LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

mercoledì, marzo 12, 2014

Manifesto per l'Antiscuola della Vita: 5 punti per rivoluzionare le scuole

Che la scuola sia un'istituzione in cui regna unicamente la morte è ormai negato solo da chi possiede un'intelligenza in avanzato stato di decomposizione. Non c'è quindi più spazio per mediazioni, riformucce e struggenti compromessi per salvare il salvabile. Non c'è più nulla da salvare dove le muffe e le polveri soffocano quotidianamente passioni, istinti, vigore, coraggio.
Per porre fine all'agonia delle menti e dei corpi di bambini, adolescenti e giovani dai 5 ai 30 anni propongo l'applicazione integrale dei seguenti 5 punti programmatici.
Gli spiriti più timorosi e conservatori potranno leggere questo programma come una rivoluzione all'interno dell'attuale Scuola della Morte.
Gli spiriti più audaci, eretici, avanguardisti e libertari leggeranno questo programma come primo temerario passo verso la creazione dell'Antiscuola della Vita che tutti, consciamente o inconsciamente, desideriamo.


  1. LIBERTÀ E PIACERE NELL’APPRENDIMENTO
Introdurre e sostenere come principio fondativo dell’apprendimento la libera scelta, concertata e condivisa, di ciò che si vuole imparare: l’apprendimento è reale e significativo solo in presenza di una reale domanda di conoscenza (curiosità + piacere), non può esserlo se lo stesso soggetto impone prima la domanda, poi la risposta (cosa che accade abitualmente nelle scuole tradizionali). In quest’ultimo caso non può esistere apprendimento, ma solo indottrinamento.
Conseguente revisione e ridimensionamento, in seguito abolizione dei programmi scolastici nazionali.

  1. DALLE CLASSI CHIUSE ALLA SCUOLA APERTA
a) Inserimento di ogni attività di apprendimento in contesti naturali, demolendo l’artificialità della classe otto/novecentesca. Conseguente riduzione drastica delle ore di frequenza, poiché un paio d’ore di apprendimento reale in un contesto di apprendimento vivo, reale e vitale equivalgono a una settimana di frequenza negli attuali dormitori scolastici.
b) Equilibrare lo studio libresco con quello derivante dagli altri media (supporti audio, video, internet, etc.). Conseguente riattivazione della sensoralità perduta.
c) Abolizione dei manuali unici di studio, responsabili di visioni non pluralistiche del mondo.

  1. RETI SOCIALI DI APPRENDIMENTO
Creazione di reti sociali per l’apprendimento, non costituite in base a differenze di sesso, età, nazionalità, ma esclusivamente in base a interessi e passioni condivise. Tali reti saranno il risultato della contaminazione tra reti sociali digitali e contesti comunitari conviviali. Le reti opereranno in un contesto scolastico e in un contesto extrascolastico in modo continuativo e naturale, abolendo l'odiosa penosa separazione tra scuola e vita.

  1. NO AL VALUTAZIONISMO
Graduale riduzione della centralità della valutazione nei processi educativi fino alla sua sparizione. Conseguente riforma e poi abolizione degli esami. Conseguente abolizione del valore legale dei titoli di studio.

  1. DAL PROFESSORE AL FACILITATORE DELL’APPRENDIMENTO
Il ruolo dell’attuale professore, unico detentore del sapere e suo diffusore, sostituito da una figura che assommi quelle di guida, facilitatore, operatore di rete nei processi di apprendimento. Chi insegnerà? Chi avrà realmente qualcosa da insegnare. (Sono quindi esclusi coloro che possiedono un'abilitazione all'esercizio della memorizzazione coatta di informazioni inutili e indesiderate).

Che la vita torni a scorrere elettrizzante e pericolosa per tutti i bambini e giovani esseri umani.

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , ,

mercoledì, marzo 05, 2014

La grande bellezza e la grande truffa dell’arte contemporanea

C’è una scena de “La grande bellezza” che in pochi hanno sottolineato a sufficienza e che invece vale metà del film: la performance artistica all'acquedotto romano e la successiva intervista del giornalista Jep Gambardella (Tony Servillo) alla body-artista Talia Concept (interpretata da Anita Kravos).
Si tratta di una scena che mette in ridicolo le performance artistiche contemporanee, ma soprattutto l’ignoranza e la vacuità che si nascondono dietro quelli che si fan chiamare oggi “artisti”. Una scena che rivela una conoscenza piena del mondo dell’arte contemporanea e dei suoi grotteschi rituali.
La performance contiene tutti i luoghi comuni delle performance artistiche: la presenza di corpi nudi (che siano preferibilmente “bei corpi”); la preparazione di un set, possibilmente contaminando l’antico (l’acquedotto romano sull'Appia antica) con il contemporaneo (il palco di legno con tanto di segnaletica stradale); i riferimenti politici, meglio se internazionali (la falce e martello disegnata all’inguine) e comunque sempre decorativi e innocui; la presenza di sangue; il silenzio rituale di contemplazione-attesa rotto dall’urlo improvviso; la parola striminzita che deve risultare ambigua e allusiva a chissà quale dramma (il grido finale “Io non vi amo!”).
E poi c’è il pubblico, sul prato, ormai composto indistintamente da signori e signore dell’alta borghesia annoiata e dall’altrettanto annoiata gioventù pseudo-alternativa. La gente distesa sul prato che osserva attenta e concentrata la performance, e altrettanto diligentemente applaude, è un ritratto del vuoto esistenziale interclassista contemporaneo. La grande idiozia dell’arte contemporanea coinvolge ricchi e poveri, senza più alcuna distinzione, tutti uniti nel presentismo modaiolo, tutti alla disperata ricerca di qualcosa che li faccia sentire “diversi”, capaci di intendere qualcosa che gli altri non capiscono. Tutti privi delle facoltà, culturali, intellettuali ma soprattutto umane, utili a decifrare la palese truffa che si cela dietro la parola “arte”.


La successiva intervista completa il quadro dell’Artista alla perfezione. Il dialogo tra i due è una vera tortura per la ragazza. La quale, per trarsi d’impaccio, prova subito a buttarla in confusione parlando di una misteriosa “vibrazione”, di natura extra-sensoriale. Quindi, non sapendo spiegare cosa sia quella vibrazione, se ne esce fuori con uno dei cavalli di battaglia di ogni sedicente “artista”: «Io sono un’artista, non ho bisogno di spiegare un cazzo». Gli artisti non devono spiegare ciò che fanno, sono artisti e basta. Ma Talia non demorde perché vuole quell’intervista su quel giornale che ha così tanti lettori: tenta ancora di definire la vibrazione come “radar per intercettare il mondo” e tira persino in ballo il suo fidanzato, un artista concettuale che “rielabora palloni da basket con i coriandoli, un’idea sensazionale”. Ma Jep si spazientisce e definisce le parole della performer “fuffa impubblicabile”. L’intera scena si conclude abilmente con la risata della direttrice nana del giornale, risata che copre definitivamente di ridicolo l’artista e il mondo dell’arte che rappresenta.
Anche per l‘intervista la descrizione dell’artista è perfetta: il desiderio evidente e continuo di autopromozione; la consapevolezza di dover truffare il pubblico e quindi l’abitudine a parlare il meno possibile o il più possibile con termini vaghi e privi di senso; l’idea che i giornalisti siano complici della truffa, o perché anche loro ignoranti o perché a loro non sta davvero a cuore ciò che pubblicano. Talia Concept è sfortunata, perché Gambardella non è il solito giornalista cretino e sprovveduto, ma uno che ha piena consapevolezza del ridicolo che c’è dietro quelle performance e dietro il mondo dell’arte contemporanea. Talia Concept è solo una Marina Abramovic di provincia, più rozza e incolta e quindi assai meno pericolosa.
“La grande bellezza” ci offre quindi un prezioso affresco di chi è l’artista oggi, di cosa è l’arte oggi, di chi sono coloro che costituiscono il pubblico dell’arte oggi. Si salva solo Gambardella, unico a capire in un mondo di imbecilli. Ma, aggiungiamo noi, la consapevolezza di Gambardella è oggi estesa a larga parte della popolazione. Certo, lui possiede la superiore consapevolezza di chi quel mondo lo conosce bene, da vicino, e ne sa smascherare il ridicolo. Ma, accanto a quelli come lui, cresce ogni giorno la consapevolezza (magari non da addetti ai lavori, ma non meno importante) di chi proprio non ce la fa a lasciarsi prendere per il culo da simili sceneggiate.
Si è detto che gli americani hanno fatto vincere “La grande bellezza” perché hanno creduto che quella fosse davvero la Roma contemporanea. Ora, a parte il fatto che i premi non hanno mai stabilito il valore di nulla e nessuno, c’è da precisare che gli americani avranno pure scelto il film per motivi tutti loro, ma di certo quegli ambienti romani, ambigua commistione tra snobismo, alternativismo e volgarità, tra presentismo pariolino e presentismo pignetino, sono perfettamente descritti, con quel po’ di enfasi e parodia che basta per non restituire un realismo didascalico. Come nella scena della performance di Talia Concept. Come in queste battute tra signore ben vestite, che lascio a mo’ di epigrafe a memoria della coglionaggine esibita di tanti radical chic romani e non.

-  Hai cambiato colore dei capelli?
-  Sì, in questo periodo mi sento… pirandelliana. Bello questo jazz, vero?
-  Mica tanto. Secondo me oggi l’unica scena jazz interessante è quella etiope.


Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , , , , , ,

giovedì, gennaio 09, 2014

L’avventura Dada del MOMA di Hal McGee (con interpolazioni MAV)

Discussion topic:
Is MOMA dada?

È partita con questa semplice e diretta domanda un’appetitosa discussione su facebook. Che, infatti, dopo una settantina di risposte deve ancora terminare.
A lanciarla è stato HalMcGee e l’ha rivolta ai membri del MOMA (The Museum Of Musicassette Art), l’ultimo suo progetto. Un progetto brillante che prendiamo lo spunto per descrivere sinteticamente. 

Si tratta di un’altra delle trovate di Hal McGee: creare un vero e proprio Museo della Microcassetta, un museo tanto ricco da far invidia al MOMA di New York! Un Museo con ben 120 contributi sonori provenienti da tutto il globo. Grande ironia e grande leggerezza, ovviamente.
Hal McGee ha già pubblicato sul web 90 musicassette, complete di copertina, organico e dati tecnici sugli strumenti utilizzati. Quando l’intera raccolta sarà completata (il termine per l’invio delle musicassette è scaduto il 31 dicembre 2013) lui avrà a casa sua un vero e proprio Museo della Musicassetta, mentre noi ci dovremo accontentare di vederne un pallido riflesso nel sito web in cui l’interacollezione sarà raccolta


E ora arriviamo a Dada. McGee ha aperto la questione coinvolgendo più di cento musicisti e rumoristi di tutto il mondo: «Is MOMA dada?»
A questo punto si è scatenato il prevedibile scontro tra chi ha risposto in modo affermativo e chi negativo. E chi ha solo giocato. Era prevedibile. Anche Hal lo aveva certamente previsto. Hanno risposto Rafael González, Jay Decosta Peele, Massimo Magee, Seth Ossachite Stephens e altri. E sono intervenuti anche Antonio Saccoccio (chi scrive) e Stefano Balice, che – si sa – quando si alzano i toni, si lanciano sulla preda senza troppi complimenti. Questa la mia sintetica risposta: «I see irony and humor in the HAL'S MOMA. I see aRT that mocks Art (NY MOMA). All of this is fun, but also very serious. As Dada».
Con piacere abbiamo notato che Hal McGee la pensa come noi, affermando: «I can certainly say that my conception of MOMA bears the inspiration of the spirit of dada».
Ma soprattutto Hal ha condiviso le mie affermazioni più forti, quelle che non limitano Dada ad un movimento artistico storicamente concluso, ma ad una visione del mondo sempre viva, che continua sviluppandosi nel tempo come tutte le idee davvero importanti. Tant’è che oggi lo stesso McGee ha ripreso alcuni miei commenti rilanciandoli:

DADA - as is futurism - is not merely an artistic movement such as Cubism or Impressionism. DADA and Futurism are life philosophies, ideologies; indeed they are ways of living. For this reason, we can be Dada today. Indeed, we must be Dada today. These ideas are in advance of the sensibility of the majority of the population. A century ago there were 200 Dadaists, maybe today there are 200,000.
- adapted from comments by Antonio Saccoccio.

Hal aveva affermato in perfetta consonanza con le mie affermazioni: «I personally think it is a mistake to view dada as an historical art movement that ended. It is a spirit and a process». D’altronde è per questo motivo che anche il MAV (Movimento per l’Arte Vaporizzata) ha partecipato al progetto (con Tommaso Busatto, Roberto Guerra, Giovanni Nembrini, Antonio Saccoccio, Stefano Balice, Mattia Niero). Il Mav ha intravisto nei progetti di Hal McGee qualcosa di importante, quella “barbarie superiore” che cerchiamo. 


Quando affermo che un secolo fa erano Dada in 200 e oggi lo sono in 200.000, sto riaffermando con consapevolezza la possibilità che le idee radicali lanciate cento anni fa da poche decine di avanguardisti siano oggi condivise da migliaia di individui in tutto il mondo. Si sta creando (forse in parte si è già creata) un’avanguardia di massa, possiamo chiamarla anche un’“avanguardia postmoderna” (e già vediamo i soliti schizzinosi benpensanti storcere il muso). Si tratta di comprendere che ancora non ci può essere in decine di migliaia di uomini e donne una consapevolezza pari a quella che avevano Marinetti, Boccioni, Tzara, Huelsenbeck, Duchamp, Breton, Debord. Ma d’altra parte noi sappiamo anche che, ad esempio, neppure tra le poche decine di futuristi attivi tutti erano consapevoli allo stesso modo: vogliamo credere che Buzzi, Folgore o Altomare avessero la stessa consapevolezza di un Boccioni? Certamente no. E anche oggi è così, solo che i numeri sono incredibilmente cresciuti. Intendiamoci, a fare da apripista restano in pochi. Di Hal McGee non ce ne sono a migliaia, ma esistono centinaia, migliaia di partecipanti ai vari network che portano avanti operazioni radicali come quella del MOMA. È un’avanguardia che è assurdo chiamare ancora avanguardia artistica, perché è troppo evoluta per essere ancora “arte”. Oggi si può ancora chiamare “arte” roba totalmente reazionaria e inservibile come la produzione di Koons e di chi è nel cosiddetto “mercato dell’arte”. Sarebbe offensivo chiamare con lo stesso termine operazioni brillanti come quelle di Hal McGee. Per questo motivo noi chiamiamo da tempo queste operazioni con il termine “oltre-arte”, qualcosa che si sta sganciando definitivamente da quello che nel XIX secolo chiamavamo “arte” e che le avanguardie del XX secolo (dal Futurismo al Dada, da Fluxus al Situazionismo) hanno totalmente demolito.

Ma torniamo alla discussione sul Moma-Dada. Ad un certo punto è intervenuto Anthony Donovan, che, contrapponendosi alle nostre precedenti affermazioni, ha scritto: «Dada, like say the French Revolution or the Vietnam War. Dada is historically specific in the same way». È noto che questa visione di Dada (o del Futurismo) come movimenti artistici conclusi è difesa soprattutto dai collezionisti d’arte e dai docenti universitari (entrambi hanno una grande dimestichezza con le cose morte e pochissima con quelle vive). Donovan ha ricevuto argomentate risposte, ma non si è rassegnato, convinto delle proprie ragioni. Purtroppo la discussione è degenerata e si è arrivati alle solite accuse che da cento anni almeno sopportano le avanguardie: mancanza di serietà e dilettantismo. Certamente, nessun seguace di Dada (del Dada concluso e di quello ancora vivo!) avrebbe qualcosa da rispondere a queste accuse: tutti i Dada sarebbero fieri di non essere seri e di essere dei dilettanti! L’unica cosa seria è beffarsi della serietà. La discussione si è chiusa così nella reciproca incomprensione ma nella più completa soddisfazione di entrambe le parti. Chi fiero della propria serietà, chi fiero del proprio Dada. 

(Sia chiaro: che ci si possa definire Dada non è assolutamente importante. E' importante ciò che si fa, non come ci si definisce. E questo Hal McGee lo sa, il MAV lo sa. Per questo motivo si può e deve ridere di questa cosa del Dada. Fino a quando qualcuno non la prende troppo seriamente. Allora si ride con un lato del cervello, e con l'altro si fa finta di essere seri).

Le avanguardie difficilmente possono morire, perché sono delle visioni del mondo, delle filosofie di vita in grande anticipo sui tempi. Quanto di ciò che dicevano i futuristi si è oggi realizzato? Quanto di ciò che auspicava Dada è compiuto? Una minima parte, purtroppo. E per questo essere oggi futuristi e Dada ha ancora un gran senso. Per chi vuole. Per tutti gli altri, ci sono tanti altri modi per occupare le giornate.

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , ,

mercoledì, ottobre 09, 2013

Disordini in Accademia: futuristi, passatisti e presentisti tra performance e vita vera

Domenica pomeriggio, quasi rissa all'Accademia di Belle Arti di Roma. Nel corso dell'evento Corpi di-segni d'arte (curato da Vitaldo Conte e con la partecipazione, tra gli altri, di Salvatore Luperto e Lamberto Pignotti) è stato presentato il cd Pulsional RU.MO.RE! (Avanguardia 21 edizioni). Sono intervenuti i curatori del progetto: Vitaldo Conte, Antonio Saccoccio, Helena Velena. I primi due hanno esposto le basi storiche e teoriche su cui si innesta il progetto, dal punto di vista poetico (V. Conte), musicale e d'avanguardia (A. Saccoccio). A questo punto è intervenuta Helena Velena, che ha contestualizzato politicamente e socialmente il fenomeno, e lo ha fatto con la solita energia fisica e ideale: ne è nato un pandemonio. Dopo circa dieci minuti un paio di persone hanno iniziato ad agitarsi più del normale, interrompendo Helena, criticandola, arrivando presto ad offenderla. A freddo, è necessario capire cosa è successo realmente. Lo scandalo non è stato tanto nei contenuti pesanti da lei proposti, perché altrettanto pesanti erano state le considerazioni di chi l'aveva preceduta. Il pubblico in queste occasioni è talmente accomodante e accomodato sulle accademiche sedioline che non si sognerebbe mai di intervenire a quel modo. A risvegliarlo è stato il tono usato da Helena, che è semplicemente il suo tono, polemico, ribelle e indignato. Ciò che ne è uscito è nella tipica tradizione d'avanguardia: il pubblico intervenuto ha chiesto "rispetto", rispetto del proprio "gusto", con puntuali richiami all'ordine, al rispetto del potere costituito, e del senso comune, sbandierando frustrazione e rabbia decennale, ignoranza senza confini, personalissimi insulti, prima timidi e via via crescenti man mano che la frustrazione e il senso di impotenza in loro aumentava. Il tutto proseguendo anche quando l'evento era finito da un pezzo. Inutile raccontare che più le proteste e gli insulti aumentavano più noi pulsionalrumoristi eravamo visibilmente soddisfatti. Sentire gente che, mentre parli d'avanguardie, difende a spada tratta Gino Paoli e Ottorino Respighi, non può far che sorridere teneramente. Sentire gente che in discorsi d'avanguardia pretende il rispetto per il pubblico fa ridere grassamente. Erano cascati in una trappola banale, il secolare scontro passatisti-futuristi, da cui per ignoranza non riuscivano ormai a tirarsi fuori (la storia, in questi casi, sarebbe davvero maestra, almeno per evitare figuracce del genere). Erano alla fine in due su cinquanta a protestare, forse tre. Abilmente chi aveva riconosciuto la dinamica si era smarcato e aveva preso le distanze. Emblematico in questo il professor Giorgio Di Genova, che si autodefiniva a quel punto "non pubblico". Ma cosa facevano gli altri spettatori? La quasi totalità era bloccata sulle sedie, non reagiva neppure come i due di cui sopra. Solo ad evento concluso arrivavano in tanti a complimentarsi per aver "finalmente ravvivato questi incontri", perché "c'è bisogno di cose come queste in questo ambiente". Questo potrebbe sembrare incoraggiante, ma purtroppo non è tutto come sembra. Come gli insulti di un passatista, per giunta ignorante, possono essere super-graditi a chi vuol portare aria nuova, i complimenti possono risultare imbarazzanti. Il motivo è semplice: la maggioranza delle persone che aveva partecipato come pubblico all'evento (e che mostrava apprezzamento per noi) aveva percepito e definito l'intervento di Helena come una "performance". Helena aveva il suo bel da fare nel ribadire: "Guardate che quella non è una performance, io sono così, parlo così, mi agito sempre così". Cosa che posso confermare, anche in un bar o un locale Helena si agita e parla a quel modo: chi sente davvero qualcosa non ha bisogno di fare una performance per essere vitale. Ma in Accademia non c'era nulla da fare. Il pubblico, costituito in prevalenza da persone avvezze ad avere a che fare con l'arte e gli artisti, aveva imprigionato la forza dell'intervento di Helena nell'ambito dell'Arte, distanziandola così dalla Vita, l'unica cosa di cui Helena (e il sottoscritto) vogliono parlare. Questo episodio la dice lunga sul livello di crisi del mondo dell'arte contemporanea. Chi vive a contatto con quel mondo non è capace più di percepire nulla di reale, di vero, di vivo e vitale. Riconduce tutto ad una categoria chiusa e morta, tenuta in vita artificialmente, con danno di tutta l'umanità. Qualcuno ha affermato anche diplomaticamente: "Bella la performance, certo i contenuti sono per me discutibili". Che? Se di una cosa non mi piacciono i contenuti, la contesto, non dico che è "bella"! Forse allora sono più vivi i passatisti che hanno protestato, insultato ed esibito volgarmente la loro ignoranza? Forse dobbiamo preferire loro? Beceri, ma ancora un po' vivi? Forse sì, forse no...
Un passo indietro nel secolo scorso. Quando futuristi e dada provocavano il pubblico nei teatri o per le strade non volevano fare "performance", volevano ricostruire il legame tra arte e vita, volevano portare la vita nel mondo morto dell'arte. Erano persone sempre performative, perché erano vive, e non lo erano solo quando erano sul palco, lo erano sempre, anche e soprattutto quando discutevano tra di loro, quando non c'era un pubblico presente. Era una "performance" il tirarsi a vicenda arance e patate in faccia? No, si voleva solo svegliare il pubblico che dormiva sulle poltrone del teatro, si voleva ristabilire il contatto vitale con il pubblico. Non si voleva essere applauditi per la performance. Questa è una degenerazione dei nostri tempi, in cui vediamo l'attore-artista che si mette una maschera e fa la propria performance simulando parti di vita, performance perfettamente ridicola perché in realtà estranea alla propria vita. La performance è  pura finzione, puro presentismo, realtà addomesticata. L'urlo della vita definito "performance" è la sconfitta dell'essere umano. Estetizzare un urlo autentico assorbendolo nella dimensione rassicurante dell'arte è come scambiare un guerriero autentico per una maschera di carnevale. L'urlo di Helena scambiato per "performance" deve farci quindi riflettere, deve metterci paura sullo stato di degrado a cui è giunta l'estetizzazione e la spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita.
In fin dei conti i complimenti alla performance sono presentisti, tanto quanto è passatista il musicista che si alza e loda Respighi. Con la differenza che mentre l'antidoto al passatista è stato trovato da tempo (quasi tutti ormai riconoscono nel passatista ignoranza, viltà e beceraggine), quello al presentista è ancora tutto da scoprire. Il presentismo è oggi vincente, anche tra chi non è totalmente sprovveduto. Per demolire il presentismo occorre demolire la categoria dell'Arte, occorre vaporizzarla fino a dissolverla. Non c'è altra via. I presentisti tendono a recuperare all'interno dell'Arte qualsiasi cosa di minimamente fuori dall'ordinario. E se qualcosa è eccessivo per i loro gusti, allora diventa una "performance". L'urgenza della vita recuperata all'interno del rassicurante e patinato mondo dell'Arte. Nulla di più pericoloso per chi ama davvero la vita.


Vitaldo Conte, Helena Velena, Antonio Saccoccio
(Roma, Accademia di Belle Arti, 06/10/2013)



Etichette: , , , , , , , , , , , ,

venerdì, maggio 31, 2013

La vittoria dell'astensionismo e i sei limiti del M5S

Elezioni comunali 2013, vediamo com'è andata a finire. I partiti di centro-destra e centro-sinistra urlano all’unisono: l’unico dato significativo è il crollo del M5S. In realtà, se è vero che il M5S subisce una notevole battuta d’arresto, l’unico dato significativo appare un altro: il crollo della partecipazione al voto. In queste elezioni ci sono tanti sconfitti e un solo vincitore: l’astensione. I dati sono incontrovertibili. Basti soltanto pensare che in grandi regioni come il Lazio, l’Emilia-Romagna e la Toscana l’affluenza è scesa del 20% rispetto alle precedenti elezioni. A Roma siamo in pratica al pareggio tra votanti e astenuti. Quindi, a 3 mesi dalle elezioni politiche (che già avevano sancito la vittoria dell’astensionismo), la popolazione ha preso ancor più le distanze dalla politica dei partiti. Colpa certamente dell’accordo post-elettorale tra pd e pdl, che ha tenuto a casa chi vedeva nelle elezioni il motivo per votare a favore e soprattutto contro l’avversario politico. Ma tutto conferma una tendenza che è in atto da anni: la presa di distanza dalle istituzioni e dalla politica parlamentare a favore di aggregazioni comunitarie spontanee e non gerarchizzate.
Un discorso a parte merita l’arretramento dei consensi per il M5S. Qui le motivazioni possono essere molteplici. Le elenco e discuto in ordine di importanza:
  1. La mancanza di una chiara visione politica nel M5S, Grillo incluso. Questo deficit è venuto alla luce in modo troppo evidente nel momento in cui i neoeletti pentastellati hanno preso posto in Parlamento. In pochissimi hanno mostrato di possedere una precisa visione del mondo. E la politica non si può fare se non sai quale mondo c’è stato, quale mondo c’è oggi, quale mondo vuoi per il domani. Il programma del M5S non può essere rivoluzionario perché non si può fare la rivoluzione se non sai cosa vuoi davvero per il futuro e se ciò che vuoi per il futuro non è radicalmente in contrasto con ciò che c’è oggi. Che i politici non debbano prendere i rimborsi elettorali non è una visione del mondo. Essere per la raccolta differenziata dei rifiuti non è una visione del mondo. Queste (e altre) possono essere singole proposte, tutte frutto di una determinata ampia visione del mondo. Che manca purtroppo. Lo ribadisco: essere post-ideologici è corretto (ed è la storia che va in quella direzione per fortuna), ma essere contro qualsiasi idea politica organica è contrario al fare stesso politica. Il M5S è una delle prime manifestazioni di quella che può chiamarsi “post-democrazia delle reti” o “retarchia”, e su questo dovrà costruire la sua visione del mondo. Sprovvisti di questa consapevolezza, i poveri deputati e senatori grillini si sono lasciati fagocitare da un sistema che è strutturato esattamente sulle logiche di potere che i pentastellati (in teoria) dovrebbero demolire. Perché è accaduto questo? Perché per superare il nemico devi essere più forte e consapevole di lui. Non basta pensare di avere ragione, bisogna dimostrarlo ogni istante con convinzione e argomentazioni. Con una visione del mondo alternativa a quella oggi dominante. Parte di questa 
  2. Il fattore Grillo. La maggior parte dei voti ottenuti alle politiche erano arrivati seguendo le incendiarie esternazioni di Grillo. Se Grillo non scende in campo con quella stessa forza e continuità, gran parte dell’elettorato resta a casa. Questo è il chiaro risultato di un movimento a due teste: da una parte l’accentramento leaderistico nella figura di Grillo, dall’altra l’attivismo dei vari meet-up locali. L’aspetto davvero nuovo è la rinnovata partecipazione politica a livello locale, ma gran parte dei voti arrivano ancora grazie alla leadership old style di Grillo. Com’è normale che sia in una fase di transizione epocale come quella che stiamo vivendo: dalla piramide alle reti. Un buon 40-50% dei voti avuti alle precedenti elezioni dipendono direttamente dalla capacità di Grillo di rispondere (in quel preciso momento, che non è detto ricapiti un’altra volta) alle aspettative di una parte dell’elettorato. Questi voti dati alla persona Grillo sembrano in gran parte evaporati dopo soli 3 mesi.
  3. Né al governo, né contro il governo. Il non-accordo con il PD era strategicamente corretto: si doveva continuare ad essere contro il sistema dei partiti. Ma, essendo entrati in Parlamento, mettersi da soli all’opposizione poteva essere vincente solo per poi fare un’opposizione brillante e chiassosa. Nei primi tre mesi, invece, i risultati dell’opposizione del M5S sono stati scarsi e opachi. Niente di eclatante, e soprattutto molto meno di quello che faceva il M5S fuori dal Parlamento. Grillo ha ritenuto pericolosissimo fare un governo con il PD, probabilmente perché ha visto l’impreparazione generale delle sue truppe. Ma non ha fatto bene i conti, perché l’impreparazione era destinata ad emergere anche non entrando direttamente nel governo. Fatto sta che parte degli italiani ha percepito come inutile la presenza parlamentare grillina: non pervenuti né al governo, né all’opposizione. Persino gesti derivati da ottime e nobili intenzioni (tra tutte la famigerata rendicontazione delle spese di viaggi, pranzi, merende, etc.) è sembrata alla lunga ingenua e velleitaria, perché non accompagnata da altre iniziative politiche più consistenti. Una soluzione a questo tipo di problemi sarebbe possibile se Grillo e i grillini comprendessero che per attaccare più agevolmente il sistema non si deve perdere di vista l'ottica anti-parlamentare e post-parlamentare. Su questo punto si giocherà gran parte del futuro del M5S.
  4. La mancanza di una cultura d’avanguardia. Il M5S è un movimento che mette in discussione lo status quo. Ma il M5S non ha capito che le istituzioni tendono a funzionare come ambienti totalitari, a cui, una volta al loro interno, bisogna adattarsi. L’unica possibilità di entrare in queste istituzioni senza esserne assorbiti e quindi neutralizzati è capirne perfettamente i meccanismi che ne regolano il funzionamento e sabotarli. Per questo solo un’avanguardia ha qualche possibilità di entrare in Parlamento e detournarne le impalcature. Chi non ha nel dna le visioni e le pratiche delle avanguardie è destinato a fallire ogni qual volta prenda di mira un’istituzione statale. Solo l’avanguardia fa davvero male al sistema dominante, il resto è solletico. Tant’è che – si noti bene perché questo è davvero fondamentale – la cultura d’avanguardia è l’unica ad essere integralmente censurata dallo Stato (ad es. tutte le scuole/università e tutti i media di massa). E lo stesso Grillo viene ripreso tranquillamente da tv o giornali, fino a quando non si inventa qualcosa d’avanguardia (raramente purtroppo, perché non è quella la sua cultura): allora scatta la censura totale o la falsificazione.
  5. L’assenza di abili oratori in grado di infiammare la popolazione. Escluso Grillo, non ci sono persone in grado di improvvisare un discorso a braccio seguendo ciò che comandano cuore e cervello. Abbiamo tutti presente l’immagine di parlamentari pentastellati che leggono con imbarazzo i loro interventi alle Camere con occhi chini su fogli di carta. Così si dimostra di avere una marcia in meno, non certo in più. La cultura che viene dalla rete, per giunta, è una cultura che è, seppure in modo nuovissimo, orale. Una delle prime mosse sarà, quindi, quella di trovare almeno capigruppo al Senato e alla Camera che non siano anonimi e scialbi come gli attuali.
  6. La trasparenza che diventa micro-burocratizzazione. Dal Parlamento ai meet-up locali si registra una pericolosa tendenza: cercare di arrivare alla trasparenza attraverso una gestione burocratica di ogni aspetto del movimento (le rendicontazioni, le presenze, le votazioni online, etc.). Ciò non solo è profondamente contrario alla fluidità di cui necessitano le aggregazioni di rete, ma: a) impedisce la rapida evoluzione del movimento, in una fase in cui c’è assoluto bisogno di idee acute e individui capaci; b) allontana rapidamente le persone più brillanti, notoriamente allergiche a qualsiasi lungaggine e perdita di tempo.


Nonostante queste debolezze, il M5S resta oggi l’unica possibilità per contrastare chi detiene il potere e lo gestisce in modo tanto scriteriato. I punti a suo favore sono ancora moltissimi: l’aver riattivato la partecipazione attiva dei cittadini; l’essersi posto con chiarezza su una dimensione post-ideologica; l’aver sfruttato le potenzialità dei nuovi media partecipativi; l’aver portato concretamente un’esigenza diffusa di pulizia e onestà; l’essersi posta come dimensione concreta e attiva di quell’antipolitica che spesso può degenerare in paralisi; l’aver portato una critica decisa all’Europa della finanza; l’aver demolito la patetica e spesso criminale figura del politico-star; la volontà della maggioranza dei pentastellati di darsi da fare per il bene comune e non per i propri interessi e le proprie carriere. 

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , , , ,

martedì, aprile 30, 2013

L'arteventite o eventite d'arte: fenomenologia di una miseria postmoderna

Sarà anche a causa dei social network, ma l'eventite è ormai tra le principali malattie da cui sono affetti gli italiani. Chiarisco subito: l'eventite è la sovrabbondanza di eventi. Forse di eventi se ne sono fatti sempre tanti, è solo che oggi poiché siamo tutti connessi possiamo averne più facilmente conoscenza. E sicuramente in tale osservazione c'è anche del vero. Ma non è questo il modo corretto per comprendere il fenomeno. Occorre certamente partire dalla dinamica delle reti, ma non per concludere sbrigativamente: "Tutto è stato sempre così, solo che oggi vedo bene ciò che prima  ignoravo". Bisogna invece comprendere che gli stessi media reticolari sono responsabili di alcuni nostri atteggiamenti. Internet aumenta per chiunque le possibilità di visibilità e di interazione, risultando il luogo meno adatto per individui riflessivi e solitari, e una vera manna per coloro che cercano di stabilire nuove relazioni o crescere in visibilità. Ora, non c'è nulla di male nel cercare visibilità, che per alcune attività è indispensabile. Aprire un sito o un blog per diffondere i propri studi, le proprie opinioni, le proprie idee su questo o quell'argomento è certamente meritorio. Ciò che diventa invece imbecille è la continua promozione di eventi di ogni tipo, che risultano, già dall'invito digitale, essere privi della minima parvenza di contenuto. In questo l'ambiente dell'arte è come al solito all'avanguardia (sic). Perché se è vero che crescono le feste di Halloween e di carnevale, gli addii al celibato e le rievocazioni storiche in costume, non si può non notare che gli eventi dedicati all'arte aumentano a dismisura. E' tutto un fiorire di progetti, curatele, workshop, concept (perché con un po' di inglese dentro si fa sempre bella figura), tutti con l'arte - almeno a livello lessicale - in qualche modo coinvolta. E' l'eventite d'arte, l'arteventite, malattia che sembra al momento incurabile. Pare che organizzare un evento d'arte sia diventato più semplice di organizzare una festa di compleanno. Il fatto notevole è che si tratta nella quasi totalità dei casi di non-eventi, cioè eventi in cui non avviene nulla se non la promozione dell'evento stesso. Dopo l'evento in questione, si torna a casa come se nulla fosse accaduto. Semplicemente, non è acccaduto nulla: avete solo subito l'arteventite. Quando l'oggetto della promozione  risulta assente, non resta che una banale e deprimentissima auto-promozione.
Il fenomeno è curioso, perché nell'arteventite si sommano due distinti processi. Da una parte c'è stata la democratizzazione dei media, che ha dato a tutti la possibilità di farsi conoscere. Dall'altra dopo la conclusione (della storia) dell'arte intorno agli anni Settanta del secolo scorso qualche uomo con il fiuto per gli affari ha pensato di spacciarsi per critico o artista e cercare di raccattare in modo rapido un po' di credibilità e vagonate di soldi sostenendo l'arte essere ancora viva e vitale e loro esserne i protagonisti più accreditati (Transavanguardia, YBAs in ciò pari sono). Questo ha portato molti individui (gli uomini medi, perché gli altri sono immuni da simili idiozie) a credere che l'arte non fosse affatto morta, e che se Bonito Oliva e Koons, Politi e Cattelan ce l'avevano fatta potevano farcela anche loro. E con internet oggi questa idea sta spopolando tra chi sostanzialmente non ha nulla da dire e vuole darsi un tono. Lungi dal capire che è semplicemente ridicolo fare oggi l'artista come lo si poteva fare prima di Warhol, oggi ci ritroviamo con centinaia di persone che vogliono convincersi e convincerci di essere artisti e critici d'arte. E credono che per esserlo basti fare in piccolo ciò che hanno fatto in grande i sopra menzionati. Scimmie sulle spalle di nani! Autentico spettacolo da circo! Se a questi eventi andrete avendo chiaro tutto questo, lo spettacolo sarà spassosissimo! Certo, detto così chiunque potrà capire il ridicolo della faccenda. Ma chi ci sta dentro evidentemente non vede tutto questo, è lì che si affanna ogni giorno a mettere in piedi e/o promuove eventi insignificanti e raccattare pure persone che a quelle penose esibizioni devono assistere! C'è l'arte in scena, signori! non si può mancare!
Ora si sarà anche capito perché questi eventi d'arte sono così numerosi e frequenti e al tempo stesso così vuoti: si fa un evento su qualcosa che non esiste più, il che è semplicissimo perché si fa un evento sul nulla. Il guaio nasce solo nel momento in cui qualcuno si aspetta qualcosa!
Questo d'altra parte è uno dei prezzi da pagare al web. Dobbiamo sopportare l'arteventite diffusa perché pochi secondi dopo possiamo scoprire l'idea illuminante del signor x o guardare il video brillante del signor y. Tutto sommato, magari proprio questo articolo potrà servire a chi dell'arteventite non ne può più e non vede l'ora di sbarazzarsi rapidamente dell'ammasso di inviti che riceve. Per constrastarla lascio a questi malcapitati un solo consiglio: vedete chi promuove e organizza l'evento, e regolatevi di conseguenza. Perché in linea di massima in questi casi vale la regola: più le teste sono vuote, più promuovono eventi per riempire quel vuoto. 

Sintesi (ad uso dei cervelli prospettici): l'arteventite è una strategia auto-promozionale messa in moto dalla democratizzazione dei media e dal recupero (a livello puramente lessicale) dell'"arte" dopo la sua morte.

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , , , , ,

martedì, febbraio 26, 2013

Astensionismo e Movimento 5 Stelle: verso la retarchia?


Tsunami. Terremoto. Tempesta. Comunque la si voglia chiamare, la consultazione elettorale del febbraio 2013 lascerà a lungo il segno sull’Italia. Tutte le consuete letture politiche e politologiche devono innanzitutto tenere presente un dato fondamentale: a vincere è il partito dell’astensione, vince chi ha rifiutato il voto. Le cifre parlano in modo chiaro. Le due coalizioni che hanno ottenuto maggiori consensi e si sono contese il premio di maggioranza non hanno raggiunto neppure il 30% alla Camera, e lo hanno superato di poco al Senato. Ma attenzione, si tratta del 30% dei votanti, non degli aventi diritto. Chi ha rifiutato il voto è stato, invece, il 25% degli aventi diritto. A questa cifra vanno aggiunti – e pochi lo hanno sottolineato - il 3,50% delle schede nulle e bianche. Molto spesso, infatti, votare scheda bianca o annullare il voto costituisce un’altra modalità (più calda rispetto al non-voto) per manifestare la propria sfiducia nei partiti e nella rappresentanza politica. Insomma, se c’è una maggioranza in Italia è quella che non vuole neppure sentir parlare delle elezioni, perché le ha boicottate chiaramente. Ora, se consideriamo le precedenti elezioni, questo è un ribaltamento radicale dei rapporti tra la forza astensionista e la forza governativa (governativa almeno sulla carta, grazie solo all’incredibile premio di maggioranza ottenuto alla Camera). Nella consultazione elettorale del 2008 la vittoria era arrivata con un centro-destra capace di raccogliere quasi il 47% degli elettori votanti e una partecipazione al voto superiore all’80%: chi si asteneva era quindi ancora minoritario rispetto alla volontà popolare generale. Oggi è vero il contrario. E se a questo aggiungiamo l’altra novità assoluta, ossia la comparsa sulla scena politica di un movimento che raccoglie il 25% dei consensi e ha come prima parola d’ordine quella di liquidare la classe politica, possiamo ben capire che siamo ad una svolta che non è più possibile trattare con faciloneria e snobismo. Chiediamoci perché è accaduto tutto questo. L’analisi che propongo è spregiudicata, lontana da ogni ideologismo, politicismo, moralismo e per questo a mio avviso è in grado di spiegare quello che le vecchie segreterie di partito non riescono a spiegare neppure oggi, dopo la sonorissima bastonata ricevuta.
I partiti vanno considerati come portatori di una sensibilità, prima ancora che di un’ideologia, prima ancora che di un interesse. I poveri analisti che continuano a dire che Berlusconi è votato dagli imprenditori e le sinistre sono votate dagli indigenti sono ancora lontanissimi dal comprendere ciò che sta accadendo da decine di anni. Dovrebbe essere scontato che Berlusconi è votato da decenni trasversalmente (da imprenditori e operai), e lo stesso è valso ieri per Grillo e il Movimento 5 Stelle. Conta più l’essere in contatto con la sensibilità della gente, che non l’ideologia e gli interessi. Chi sarà più vicino alla sensibilità degli elettori, prenderà più voti. D’altra parte, se i politici devono essere i nostri rappresentanti, è giusto anche che sia così. Ora, bisogna partire da una considerazione: la sensibilità cambia a seconda delle epoche ed è trasformata innanzitutto dall’ambiente in cui viviamo. E  questo ambiente è plasmato essenzialmente dalla tecnologia di cui ci circondiamo, creata da noi, ma che poi ci ri-condiziona.
Ora, solo se teniamo conto di questo possiamo capire perché a perdere clamorosamente sono non a caso i partiti più obsoleti, quelli che sono restati più lontani dalle nuove sensibilità. Innanzitutto il PD, con Bersani e Vendola. Costoro parlano un linguaggio stantio, da vecchi burocrati, che vorrebbero sembrare seri e invece sono soltanto tristi, tristi perché ormai lontanissimi dalla viva realtà contemporanea. Il tracollo di Ingroia si spiega allo stesso modo. E insuccesso simile è quello capitato a Monti, altro burocrate old style, il più freddo di tutti, il più apatico, colui che in fin dei conti sembra soltanto l’esecutore di una condanna a morte. Non a caso alleato con altri rappresentanti del vecchio mondo politico: Casini e Fini. Tutti questi partiti e questi uomini politici si possono definire gli ultimi rappresentanti della classe politica pre-televisiva, o per meglio dire tipografica e pre-elettronica. Sono uomini che hanno voluto fermare il tempo, fermare il mondo e la vita. Che invece scorre sempre rapida e in questi ultimi decenni rapidissima. Non a caso il vero nemico per costoro è Berlusconi con le sue televisioni. Anzi, costoro sono nemici in generale della televisione e di tutti i nuovi media. Per loro la verità è solo nei libri (quelli che hanno letto loro, si intende) e al massimo nei giornali (sempre e solo quelli che leggono loro!). E veniamo proprio a Berlusconi, che, attenzione, non è uno dei vincitori di queste elezioni (ha perso milioni e milioni di voti ovunque), è semplicemente uno dei sopravvissuti. Ma sembra comunque più in forma dei precedenti. E per quale motivo? Perché è semplicemente già un passo avanti nella sensibilità rispetto a tutti quelli citati precedentemente. Berlusconi rappresenta (ha rappresentato, a dire il vero) la fase della telecrazia, del telepopulismo, stravincente negli anni Ottanta e Novanta, ma oggi anch’essa in agonia. Sia chiaro: non esiste nessun “berlusconismo” se non nelle menti tipografiche già citate, perché la telecrazia è un fenomeno mondiale che ha le sue motivazioni nelle tecnologie dell’informazione, non nel genio diabolico e perfido di un singolo. Chi ancora pretende che Bersani sconfigga Berlusconi pretende che la gente dopo aver provato un’automobile preferisca tornare a usare un carretto. Ci sarà sempre qualche nostalgico, ma la maggioranza non tornerà al carretto e non vorrà neppure più l’automobile, vorrà un elicottero! E oggi hanno trovato l’elicottero. Uscendo dalla metafora, milioni di individui stanno abbandonando anche Berlusconi, ossia la telecrazia, per abbracciare il nuovo paradigma che percepiscono più vicino al loro sentire: la rete, rappresentata da Grillo e dal Movimento 5 stelle. Il Movimento 5 stelle  rappresenta in qualche modo il superamento della vecchia politica, di Bersani e Berlusconi insieme. E qui il discorso si fa complesso. Perché se è vero che Grillo è un passo avanti a Berlusconi e due avanti a Bersani, Grillo rappresenta ancora una fase di passaggio. Di qui i tanti motivi di scetticismo nei suoi confronti. Grillo è l’espressione dell’inevitabile stress che caratterizza l’epocale transizione da un’organizzazione sociale verticistica (tipografica o televisiva, in questo caso poco cambia) ad una reticolare e orizzontale. Grillo, così, ha al suo interno residui del vecchio populismo telecratico (e lì sembra Berlusconi), residui del giustizialismo e statalismo tipografico (e lì va d'accordo con Bersani o Ingroia o Travaglio), ma al tempo stesso è portatore di una nuova istanza, quella della rete, della postdemocrazia digitale  (una vera e propria "retarchia")che indiscutibilmente è il paradigma emergente. Ecco quindi le sue ambiguità: Grillo ha fondato un movimento accentratissimo e leaderistico come quelli del Novecento, parla da uomo di spettacolo e fa battute a ripetizione come Berlusconi, fa proclami sulla scuola pubblica nello stile dei partiti pre-televisivi, poi però il movimento che a lui si aggrega è reticolare, avvolgente, viralissimo, positivamente oltre-democratico e digitale. E allora abbiamo sì una rete dal basso, ma è una rete monolitica ancora, non ancora consapevole che il futuro non è nella rete unica di cittadini accorpati attorno a un leader di riferimento, ma è nelle reti, quelle di cui è già pieno il web, tribù costituite da individui che condividono interessi, passioni, progetti, utopie. Molti di voi lettori (e anch’io) fannno parte già di diverse di queste nuove reti e questo articolo sarà inviato a diverse reti e quindi condiviso, con la speranza di contribuire a un dibattito e dialogo aperto, che possa crescere e allargarsi. E io come altri, nuovi abitanti della postdemocrazia reticolare, non vogliamo un leader, non vogliamo regole e norme precostituite, ma vogliamo costruire il presente e il futuro cooperando pariteticamente. Non ci saranno leader vecchio stampo nel futuro che si prepara, come non ci sarà un sapere precostituito e comunicato da un’istituzione pubblica centralista. Ma stiamo andando già molti passi avanti.
Ora non resta che cogliere al meglio il momento. Cogliere la novità del duplice virus astensionismo + Movimento 5 Stelle. Provare a motivare astensionisti e stellati a diventare più attivi possibili nel processo di radicale rinnovamento di tutte le istituzioni.
M5S insedierà in Parlamento una rappresentanza che sarà giovanissima rispetto alle precedenti, e finalmente non saranno dei mestieranti della politica. Certo, ci sarà molta inesperienza, ma non è preferibile questa pulita inesperienza a chi ha vestito per decenni i panni del professionista della politica riducendoci in queste condizioni disperate? Io credo che a questo punto i cadaveri della vecchia politica vadano lasciati senza alcuna pietà al loro destino. Il Movimento 5 Stelle se non commetterà errori avrà la maggioranza alle prossime elezioni, ci è andata vicinissimo già questa volta. Il segnale mandato all’Europa da chi si è astenuto e chi ha votato stellato è chiarissimo: questa Europa dominata da burocrati della finanza in Italia la vogliono ormai in pochi. L’Italia sembra quindi davvero tornata avanguardia nella sensibilità contemporanea. Le avanguardie nascono sempre da coloro che colgono per primi questi mutamenti nella sensibilità del loro tempo, fu così nei primi decenni del Novecento, fu così sul finire degli anni Sessanta. E, altra caratteristica fondamentale, quelle furono sempre avanguardie internazionali. Ora ciò che accade con gli astensionisti e M5S è forse più confuso, meno consapevole e radicale all'apparenza, ma anche questo è un segno dei tempi che sono mutati. Speriamo che questa non sia solo una fiammata. Starà a noi che crediamo nel rinnovamento cavalcare ora la radicalizzazione emergente. L’errore più grande sarebbe quello di sottovalutare e snobbare quanto sta accadendo in nome di meticolosi settarismi e presuntuosissime pignolerie professorali.

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , , , , , , , ,

lunedì, febbraio 25, 2013

Perchè non voto? Perchè l'Arte è una truffa!


L'arte è una truffa. E io per questo non voto. E ve lo spiego pure a chiare lettere.
Se in questo mondo la cosa che si vuole spacciare per la più alta, la più nobile, la più intelligente e sensibile, la più umana, se questa cosa chiamata Arte è una truffa evidente. Se gli Artisti sono reputati gli uomini più intelligenti e sensibili e umani e nobili e creativi e invece sono i primi grandi truffatori. Allora, perchè dovrei credere nei politici? Perchè dovrei credere in persone che credono (anche se ingenuamente: l'imbecillità e l'ignoranza non sono una giustificazione!) e ci fanno credere che l'Arte sia una cosa nobile e alta, fatta da persone nobili ed elette? E perchè andare a votare persone che, per giunta, si ritengono addirittura inferiori a questi eletti e nobili truffatori? Non si possono votare queste persone, sono invotabili. Perchè sono ignoranti, e sono anche stupidi. Tanto stupidi e ignoranti da farsi ingannare dalla truffa dell'Arte. Voterò i primi che mi diranno che l'Arte è una truffa. Questi avranno capito gran parte della truffa del mondo in cui viviamo e io mi affiderò serenamente alla loro sensibilità e alla loro superiore intelligenza.

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , ,

mercoledì, gennaio 23, 2013

Perché non voto (e perchè continuare a votare ci porterà alla rovina)

     Questa volta avevamo una speranza in più. Potevamo sperare che l’innegabile “crisi” economica avrebbe spinto politici e partiti a inventarsi qualcosa di bello e nuovo.  Un cambiamento di rotta. Un segno di discontinuità. Un’idea finalmente! E invece nulla di tutto questo. Siamo entrati già da settimane nel solito noioso penoso schifoso rincorrersi di vili attacchi, meschine difese, mediocrissime diatribe sul nulla. È il nulla infatti di cui si discute. Si discute (si litiga!) su quale ferita rimarginare in un corpo affetto ormai da decine di patologie mortali. Il corpo morirà lo stesso, e in breve tempo, ma volete mettere la soddisfazione di poter dire: “quella feritina l’ho curata io! e non loro che sono degli incapaci!”. E invece gli incapaci sono tutti. Tutti. Lo hanno dimostrato governando. E chi non ha governato lo dimostra chiacchierando in questo modo del nulla. Qualcuno di questi chiacchieroni sostiene che tutto si risolverà se tutti pagheranno tutte le tasse! Evviva! Per altri tutto andrà a posto se nessuno pagherà più la tassa sulla casa! Evviva! Di questo si parla. Su questo si litiga! La “crisi” – questo teatrino ne è la dimostrazione – non è affatto economica. È in crisi la nostra speranza, la nostra fiducia nell’uomo, la nostra fiducia in un altro mondo. In un mondo migliore.
Per fortuna, in pieno periodo elettorale, ritorna il triste spettacolo, ma ritorna anche la solita speranza. La speranza che aumentino coloro che, come me, decideranno di non votare, di stare a casa. Stare a casa per far comprendere a questi poveri di animo e di pensiero, che ora si mostrano belli e carini per poterci poi rappresentare, che qualcuno si sottrae al loro gioco. Che qualcuno è animato da passioni e attenzioni differenti. Che qualcuno sta lavorando per cacciarli via. Sta lavorando per un mondo differente da quello deprimente in cui ci troviamo a vivere.
Non è tanto il “non-voto” che può interessarci. È pieno di gente che non vota, ma per disinteresse, perché non ha nulla da dire, nulla da chiedere a questo mondo. Ma noi no. Alcuni di noi hanno da chiedere ancora molto a questo mondo e fino a quando ci reggeranno le forze ci batteremo per questo. E quindi noi non votiamo per alcuni precisi motivi. Sappiamo perché non votiamo. Io so perché non voto.
Non voto perché ciò che i politici propongono di fare non mi piace. Non mi piace per nulla. Non mi piace la loro visione del mondo. Non mi piace la loro visione del mondo perché coincide con quella presente, che non mi piace affatto. E poiché nessuno di loro mostra di credere in un mondo differente, io non voto. 
Ma cosa dovrebbero pensare questi signori perché io possa credere in loro? Non è così difficile. L’avranno la mia stima e il mio appoggio, ma solo quando:

Si renderanno conto che il bene più prezioso è e sarà sempre la libertà e l’autonomia di ogni essere umano (nessun escluso!), libertà e autonomia che vanno preservate in ogni modo e non possono essere costantemente limitate da nessuna autorità. Anti-autoritarismo intransigente.

Smetteranno di santificare il lavoro alienato e si proporranno come obiettivo irrinunciabile a breve termine la riduzione drastica delle ore lavorative per tutti gli impieghi e a medio termine la scomparsa, per mezzo dell’automazione, del lavoro alienante e alienato.
Proporranno un modello di società in cui non regni la fanatica corsa al potere e al successo personale, l’arrivismo, l'utilitarismo, la competizione fine a se stessa, il trionfo della prepotenza. Contro ogni tipo di sfruttamento e di dominio. 
Lotteranno affinchè tutta l’umanità abbia accesso libero, rapido e gratuito a tutto il sapere passato e presente. Limitazione radicale delle leggi sul copyright. Digitalizzazione di tutto il patrimonio bibliotecario mondiale.
Comprenderanno che la scuola-lager attuale e i suoi subdoli meccanismi di controllo devono cedere il posto a momenti di liberissima aggregazione collaborativa, in cui l’autentica passione per la conoscenza si sostituirà all’imposizione brutale di regole e all’addestramento. Anti-dogmatismo. Pedagogia libertaria e descolarizzazione progressiva.
Ridurranno drasticamente il numero di norme e leggi e il numero di coloro che hanno il compito di controllare le nostre vite tramite quelle norme e quelle leggi.
Contrasteranno l’iper-medicalizzazione della nostra esistenza.
Lotteranno contro la spettacolarizzazione della vita e contro il divismo mediatico. Non permetteranno a nessun professionista dello spettacolo (giornalisti, attori, artisti, intellettuali, musicisti, sportivi, etc.) di assumere posizioni di visibilità e di potere.

Sono solo alcuni dei temi da affrontare radicalmente e senza vie di fuga. Ma fino a quando questi non saranno i temi proposti io non voterò. E nessuno dovrebbe votare. Solo così si creerà una competizione (sana, questa sì!) tra chi propone di più e meglio degli altri. Una volta condivisa questa nuova prospettiva, poi andremo a valutare i metodi per tradurla in realtà. 

È chiaro quindi che non basterà non votare. Bisognerà impegnarsi quotidianamente nel dissenso, impegnarsi in una contro-attività, organizzarsi in gruppi di discussione e costruzione, scrivere e diffondere il nostro malcontento e queste nostre proposte alternative. 
Io non andrò a votare, come tanti, il meno peggio. Per catturare qualche voto di qualche sprovveduto, si fa un gran parlare ultimamente di onestà e disonestà (paroloni per giunta usati a sproposito, ma passino pure!). Ebbene, io non credo che si debba votare il più onesto, o il meno disonesto. Io credo che si debba votare chi ha idee che corrispondono a quelle in cui crediamo. E l’onestà è solo uno dei valori in cui si può credere. A me di certo non può bastare. Non me ne faccio nulla di uno stupido onesto. Al massimo può farmi tenerezza, ma non gli affiderei mai il compito di rappresentarmi. Sia chiaro, quindi, una volta per tutte: il mondo continuerà a essere grigio sia con politici che intascano i nostri soldi, sia con politici che non intascano i nostri soldi ma governano con miopia portandoci nella direzione sbagliata. Se il politico intasca personalmente denaro, o ne regala all’opinionista comico star della tv, o lo spreca per finanziare la scuola-carcere attuale, o sponsorizzando la più inutile esposizione del più inutile “artista” (pensando negli ultimi tre casi di fare un servizio culturale al paese, e invece dilapidando nel modo più scriteriato risorse preziose), in tutti i casi ci troviamo di fronte a fenomeni gravi. La differenza - mi dirà qualcuno - è che la prima cosa è illegale, e le altre tre no. Benissimo, ed è proprio quello che voglio proporre: dovrà pur diventare illegale prima o poi che una star dello spettacolo riceva decine di migliaia di euro per due ore di trasmissione! Dovrà pur diventare illegale una scuola che rinchiude adolescenti per 5 ore la mattina, costringendoli a mandare a mente pseudo-saperi frammentari per altre 5 ore durante il pomeriggio! Questo vorrei dai nostri politici. Che cambino! Non che si limitino al rispetto delle leggi esistenti!
Continuare a sprecare la nostra vita nelle carceri della scuola prima, del lavoro salariato poi, e del divertimento alienato sempre (mostre, cinema, concerti, shopping, discoteche, partite di calcio, videopoker, teatro, e tutta questa bella roba qua per ogni gusto, dall’intellettualismo radical chic alle misere gioie del piccolo e medio borghese), questo è il mondo che ci propongono i signori che andrete a votare! Continueranno a dirci che è giusto e sano massacrarci di studio e lavoro per tutta la vita, e dover comunque sempre lottare, ogni giorno, per un pezzo di pane! O per una settimana di vacanze! O per un vestitino carino! 
Questa è la grave responsabilità di tutti coloro che andranno a votare. Anche a causa loro il mondo non cambierà. Non sostenete quindi chi non vi propone nulla di nuovo. Riunitevi, organizzatevi, discutete, pensate pensate pensate a un modo per uscire fuori da questo incubo.
E non li votate!
Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , , , ,

martedì, novembre 27, 2012

Sulle manifestazioni pacifiche, buoniste e legalissime di responsabili e rispettosi cittadini postmoderni

Lo scorso sabato 24 novembre c'è stata infine la manifestazione contro i provvedimenti del governo in materia scolastica. Mi offre lo spunto per parlarne l'amica Helena Velena, che ha ironizzato amaramente qualche giorno fa sull'"ecumenico buonismo pacifista delle passeggiatine". La ringrazio perchè così mi sento meno solo nel deprimermi di fronte a tanto misero spettacolo. Sul fatto che le manifestazioni siano rilassanti e divertenti passeggiate tra amici credo non ci siano più tanti dubbi. Che poi ci sia lì in mezzo qualcuno che dà qualcosa in più è per la legge dei grandi numeri possibile e probabile. Ma in questo caso l'ironia di Helena Velena ha colto nel segno per due motivi. Innanzitutto perchè se si sta protestando contro qualcosa non si può andare fieri di non aver creato problemi all'ordine pubblico. Non si può essere soddisfatti che il potere ci qualifichi come "ordinati", "civili", "rispettosi", etc. Perchè? Vediamo: l'ordine è qualcosa di poliziesco che in queste situazioni andrebbe respinto radicalmente; per civiltà bisogna vedere cosa si intende, perchè se è civiltà il sistema soffocante che abbiamo costruito fino ad oggi, allora preferiamo essere incivili; di rispetto si potrebbe anche parlarne, ma coloro che gestiscono il potere non sono certo rispettosi nei nostri confronti, quindi il minimo che si possa fare è trattarli allo stesso modo. Il fatto è che il sistema dominante di pensiero si è ormai imposto nelle docili menti global-ammaestrate in modo talmente subdolo e convincente, che i pacifici cittadini manifestano oggi contro quelle stesse persone dalle quali poche ore dopo si aspettano il plauso per essere rimasti bravini bravini nei confini della legalità e della civiltà! E' una condizione di asservimento psicologico, di subordinazione totale da cui ormai in pochissimi riescono a sottrarsi. E così sabato abbiamo persino registrato il plauso delle questure cittadine, che si complimentavano con i manifestanti perchè sono stati pacifici e buonini al posto loro. Una bella inutile passeggiata nei centri cittadini. Il punto è che dissentire da un sistema prevede un linguaggio e modalità di espressione eversive e sovversive. Bisogna portare lo sconvolgimento della quotidianità in queste contestazioni, altrimenti non si può mai realmente lasciare il segno. E qui giungiamo direttamente al secondo nodo della questione: l'incapacità di manifestare sovvertendo l'ordine stabilito (dal potere dominante) è diretta conseguenza dell'incapacità di concepire modalità esistenziali radicalmente differenti da quelle note e date. Andando a vedere poi in fondo alle motivazioni di questa protesta, la gente non chiede un mondo differente: chiede fondi per la scuola. Tutto deve continuare così com'è, ma con più soldi. Non c'è nessuna richiesta di una revisione della scuola. E non stiamo qui a chiedere l'eliminazione dell'istituzione scolastica (cosa che pure sarebbe auspicabile che almeno riuscissero a concepire le frange più evolute di questi manifestanti), ma almeno una visione che non sia completamente allineata a quella dei regimi democratici occidentali, che schiacciano la nostra umanità meccanizzando e plastificando le esistenze dalla culla alla bara. E invece questi manifestanti non chiedono altro che maggiore istruzione così com'è, chiedono in sostanza (ma non lo sanno) una maggiore militarizzazione della loro esistenza. Nessuno stravolgimento, nessuna eversione, nessun pensiero forte. Si cerca per prima cosa di essere "accettati" dal potere, e quindi ritenuti responsabili, civili, pacifici, bravini, buonini. Coglioni insomma. Bisogna restare nell'imbecillità, non creare problemi di nessun tipo. Guai ad evidenziare pensieri un poco superiori alla media governativa! Guai a creare una situazione urbana realmente sovversiva! Tutto deve essere prevedibile, banale, persino noioso. Ho letto che in un corteo hanno esposto uno slogan che recitava: "Spezziamo le catene". Ebbene, se questi sono i modi che abbiamo per contrastare lo status quo, posso dire che le catene ce le terremo ancora per molto.
Lo ribadisco ancora una volta: il sistema che domina e schiaccia le nostre esistenze riducendoci ad ammassi indistinti di corpi mangiadormiebevi è un sistema dotato di un'ideologia forte e tenace. E' il sistema del produttivismo, dell'economicismo, dell'utilitarismo, dell'autoritarismo, del gerarchismo, del carrierismo. Di fronte a tale arsenale non si può lottare con questa mollezza, perchè al sistema il nostro "spezziamo le catene" fa il solletico e forse neppure quello! Ce ne renderemo conto prima o poi di tutto questo? 
Recuperiamo coraggio, energia, passione, generosità, spontaneità, convinzione nei nostri ideali, vitalità. Cervello sempre finissimo e mai assopito. Recuperiamo la risata dissacrante, la parodia eversiva, il teppismo intellettuale. E un linguaggio imprevedibile, non omologato, non conformato al potere. Queste sono le armi con cui possiamo tentare di ottenere qualcosa. Continuare a stare lì a tentennare, magari aspettando pure che ci dicano che siamo "bravi a protestare", è un fallimento. Cosa aspettiamo, che ci diano pure una medaglia come "manifestante più corretto dell'anno"? Magari qualcuno ne andrebbe pure fiero... Dico tutto questo con un fondo di amarezza, perchè io vivo nella protesta. Ma non ci devono considerare nè bravini, nè buonini, nè responsabili. Ci devono vedere come pericolosi, cattivi, estremi e radicali.
Lo scorso anno avevo scritto che anche il movimento degli indignados è troppo poco radicale e che per questo è apparentabile alle altre rivolte postmoderne. Forse solo gli Anonymous hanno intrapreso la strada giusta, proprio perchè giocano sull'imprevedibilità, sulla sfuggente imprendibilità, ma anche in questo caso bisogna stare attenti, perchè il rischio del cazzeggio presentista fatto di passeggiate, mascherate e poco più è sempre dietro l'angolo. Il sistema della società spettacolare è sempre pronto a riassorbire anche i fenomeni più eversivi.
La sovversione di cui abbiamo bisogno, la sovversione che prepariamo, necessita di un lavoro quotidiano condotto con passione, attenzione e dedizione totale, non si  improvvisa sfilando per strada da bravi e buoni cittadini  per tre giorni l'anno.

Antonio Saccoccio

Etichette: , , , , , , , , , ,

mercoledì, ottobre 31, 2012

Anarchia e Futurismo: verso un’alleanza contro il nemico comune


Manifesto / lettera aperta agli anarchici e ai futuristi

Anarchia e Futurismo: verso un’alleanza contro il nemico comune

Premessa

Il confronto tra futuristi e anarchici è questione ormai secolare. Esattamente cento anni fa, nel 1912, Renzo Provinciali dalle pagine della rivista anarchica «La barricata» pubblicò il manifesto Futurismo e anarchia, in cui affermava: «Gli anarchici sono sempre stati profondamente futuristi, e comprenderanno l’impellente bisogno di penetrare ne l’ideale Futurista, nel vero Futurismo, Futurismo libero da le dittature e da le ambizioni e così gli anarchici saranno ancora più perfetti, più coscienti de le rivendicazioni politiche e artistiche. Dunque futuristi-anarchici e anarchici-futuristi, due ideali, due classi di persone che si completeranno a vicenda». Con queste chiarissime parole, e altre di tono simile presenti nel medesimo testo, Provinciali riusciva a spiegare il motivo per cui futuristi e anarchici avevano bisogno gli uni degli altri. Noi oggi, dopo la sostanziale sconfitta del futurismo e dell’anarchismo (perché i pochi successi non possono farci dimenticare che viviano in una società passatista e gerarchica al massimo grado), dobbiamo interrogarci ancora su tale questione e dobbiamo farlo con la massima serietà e lucidità.


Avanguardia politica e avanguardia artistica: ideal-utopismo e mistica dell’azione

Perché i futuristi hanno bisogno degli anarchici? E perché gli anarchici hanno bisogno dei futuristi? C’è un primo motivo, che è quello già espresso un secolo fa da Provinciali: l’avanguardia non può limitarsi ad un solo campo, gli anarchici sono l’avanguardia politica e i futuristi l’avanguardia artistico-letteraria, l’una senza l’altra non ha senso, quindi bisogna allearsi. Non è concepibile in sostanza un atteggiamento di retroguardia in arte e di avanguardia in politica, così come non è concepibile il contrario. Questo è indiscutibile e tutto sommato valido ancora oggi. La necessità è sempre quella di unire due mondi che hanno bisogno l’uno dell’altro e che da isolati non possono che soccombere, perché visioni parziali.
Ciò che rende importante, se non la fusione, almeno la contaminazione e cooperazione tra anarchici e futuristi è la necessità di porre fine a tendenze estremiste poco igieniche, tendenti o alla pura utopia o alla brutale concretezza, che negli uni e negli altri affiorano assai di frequente. Mi spiego: la vera forza del pensiero anarchico è quella di riuscire a pensare ad un mondo radicalmente differente da quello attuale, questo aspetto rende unica la ricerca anarchica rispetto ad altri modelli che pure hanno un vasto seguito. Ora, a ben vedere, questa forza è anche la debolezza dell’anarchia: perché spesso questo radicale rinnovamento sembra così lontano e arduo che ben presto ogni tentativo di attuarlo diventa vano, velleitario e si finisce così per propendere per la pura elaborazione teorica, certo ammirevolissima, ma che perde troppo spesso contatto con la modificazione della realtà (che viene limitata ad episodiche scaramucce di strada utili ormai solo a chi aspira all’identificazione anarchici=bombaroli). I futuristi, da parte loro, sono i “mistici dell’azione”, la loro volontà, che è anche la loro forza, risiede nella modificazione concreta e brutale della realtà. Ma anche per loro il punto di forza, lo sappiamo per esperienza, può diventare una debolezza: spesso i futuristi, pur di raggiungere obiettivi concreti, perdono di vista i loro ideali di partenza (e in questo caso il futurismo visionario diventa un presentismo terra terra). In fin dei conti l’accettazione, seppure parziale e a malincuore (è ormai noto a tutti che futurismo e fascismo sono teoricamente inconciliabili), della vittoria del fascismo in Italia fu considerata dai futuristi in questi termini: il fascismo aveva pur realizzato concretamente qualcosa, aveva tradotto idee nuove (anche se ormai non più futuriste) in azione. E questo servì a Marinetti e soci in qualche modo da giustificazione per il fallimento futurista in ambito politico. Con il senno di poi si può dire che fu una scelta decisamente controproducente: sarebbe stato preferibile arrivare allo scontro frontale con Mussolini, gli argomenti non mancavano di certo.
Insomma futuristi e anarchici sono ribelli, libertari, antiparlamentari, anticlericali, hanno tanto in comune, comprese alcune debolezze. Ora, è evidente che un secolo fa la differenza che notava Provinciali era reale: agli anarchici interessava più il lato politico, al Futurismo interessava più il lato artistico-letterario, ma anche questo era vero fino ad un certo punto, perché sappiamo che per Marinetti la politica era fondamentale, proprio perché gli dava un appiglio concreto alla realtà (il problema risiedeva invece nel fatto che il fondatore del Futurismo aveva, tra il 1909 e il 1912, messo tra parentesi “il gesto distruttore dei libertari” e “le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa” del primo manifesto, per mettere maggiormente l’accento sul militarismo e il nazionalismo). Oggi, tornando al problema posto sopra, si tratta ancora di comprendere che la difficoltà per pensieri d’avanguardia come quelli portati avanti da anarchici e futuristi risiede nella conciliazione tra la dimensione ideal-utopica e quella realizzativa. A mio avviso gli anarchici hanno tutto da guadagnare nel frequentare i futuristi, perché frequentandoli non corrono il rischio di perdersi in infinite e perfettissime teorizzazioni che portano tutte invariabilmente alla paralisi; con i futuristi gli anarchici possono mettere in pratica costantemente il loro pensiero (per mezzo di performance, happening, sabotaggi mediali, etc.). Allo stesso modo i futuristi devono frequentare gli anarchici, perché hanno spesso bisogno di vivificare con massicce dosi di ideal-utopia anarchica il loro istinto vitalistico che li conduce frequentemente al vano presentismo (e non di rado sulle soglie di quella sperimentazione artistica separata dalla vita reale, che costituisce invece la negazione dell’autentico futurismo).


Gli ostacoli: varietà delle correnti interne ed esterne

Premessa: inutile soffermarsi troppo sul fatto che la maggioranza di coloro che si dichiarano oggi anarchici o futuristi non hanno, ahimè!, nulla di anarchico e nulla di futurista. Questo testo non è rivolto a chi si definisce anarchico o futurista, ma a chi è realmente anarchico o futurista. Per essere anarchico e/o futurista bisogna innanzitutto sentire profondamente la vita scorrere per tutto il corpo (e questo è un fatto puramente caratteriale istintuale). Quando si avverte la presenza pulsante della vita non si può che desiderare l’abbattimento delle convenzionalità paralizzanti e dei vincoli raccapriccianti che ci ammorbano quotidianamente. Secondariamente occorre capire che quello che si sente con tanta evidenza in corpo si chiama anarchia e/o futurismo (e questo è un problema intellettuale e culturale). Chi è in cerca di facili avventure, magari perché si annoia e/o ha una vita mediocrissima, e si definisce anarchico o futurista, non solo non è né anarchico né futurista, ma è più propriamente un imbecille. L’anarchico e il futurista sentono pulsare dentro di loro questi ideali e non hanno alcun tempo da perdere con chi cerca passatempi e capricci radical chic. Chiusa la premessa, veniamo al problema più complicato da risolvere, che è di natura puramente culturale e intellettuale.
Innanzitutto le classificazioni. Ci sono futuristi di varia natura, e anarchici di varia natura. Ci sono futuristi bellicisti, futuristi spiritualisti, futuristi nazionalisti, futurdadaisti (e persino futurfascisti), così come ci sono anarcoindividualisti, anarcosocialisti, anarcosituazionisti (e persino anarcocomunisti). Ora, se pensiamo che già all’interno delle due rispettive famiglie ci sono seri problemi di convivenza e ci si tollera appena, è chiaro che la convivenza tra anarchici e futuristi rischia di diventare una chimera. Al limite potrebbero essere solo gli estremi delle due famiglie ad essere incompatibili: i futurfascisti a prima vista hanno difficoltà ad integrarsi con gli anarchici, così come gli anarcocomunisti a dialogare con i futuristi. Anche questa osservazione è tuttavia limitata al livello teorico, in quanto spesso tali definizioni sono più formali che reali. Bisognerebbe sempre confrontarsi e scontrarsi sulle idee e non sui termini. Insomma, lo stesso Marinetti, prima di essere bollato (e non certo per pura fantasia) come nazionalista e bellicista, aveva fondato «Poesia», una rivista internazionalissima, tanto che il giornale anarchico «La rivolta» così ne scrisse: «Raccomandiamo vivamente ai nostri amici di leggere la rassegna internazionale Poesia di F. T. Marinetti. È una lettura molto interessante e originale».


L’aggregazione senza aggettivi

Le differenze, abbiamo visto, non ci sono solo tra anarchici e futuristi, ma anche tra le varie declinazioni futuriste e anarchiche. Come arrivare, quindi, a quella cooperazione che - si è detto - serve tanto ad entrambi? Il punto di partenza è quell’elasticità e duttilità del pensiero che solo hanno le intelligenze piene. Chi guarda solo al proprio credo senza fare un passo per comprendere e avvicinarsi al credo altrui, non solo non è anarchico né futurista, ma è animato da quello spirito accademico radical-reazionario che va allontanato sempre da qualsiasi pensiero avanguardista. L’avanguardista sente i propri simili, non si fa prendere per il sedere dalle dichiarazioni d’intenti. In fondo i grandi futuristi e i grandi anarchici hanno sempre mirato all’unione. Queste sono le parole di Errico Malatesta: «Per conto mio non vi è differenza sostanziale, differenza di principi tra “individualisti” e “comunisti anarchici”, tra “organizzatori” e “antiorganizzatori”; e si tratta più che altro di questioni di parole e di malintesi, inaspriti ed ingigantiti da questioni personali». E poi: «In quanto all'organizzazione o alle organizzazioni nel senso del partito, vi è forse chi vorrebbe che gli anarchici restassero isolati gli uni dagli altri? Certamente che no. [...] Io dissi che “nei loro moventi morali e nei loro fini ultimi anarchismo individualista e anarchismo comunista sono la stessa cosa o quasi”. La questione, secondo me, non è dunque tra “comunisti” e “individualisti”, ma tra anarchici e non anarchici».
Filippo Tommaso Marinetti, che si era recato in Russia con la speranza di allearsi con i futuristi locali, si sorprese non solo dell’ostilità dei futuristi russi nei suoi confronti, ma anche delle tendenze separatiste all’interno dei vari gruppi futuristi russi: «Non capisco perchè dobbiate litigare sempre! Possibile che non siate capaci di elaborare una piattaforma comune e di aprire un fuoco tambureggiante contro il nemico? Noi futuristi italiani abbiamo sacrificato i dissensi personali per amore della causa comune».
Evidentemente i leader naturali (leader in senso buono, quindi) sono dotati di quell’elastica intelligenza che porta a capire quando è il caso di compattare il gruppo e quando è il caso di fortificare le idee. Bisognerebbe arrivare prima ad un “futurismo senza aggettivi”, proprio come si è tentato di arrivare ad un “anarchismo senza aggettivi”. E a quel punto pervenire ad un unico AnarcoFuturismo (o FuturAnarchismo) che comprenda sia anarchici che futuristi. Tutto lo spazio ovviamente per tutte le individualità, le correnti, le differenze che non possono che portare ricchezza, ma alla fine è pur necessaria una piattaforma minima comune per far fronte comune.
Marinetti, ricordiamo anche questo, ci provò concretamente. Dalle pagine de «La demolizione» pubblicò l’articolo, quasi manifesto, I nostri nemici comuni, in cui invitava gli anarchici ad un’azione comune: «Le ali estremiste della politica e della letteratura, in un battito frenetico, spazzeranno i cieli fumanti ancora dall’ecatombe. Tutti i sindacalisti, di braccia e di pensiero, della vita e dell’arte, distruttori e creatori, anarchici della realtà e dell’ideale, eroi di tutte le forze e di tutte le bellezze, noi avanzeremo danzando con una stessa ebbrezza sovrumana verso le apoteosi comuni del Futuro!». Il direttore della rivista, Ottavio Dinale, recepì lo stimolo e rilanciò invitando all’“Unione delle forze rivoluzionarie”. Ma non se ne fece nulla.
Anarchici e futuristi oggi hanno l’occasione di sfruttare i nuovi media digitali, che nella loro essenza si configurano come profondamente anarchici e profondamente futuristi, profondamente anti-gerarchici e profondamente anti-tradizionali, per costituire un fronte comune. Perdere questa occasione di comoda aggregazione, per stare lì a delimitare il proprio recinto di influenza e competenza, significherà ancora una volta fare il gioco delle gerarchie e delle forze della conservazione che gestiscono il potere. Quando ci sono in gioco obiettivi tanto importanti, le differenze vanno esaltate, ingigantite nella comune aggregazione e nel serrato confronto, non devono diventare in alcun modo invalicabili barriere irte di dogmatismo.
L’invito è rivolto quindi agli anarchici e ai futuristi, affinchè si apra immediatamente un confronto per individuare quegli obiettivi minimi su cui fondare un’alleanza contro il nemico comune.
Sì, il nemico comune. È lì, visibilissimo e fortissimo, insensibile, sfrontato e arrogante. Ma è anche troppo incurante dell’agguato che gli stiamo preparando e del tutto sprovvisto delle nostre visioni, della nostra energia, del nostro entusiasmo, della nostra generosità, della nostra ansia di ribellione e di liberazione. Ed è per questo che lo sconfiggeremo.

Antonio Saccoccio



Firmatari

Gianluigi Giorgetti
Stefano Balice
Klaus-Peter Schneegass
Kristian Fumei
Roberto Guerra
Laika Facsimile
Mario Adesposta
Silvia Vernola
Raimondo Galante
____________________
____________________
____________________
____________________
____________________
____________________
____________________
____________________

Etichette: , , , , , , , , , , ,