure leggere cosa ha scritto, neppure di cosa generalmente ha scritto, che scatta il “mi piace” di facciata e pieno d’ossequio, come a dire “io ti leggo eh!”, “ci sono”, e soprattutto “ci sono sempre per te”.

Gli obiettivi del FaceStrike.

Di fronte a tutto questo, ecco il FaceStrike. Basta cambiare l’avatar per sabotare il sistema del “mi piace” facile. Modificare il reale accostamento tra l’utente e il suo avatar abituale causa innanzitutto un brusco rallentamento del “mi piace” compulsivo. Il motivo è semplice: la possibilità di sbagliarsi, e regalare quindi un “mi piace” di facciata ad un estraneo che ha rubato l’avatar di un amico “interessante” diventa, con la presenza del FaceStrike, altissima. E dopo esserci cascati un paio di volte, si è costretti a pensarci un po’ di più prima di cliccare. È importante provare concretamente almeno una volta per comprendere la portata di ciò che ho appena descritto. Sabotare l’indecoroso mercimonio dei commenti e dei “mi piace” compulsivi e interessati: questo è il primo obiettivo del FaceStrike.
Il secondo grande obiettivo è meno polemico, ma assai interessante a livello emozionale. Il FaceStrike ci costringe a considerare tutto ciò che ruota attorno alla nostra immagine e all’immagine altrui e che, travolti dall’inondazione fotografica quotidiana, rischiamo di non valutare mai neppure per un solo istante. Non è difficile così imbattersi in coloro che si dichiarano ansiosi, imbarazzati, angosciati dal veder circolare una propria fotografia come avatar di un altro profilo. Altri saranno persino incazzati perché gli avrete preso proprio la fotografia in cui “sono venuti male” (e di questa vanità maniacale nella scelta delle fotografie, ne vogliamo parlare? E la vogliamo finalmente un minimo ridicolizzare?). Non sarà difficile provare noi stessi un certo imbarazzo a portare in giro un volto che non è il nostro e affidare le nostre considerazioni (magari le nostre più intime) a quest’altra faccia, più o meno estranea, che per qualche ora, o settimana, sarà come la nostra. E i nostri pensieri che si adegueranno alla faccia scelta per quel giorno? Non ci credete? Eppure capita anche questo: di pubblicare un pensiero a cui non avevate mai posto la mente proprio perché quel giorno davvero vi siete calati nel vostro nuovo avatar, in quella faccia che a forza di fissarla sul monitor vi ha portato ad una riflessione che mai vi aveva sfiorato. Sì, perché se avete un aspetto fantastico e sempre fascinoso, credete che portare per una settimana una faccia brufolosa e sfigata vi attiri solo meno “mi piace”? Forse ci sarà meno movimento là fuori sulla vostra bacheca, ma qualcosa dentro di voi potrebbe muoversi parecchio.

Ancora una speranza per i giovani.

Una considerazione prima di concludere. Mentre gli adulti appaiono irrimediabilmente “adulterati” dalla logica vetero-spettacolare dell’interesse, dell’utile e della bella immagine da mostrare a tutti i costi, alcuni giovani sono al di fuori di queste logiche. Non è raro trovare infatti ragazze e ragazzi che praticano quasi un FaceStrike spontaneo, privo magari del rigore di questa nostra operazione organizzata, ma senz’altro segno dei tempi che cambiano. Ragazzi che intendono le pagine sul web non come piccole televisioni (o giornali) in miniatura, ma come occasioni per conoscere, comprendere, stringere legami, relazioni, alleanze, in un’ottica neotribale e antiutilitaristica, che è l’esatta negazione del vecchio opportunismo calcolatore di novecentesca memoria. Ecco allora che ridere della propria foto, clonarla, regalarla, vederla scippata e accostata alle più impensabili citazioni, potrà diventare un momento realmente eversivo e di possibile “messa in crisi” delle pessime tendenze in voga in larghe fasce delle comunità virtuali.

Antonio Saccoccio


* Il FaceStrike è stato ideato da tre movimenti oltre-artistici d'avanguardia (MAV Movimento per l'Arte Vaporizzata, Net.Futurismo, Movimento Arte Cervicale)

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