LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

sabato, dicembre 31, 2011

I giovani non sono coglioni! Manifesto per la rivolta delle future generazioni.

I GIOVANI NON SONO COGLIONI!

MANIFESTO PER LA RIVOLTA DELLE FUTURE GENERAZIONI


I giovani non sono imbecilli. I giovani non sono incapaci. I giovani non sono ignoranti. I giovani non sono fannulloni. I giovani non sono meschini. Ma soprattutto i giovani non sono coglioni. Non sono coglioni che sopporteranno ancora in silenzio le vessazioni e le umiliazioni a cui sono quotidianamente sottoposti.
Troppo abbiamo subito e troppo abbiamo sofferto in silenzio. Troppe volte abbiamo abbassato lo sguardo e chinato il capo. Troppo a lungo abbiamo vissuto sopportando e ancora sopportando.
E per questo motivo il presente manifesto è solo dei giovani, per i giovani e con i giovani.

È l’ora di ripensare le distanze, di smascherare le falsificazioni, di igienizzare le relazioni. È il momento di non aver paura di invocare persino un salutare scontro generazionale.
Il mondo così com’è è ammorbato da una militarizzazione e gerarchizzazione stomachevole. E sotto accusa per una volta non ci sono i giovani, che la retorica convenzionale continua a dipingere senza alcuna qualità. Sotto accusa ci sono gli adulti, protagonisti di un incessante e indecoroso arroccamento in difesa dei loro privilegi. Il compito degli adulti - di quegli adulti adulterati che, per comodità, imposizione o insufficienza critica, sponsorizzano l’attuale “sistema di vita” - sembra essere quello di fare in modo che questo sistema non cambi mai. E affinchè nulla cambi il primo bersaglio da colpire e annientare sono i giovani, soprattutto quelli dotati di energie, passioni, entusiasmo e vitalità.
In questa Italia, poi, essere giovani è diventato un vero handicap: giovane è ormai sinonimo di inesperto, incapace, dilettante, anzi dilattante! Sì, dilattante. Perché per il senso comune più si è vicini al periodo in cui si prendeva il latte dalla mamma, più si è incapaci!
È abitudine consolidata - vigliacchissima e imbecillissima - quella di considerare i giovani degli “adulti minorati”. Visto che nel mondo passatista e presentista il potere sociale raggiunto viene ritenuto il valore fondamentale, l’adulto, detentore di tale potere, vede il giovane che ne è sprovvisto come mancante dell’elemento valoriale principale. Per questo motivo egli si ritiene in diritto di trattare il giovane come un minus habens. Non stiamo parlando di astrazioni. Vediamo come funzionano le relazioni giovani-adulti con qualche esempio concreto. Se ci si presenta in qualsiasi contesto, da quello più informale a quello più ufficiale, e si ha la sfortuna di essere giovani, si è trattati inevitabilmente con arroganza e supponenza. Comunque sempre dall’alto in basso. Entriamo in un bar o in un qualunque esercizio commerciale: un adulto sarà trattato inevitabilmente con maggiore educazione e rispetto di un adolescente. Andiamo a pagare un conto corrente alla posta: per i ragazzini a stento un saluto. Ciò che stupisce è che salendo nelle gerarchie del potere l’essere giovani diventa addirittura una menomazione. Un giovane che vuole fare politica? “Troppo giovane, non ha esperienza”. Ma ha idee e passione. “Idee e passione non portano voti. Deve fare prima la gavetta”. Un medico giovane? “Non ha neppure trent’anni, dove vuole andare!”. Ma è aggiornatissimo rispetto a colleghi più anziani che non lo sono! “Questo non conta niente, è sempre un pivellino”. Il culmine di questo paternalismo mediocrista si raggiunge negli ambienti artistici, letterari, accademici. Qui se si è giovani si è guardati come poveri mentecatti alla disperata ricerca di un posto al sole. Quelli sono ambienti in cui entrano solo i grandi saggi, e si sa che la saggezza non è il punto forte dei giovani! Ad un giovane di 25 anni, ricchissimo di idee, entusiasmo e visioni per il futuro, sarà indubbiamente preferito un adulto adulterato di 50 (ricco di tutti quei titoli ed esperienze che l’hanno ridotto ad un vecchio prima del dovuto!). Non è raro, quindi, in questi ambienti sentir definire “giovani studiosi” uomini di 40-45 anni! Come non è raro trovare giovani costretti ad aumentarsi gli anni per vedere aumentata proporzionalmente la propria credibilità. C’è chi giunge persino a farsi crescere una folta barba per darsi un’aria più vissuta e quindi più rispettabile!

Ora, dal nostro punto di vista (che è quello dell’avanguardia e quindi della vita), i giovani sono invece l’unica speranza per poter ancora immaginare un mondo differente.
I giovani non sono ancora spenti e devitalizzati come lo è la maggioranza degli adulti.
I giovani non sono tutti meschini, calcolatori e interessati come lo è la maggioranza degli adulti.
Gli adulti sono adulterati dal sistema di compromessi e calcoli, meschinità e interessi a cui hanno ceduto. Non c’è giorno in cui l’adulto non chini il capo di fronte a prepotenze, non lecchi il sedere al potente di turno, non rifugga da scomode prese di posizione. L’adulto ha compreso che il sistema attuale premia il servilismo e rifiuta ogni entusiasmo disinteressato. L’adulto vive da mezzo morto, poiché ha eliminato, più o meno consapevolmente, tutti gli impulsi autenticamente passionali dalla propria vita. Nel suo mondo non sembra esserci più spazio per il coraggio e per il rischio di un fischio.
I giovani sono al contrario portatori di autentica vitalità. E cosa fa l’adulto quando è a contatto con i giovani? Cerca costantemente di privarli della loro esuberanza. Ogni passione è dipinta come pericolosa, ogni istinto di ribellione è sedato o represso con rimproveri, castighi e punizioni, ogni legittima aspirazione visionaria è stroncata sul nascere. “Sei un sognatore! Questo tuo obiettivo è velleitario! Torna con i piedi per terra!”: eccoli i mortiferi mediocrismi e moralismi a cui siamo stati abituati. Tutto sempre in nome di un’adesione a quel modello dell’uomo triste, serioso e laborioso, avvilito, calcolatore, abbattuto e allineato che dovrebbe costituire il naturale approdo alla “fase adulta” della nostra esistenza! Ma tenetevelo per voi questo modello! Nessuno ci ha mai messo al mondo per farci vivere come voi! Il vostro sistema di vita ci fa schifo!

Sin da bambini siamo aggrediti dall’adulta adulterazione. Uno dei passi fondamentali è costituito dal sistema educativo, che dall’asilo all’università, passo dopo passo, inocula nelle giovani leve il germe dell’adulterazione. In questi ambienti il giovane sa di dover apprendere ciò che si fa e ciò che non si fa, ciò che serve e ciò che non serve, cioè che è giusto e ciò che è sbagliato. Ebbene, in questi ambienti il giovane impara che tutto ciò che è desiderio, tutto ciò che è passione, tutto ciò che è emozione, sogno e visione, scherzo e gioco, tutto questo è negativo, tutto questo è da evitarsi come la peste, tutto questo è punibile, indecoroso e pericoloso. E cosa è invece encomiabile? Cosa dà diritto al premio? Il rispetto delle norme, il calcolo, l’utile, l’obbedienza, il rigore, la serietà, la disciplina. A scuola, per riassumere tutto questo retrivo armamentario, si usa di frequente un termine demenziale: “scolarizzazione”. Che per noi uomini e donne d’avanguardia sta a significare: rendere innocue le sane passioni giovanili, metterle fuorilegge ed educare al servilismo; per i passatisti e i presentisti si tratta invece di una sintesi mirabolante di rispetto, ubbidienza, ordine e disciplina. Che si apprenda a rispettare le regole utilitaristiche del mondo sfatto in cui sono immersi loro! Ecco cosa vogliono!
E usciti fuori dai contesti educativi? Nulla di troppo differente nel cosiddetto tempo libero. Si continua con le “attività militarizzate d’evasione”: sport, musica, danza, etc. Grevi istruttori di calcio e soffocanti docenti di danza: perfetti per gestire dei lager! Maestrini e maestrine di musica dalla bacchetta facile: ottimi in una teca dell’Ottocento!
Passano gli anni, e così il giovane, giunto all’età adulta, è ormai totalmente inoffensivo. Privato degli impulsi più vitali e generosi, non gli resterà che sviluppare al meglio la sua parte razionale e intellettuale (l’unica che gli adulti hanno da sempre incoraggiato e premiato). E sarà - si badi bene - una razionalità al servizio dell’utilitarismo più bieco. Quell’adulto saprà quindi gestire al meglio i suoi risparmi, ma difficilmente avrà un buon amico. Riuscirà a pagare meno tasse, ma si sposerà con la donna che detesta. Saprà fare carriera nel migliore dei modi, ma avrà bisogno di un animatore per divertirsi e svagarsi. Saprà scappare di fronte al pericolo, ma non rischierà mai nulla per aiutare chi è in difficoltà. Saprà bene come obbedire a chi ha più potere di lui, ma non saprà ribellarsi in alcun modo alle sue prepotenze.

Fino a qualche tempo fa i giovani non potevano dare spazio alle loro passioni perché dovevano quasi tutti impegnarsi precocemente nel lavoro. Oggi che potrebbero essere liberi di esprimersi pienamente, a privarli dei loro entusiasmi ci pensano la scuola e il doposcuola militarizzato.
Ma oggi i giovani hanno anche la possibilità di approcciarsi al mondo in ambienti antigerarchici e non militarizzati, in cui la libertà espressiva può essere totale. Ed ecco così la nascita di vitalistici fermenti neotribali, che maturano in aggregazioni e relazioni digitali per poi divenire acquisizione stabile nel vissuto quotidiano. È qui che si sta prospettando il risveglio dell’anima passionale e pulsionale dei giovani. Tutto ciò causerà presto un’ondata di generosa e appassionata vitalità, che colpirà al cuore l’arroganza e l’utilitarismo degli adulti. Non è un caso che i grandi saggi adulterati temano le aggregazioni anti-gerarchiche digitali: lì si sta consumando la morte dei loro secolari privilegi!
Il mio invito ai giovani è quindi il seguente: non abbiate alcun timore di difendervi dalle prepotenze adulterate di chi ha qualche anno in più di voi, anzi attaccate e demolite con ogni mezzo a vostra disposizione quel mondo che - io lo vedo bene! - non vi piace affatto.
E questo invito è esteso anche a tutti gli adulti - e ce ne sono! - che hanno respinto l’adulterazione e sono disposti a difendere i giovani dalla costante aggressione a cui sono sottoposti dalle mortifere forze della conservazione.
È necessario salvaguardare e alimentare l’entusiasmo giovanile. La militarizzazione e la castrazione emotiva dei giovani sono uno scempio di cui siamo più o meno tutti responsabili e di cui non ci vergogneremo mai abbastanza.
Gli adulti adulterati non abbandoneranno mai le posizioni di privilegio servilmente conseguite. Hanno superato la settima decade, anche l’ottava!, eppure non concedono spazio alcuno all’entusiasmo e all’intelligenza giovanile!
Che gli adulti non adulterati si trasformino quindi in eccitatori dei giovani!
Che i giovani si prendano il futuro a cui hanno diritto! E lo facciano armati di coraggio e con il sorriso sulla bocca!
Basta con i mediocrismi spacciati per buoni e saggi consigli! I malinconici pompieri si facciano da parte! Largo, ancora una volta, agli allegri, determinati, strafottenti e giocosi incendiari!

I giovani non sono coglioni!


31 dicembre 2011

Antonio Saccoccio

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lunedì, dicembre 12, 2011

Creatività diffusa neotribale contro Arte ufficiale: verso la definitiva resa dei conti

Nel mondo della cosiddetta "arte contemporanea" si sta producendo una frattura progressivamente sempre più ampia tra gli scaltri detentori dell'Arte ufficiale e i genuini selvaggi creativi della nuova generazione digitale e neotribale. I primi sono tanto protesi verso la rivendicazione del loro status, delle loro tecniche, delle loro specializzazioni, dei loro titoli quanto privi di invenzione e creazione. I secondi sono tanto poco interessati al riconoscimento artistico e alle logiche mercantili quanto barbaramente e costantemente produttivi.

I primi hanno ancora un'unica arma: il potere del denaro che riconosce come merci le loro infime produzioni.

Si tratta, in questa fase decisiva, di togliere anche quest'ultima arma ai passapresentisti.

E questa operazione dovrà essere brutalissima. Una vera e propria resa dei conti.

Smascherare senza alcuna pietà l'inconsistenza assoluta della produzione artistica ufficiale. Togliere i lustrini che abbagliano gli occhi degli sprovveduti e rivelarne la vacuità. Demolire il penoso divismo artistico erede del divismo mediatico della società tardo-spettacolare. Spazzare via le logiche affaristiche e mediocriste legate al tedioso copyright.

Questi sono gli obiettivi del Net.Futurismo. Questi sono gli obiettivi del MAV, movimento per l'arte vaporizzata. Questi sono gli obiettivi della terza avanguardia.


Antonio Saccoccio

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venerdì, novembre 11, 2011

Manifesto del futurismo smodato 11.11.11

MANIFESTO DEL FUTURISMO SMODATO

L’umanità cammina verso l’individualismo anarchico...

F. T. Marinetti

Exordium

Oggi, 11/11/11, quando il numero sacro del futurismo si presenta in forma una e trina, quando il numero bicornuto venerato da FT Marinetti colora di rosso incandescente i nostri calendari, quando il numero che supera il sistema decimale delle dieci dita e delle limitazioni umane accompagna il sorgere del sole novembrino nell’anarchica e illogica estate di San Martino, noi futuristi del XXI secolo ci accingiamo a pubblicare il centoundicimilacentounesimo manifesto futurista: il Manifesto del futurismo smodato!

Pars destruens

Sull’onda del centenario della fondazione, si fa un gran parlare di futurismo, ma il termine è usato troppo spesso a sproposito, ai limiti dello stupro linguistico. In tale situazione, non è azzardato parlare di usurpazione.

Un partito decide di chiamarsi “Futuro e libertà”, i suoi militanti si definiscono “futuristi”, la loro fondazione si chiama “Farefuturo” e il loro giornale di partito “Il futurista”. Riconosciamo che tanta attenzione a nomi e simboli che ci sono cari ci lusinga. Riconosciamo che, a riguardo di alcune questioni bioetiche, il neonato e soltanto sedicente partito “futurista” ha con noi qualche punto in comune. Il suo capo votò “sì” ai referendum sulla fecondazione artificiale e la clonazione terapeutica. Ma questo è tutto quanto possiamo riconoscere. Il resto è tristezza. Può un partito che si richiama nominalmente e simbolicamente al “futurismo” schierarsi strategicamente con il centro moderato cattolico? Può un partito “futurista” essere impegnato, tranne qualche frangia, a chiamare a raccolta tutti i benpensanti, i perbenisti, e coloro che pensano che la political correctness sia un totem e l’autodeterminazione un tabù?

Non bastasse “Futuro e libertà”, è in circolazione anche “Libertà e futuro”. Attenzione! Non è una patacca. È un’associazione politica, una lista civica, un movimento nato ancora prima del partito scissionista della destra, e proprio in concomitanza con il centenario del Futurismo. Peccato che – come il quasi omonimo partito politico – non mostri alcuno slancio rivoluzionario, avanguardista, prometeico. Del resto, è noto che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.

Oltre ai politici di professione, ci sono politici per missione. Un industriale aristocratico ha chiamato la propria fondazione “Italia futura”, una fondazione che si è dotata di sedi territoriali e assomiglia ormai a un vero e proprio partito. Un giorno sì e un giorno anche, il nostro minaccia di entrare in politica. Certo, questo imprenditore ha dei meriti che gli debbono essere riconosciuti: ha dato lustro alla tecnologia e all’ingegno italiano nel mondo. FT Marinetti non sarebbe forse fiero dei suoi bolidi rossi, considerando che il rosso è il colore del futurismo e la velocità la sua religione? Non sarebbe fiero di questi gioielli della meccanica che portano l’emblema dell’eroico aeroartista Francesco Baracca? Ma, anche in questo caso, il riconoscimento deve fermarsi qui. L’industriale in questione, tirato per la giacca da destra e da manca come salvatore della Patria, minaccia di scendere nell’arena politica… Bene! Bravo! Con chi? Con il centro moderato cattolico! Che c’è di futurista, o anche semplicemente di futuro, in tutto questo?

Per farla breve, è tutto un pullulare di futuristi a modo. Giriamo allora a questi sedicenti futuristi, e in particolare a quelli di “Futuro e libertà” – dato che fanno riferimento esplicito al futurismo storico – la domanda che FTM fece ai comunisti italiani:

1. Siete voi disposti come noi a liberare l’Italia dal Papato?

2. Vendere il nostro patrimonio artistico per favorire tutte le classi povere e particolarmente il proletariato di artisti?

3. Abolire radicalmente tribunali, polizie, questure e carceri?

Se non avete queste tre volontà rivoluzionarie, siete dei conservatori, archeologi clericali polizieschi e reazionari sotto la vostra vernice di comunismo rosso. Vogliamo liberare l’Italia dal papato, dalla monarchia, dal Senato, dal matrimonio, dal Parlamento. Vogliamo un governo tecnico senza parlamento, vivificato da un consiglio o eccitatorio di giovanissimi. Vogliamo l’abolizione degli eserciti permanenti, dei tribunali, delle polizie e dei carceri, perché la nostra razza di geniali possa sviluppare la maggior quantità possibile di individui liberissimi, forti, laboriosi, novatori, veloci. Non soltanto siamo più rivoluzionari di voi, socialisti ufficiali, ma siamo al di là della vostra rivoluzione.

Premesso che non siamo qui per sottoscrivere alla lettera, per elevare a Verbo, ogni frase pronunciata cento anni fa da Marinetti (questo sarebbe davvero antifuturista!), ci pare nondimeno possibile distillare da questa lista di idee-azioni – attuali o inattuali, praticabili o utopiche che siano – lo spirito anarco-rivoluzionario che le anima. I futuristi (quelli veri) erano più rivoluzionari dei comunisti, più a sinistra della Sinistra Ufficiale. In questo senso erano Al di là del comunismo. Ma voi siete ben al di qua persino della Democrazia cristiana. Perché allora questo stupro linguistico? O forse dovremmo farvi un’altra domanda: avete mai letto un manifesto futurista?

Per riassumere, quando una serie interminabile di partiti, fondazioni, riviste, blog ha iniziato ad inneggiare ad una controfigura di futurismo – flaccido, moderato, misurato. Quando il nome “futuristi”, prima irriso o dimenticato, è tornato di moda, purché sia a modo, a noi FUTURISTI VERI, noi che futuristi lo siamo sempre stati, non resta che dirci SMODATI. Non abbiamo altra scelta. Per prendere una salutare distanza da questa pantomima, dobbiamo definirci smodatofuturisti.

Pars construens

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della scienza! Non passa giorno che un ecologista o un prete, un politico passatista o un umanista ammuffito non esca con la solita litania della ricerca scientifica che, sì, è un bene, ma deve lasciarsi imporre dei limiti. Limiti? Constatare che la scienza ha dei limiti è saggio, perché ha dei limiti cognitivi il protagonista di questa impresa: l’uomo. I nostri sensi sono limitati, la nostra ragione è limitata. Certamente la scienza non esaurisce la conoscenza. Certamente la scienza non è lo specchio della natura. Certamente la scienza è solo un modo di rappresentare la realtà, di cercare la verità. Certamente le costruzioni scientifiche sono soggette a rivoluzioni, a cambi di paradigma, presentano anomalie, non riescono a dare ragione di tutti i fenomeni, sono influenzate dal contesto sociopolitico, dalle credenze metafisiche, non sono verità eterne…

Ma, se la scienza ha di per sé dei limiti, perché imporgliene altri? Gli spiriti antiscientifici affermano infatti che dobbiamo volontariamente stabilire i nostri limiti, le nuove colonne d’Ercole della conoscenza, e – in nome della Grande Paura – non spingerci oltre, anche se potremmo. Ma che significa questo, se non che dobbiamo lasciare volontariamente un’area di ignoranza, di tenebre, grande a piacimento, a gravare sulla nostra condizione umana? La ricerca scientifica è idealmente ricerca della verità, attraverso l’uso della ragione e dei sensi. È il tentativo di portare luce su quante più questioni possibili. Vogliamo spegnere questa luce? È dove dovremmo metterli questi limiti, questi paletti invalicabili? Prima della scoperta dei neutrini? Prima della scoperta del DNA? E perché non prima della scoperta dell’evoluzione delle specie, della legge di gravitazione, dei principi di idrostatica di Archimede, o della forma sferoidale della Terra? Ma, soprattutto, perché dobbiamo porre dei limiti? A chi giova l’ignoranza volontaria? Probabilmente, a chi si accontenta di una rassicurante immagine dell’universo, simile a un presepe di Natale.

La scienza ha fatto crollare regni e imperi, chiese e religioni. La scienza non è mai stata cauta, moderata, a modo. È sempre stata smodata, proprio come noi futuristi. Il Cardinale Bellarmino si preoccupava delle conseguenze politiche della teoria eliocentrica. Gli astronomi invece si preoccupavano soltanto della teoria eliocentrica. Una frase di Fichte traduce lo spirito della scienza meglio di ogni trattato: «La verità deve essere detta anche se il mondo dovesse andare in pezzi!». Proprio così… La ricerca scientifica deve essere libera, deve dispiegarsi per raggiungere le frontiere più estreme della cognizione umana. E quando queste saranno raggiunte, sarà l’essere postumano a prendere il posto dell’umano, per andare ancora oltre. Dove? Non lo sappiamo, ma non è questo che importa. L’importante è vivere la ricerca scientifica come una avventura perenne, armati di coraggio e curiosità. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della tecnologia! Ci sarebbe un futuro se non ci fosse uno sviluppo tecnologico libero e illimitato? È la tecnologia che crea il tempo, distinguendo tra passato, presente e futuro. Immaginiamo una società umana in cui il primo homo habilis avesse gettato la pietra raccolta, invece di scheggiarla per farne un utensile. Immaginiamo una società umana senza rivoluzione neolitica, senza agricoltura e pastorizia. O senza rivoluzione industriale, rivoluzione informatica, rivoluzione robotica, rivoluzione biotecnologica. Sarebbe una società sempre uguale a se stessa. Un eterno presente, senza passato e senza futuro, senza consapevolezza e senza storia.

Sappiamo che non pochi rimpiangono o sognano questo tipo di società. C’è chi sogna una moratoria delle tecnologie al tempo presente, per lucrare sulle posizioni di privilegio (i conservatori), c’è chi sogna una decrescita felice (i reazionari), e c’è anche chi sogna uno sviluppo sostenibile, ossia fino a un certo punto, il punto in cui si raggiunge “la fine della storia” (i falsi progressisti). Dunque, un passato sì, un futuro no. Di fronte soltanto un eterno presente, una società sempre uguale a se stessa, per i millenni a venire, fino a quando l’esplosione del sole non metterà fine alla vicenda umana su questo pianeta.

C’è chi ama questo scenario, ritenendo insensata la continua rincorsa della novità tecnologica. E c’è invece chi ritiene completamente insensato proprio questo statico scenario. Noi lo riteniamo insensato. Ognuno ha la propria sensibilità, i propri orientamenti psicologici ed esistenziali. Su questo non discutiamo. È tuttavia lapalissiano che non può dirsi futurista chi non ama la tecnica, chi non desidera il continuo sviluppo della tecnica. Un futurista conservatore è un ossimoro, un non senso. Senza tecnica non c’è futuro. I futuristi vogliono andare sempre oltre, spingersi fino al futuro più estremo.

Lo sviluppo tecnologico è un’avventura e come ogni avventura necessita di coraggio. Le nuove tecnologie in campo, l’ingegneria genetica, la robotica, l’informatica, non cambiano solo l’ambiente. Promettono di cambiare anche l’uomo. Qualcuno, che in passato ha accettato ogni sviluppo tecnico, vorrebbe ora fermarsi almeno davanti a questa possibilità. Noi invece diciamo che è il momento di essere smodati. I futuristi vogliono continuare la loro marcia, anche verso questo futuro postumano. I futuristi sognano un futuro estremo, il cui frutto più maturo sarà un nuovo salto evolutivo della specie, del resto già vagheggiato da Marinetti. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione dell’arte! L’arte è la suprema manifestazione della creatività umana e postumana. L’arte rappresenta il completamento spirituale e cognitivo della scienza, giacché laddove la scienza indaga la realtà attraverso il “metodo osservativo-sperimentale” e condivide i risultati attraverso la comunicazione razionale, l’arte indaga la realtà attraverso la “libera intuizione” e condivide i risultati attraverso la comunicazione estetica.

Non perderemo tempo a discutere se esiste un canone universale di bellezza. Noi siamo relativisti e partiamo dal presupposto che non esistono l’artista e il pubblico. Esistono i pubblici-artisti, al plurale. Esistono tribù estetiche, con diverse sensibilità. A noi non interessa stabilire quello che è bello per tutti, ma quello che è autenticamente futurista. Torniamo sempre allo stesso punto: vogliamo distinguere il falso dall’originale. Il falso è a modo, l’originale è smodato.

Nel campo dell’arte è innanzitutto importante non confondere il modaiolo provocatore con l’innovatore futurista. L’odierna ricerca dell’originalità fine a se stessa, senza sentimenti e senza messaggio, è ormai patetica e ha ben poco di futurista. Non è futurista chi segue bovinamente i trend, le mode del momento. «Oh, il figurativo non è più di moda, ora va l’astratto. Tutti di qua! L’arte come mimesi è superata, basta con il realismo, immergiamoci nel surreale… Tutti di là! No, aspetta, aspetta! È la performance la strada da seguire, basta con l’olio e le tele! Ecc.». Questo appecorarsi per seguire il gregge, per compiacere i pastori critici d’arte sarebbe arte? No. È solo viltà. E la viltà non ha nulla di futurista.

È vero che l’artista è futurista quando innova, quando rompe gli schemi. Ma questo oggi non basta più. Da quando è diventata una moda lo stesso rompere lo schema, al solo fine di rompere lo schema, da quando l’arte è ridotta a una ricerca dell’assurdo e dell’incomprensibile, per potersi dire futurista si deve concepire un’opera non solo innovativa ma anche esteticamente futurista. Se dobbiamo sintetizzare l’estetica futurista in una frase, possiamo rifarci tranquillamente al manifesto del 1909: «Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo».

Questo continuo spacciare tendenze del momento per “arte ufficiale” ha luogo perché permane un’assurda distinzione tra arte e vita. L’arte è stata chiusa in una torre d’avorio e “l’artista” (colui che ha ottenuto lo status di “artista”) viene elevato su un piedistallo, dal quale può riversare sul mondo qualsiasi porcheria. La soluzione è dunque il superamento dell’arte come categoria chiusa, in quanto blocca le intuizioni dell’individuo all’interno di un settore e ne mercifica gli obiettivi. Le facoltà artistico-creative appartengono a tutti. L’arte modaiola che abbiamo denunciato persiste perché esiste la categoria artificiale dell’arte, che tanti rincorrono. È dato trovare molti grandi creativi in settori non-artistici, mentre osserviamo giornalmente “grandi artisti” con creatività pari a zero. E quest’ultima affermazione dovrebbe bastare ad evitare un malinteso. Quando – seguendo Gramsci e Marinetti – diciamo che tutti siamo filosofi, scienziati, artisti, vogliamo dire che tutti lo siamo in qualche misura. Non stiamo pensando ad alcun livellamento egualitaristico, ove scompare del tutto la qualità dell’individuo. Vi sono individui dotati di maggiore creatività, talento, passione, capacità, perseveranza rispetto ad altri. Purtroppo, i migliori non fanno necessariamente parte dell’industria dell’arte, o perché appartengono ad una tribù estetica marginalizzata dai “custodi dell’arte ufficiale” o perché esprimono la propria creatività in settori diversi.

Stiamo dunque attenti a non prendere abbagli. Oggi irrompe sul palcoscenico della storia l’arte digitale. Le macchine permettono a un numero infinitamente superiore di persone di esprimere la propria sensibilità artistico-creativa e di metterla in circolo, senza subire i diktat e i ricatti dell’industria dell’arte. I futuristi sono naturalmente aperti e predisposti alla novità, alla musica elettronica, alle arti digitali visive. Plaudono alla fusione creativa tra uomo e macchina. Ma anche qui serve un distinguo. Chi si butta nell’arte digitale solo perché è di moda, solo perché è l’ultima tendenza, non è necessariamente “futurista”. È in realtà un “presentista”, se non addirittura un “passatista” mascherato. Questi signori gli schemi non li rompono, li consolidano!

Faremo solo un paio di esempi. I musicisti techno-electro-industrial che compongono musiche ultra-tecnologiche, digitali, esteticamente prometeiche, ma cantano un testo contro la tecnologia sono semanticamente stonati e certamente non futuristi! Altrettanto possiamo dire degli artisti del filone fantascientifico di orientamento apocalittico, distopico, luddista, che lamentano lo sviluppo incontrollato della cattiva tecnologia e magari pubblicano i propri racconti, romanzi, film, fumetti, videogiochi in Internet, in formato e-book o multimediale. È evidente la schizofrenia o la semplice adesione modaiola al trend estetico, senza condivisione dei valori. Subiscono magari la fascinazione della tecnica, ma sono incapaci di completare il cammino, di accettarla fino in fondo. Oppure, sapendo che il loro pubblico ha un orientamento luddista, creano opportunisticamente un ossimoro estetico.

Le avanguardie anticipano il senso comune, non lo seguono. Le avanguardie sfidano il senso comune, non lo temono. Le avanguardie sono smodate, non a modo. La nuova frontiera dell’arte – frontiera che coinvolge “tutti gli esseri senzienti” e non solo gli “artisti ufficiali” – è fare della propria vita, del proprio corpo, della propria psiche, della propria comunità, della propria specie un’opera d’arte. Modificare, scolpire, creare se stessi grazie alle nuove tecniche della genetica, della chirurgia, della robotica, dell’informatica è oggi l’autentica arte d’avanguardia, l’arte smodatofuturista. La nuova frontiera dell’arte supera perciò tre dicotomie storiche: 1) quella tra artisti e fruitori dell’opera d’arte; 2) quella tra discipline artistico-creative e discipline tecnico-scientifiche; 3) quella tra mondo esterno da creare-rappresentare e mondo interno di cui prendere semplicemente atto.

Noi non prendiamo atto dell’umanità, del suo fenotipo e del suo genotipo. Noi la plasmiamo, la cambiamo, la superiamo attingendo alle nostre conoscenze tecnico-scientifiche e seguendo le intuizioni estetico-artistiche della nostra volontà creatrice. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della morale! Marinetti propose l’abolizione del matrimonio, l’amore libero e il figlio di Stato. Si disse che distruggeva la famiglia, la morale, la tradizione. In effetti il libero amore è una posizione estrema, ma a ben vedere non è una proposta nuova. Prima di Marinetti aveva avanzato questa proposta Platone, nella Repubblica, e poi Karl Marx, nel Manifesto del partito comunista. I futuristi non negano “la morale”, negano “una certa morale” e ancor di più la sua degenerazione: il “moralismo ipocrita”. I futuristi negano il moralismo ipocrita dei libertini che negano il proprio libertinismo, delle meretrici che si presentano pubblicamente come Maria Goretti, delle signore della bella società che credono vi sia una qualche differenza fra cercare il buon partito e vendersi in un bordello, dei preti che dietro la propria rigida sessuofobia pubblica nascondono i comportamenti privati più censurabili. I futuristi difendono la morale della trasparenza, della libertà, del coraggio, dell’orgoglio, della sincerità, di coloro che ambiscono nietzscheanamente a diventare ciò che sono.

Se l’uomo è troppo debole per fare un discorso di verità, oggi lo costringono a questo le nuove tecnologie. I telefoni cellulari, Internet, i social forum, stanno mostrando quella che è la vera realtà sociale. I tradimenti, o i desideri di tradimento, superano nella realtà dei fatti la fedeltà e l’amore eterno. Le persone che vendono il proprio corpo per fare carriera sono ben più di quelle che lo ammettono candidamente. I divorzi crescono percentualmente anno dopo anno e ai divorziati non resta che maledire il giorno in cui hanno firmato quel contratto capestro – un contratto economico con clausole assurde occultate dietro la parola amore. Persone insoddisfatte della propria struttura biologica traggono vantaggio dallo spazio di libertà morfologica aperto dalle biotecnologie.

Le tecnologie rendono possibile questa situazione, oppure mettono questa situazione già esistente in tutta la sua crudezza davanti ai nostri occhi. La nostra è una società che si ostina a richiamarsi a valori e strutture famigliari post-neolitiche, come la famiglia monogamica, quando ha attraversato almeno altre due rivoluzioni, quella industriale e quella informatica, e si appresta ad attraversare la terza, quella biotecnologica. Certo, da un punto di vista post-neolitico la società di oggi appare perlomeno smodata. Ma noi ci chiediamo se ha ancora senso questa rigida distinzione di ruoli, questo obbligo di adeguarsi alla struttura, questa pruriginosa attitudine a vietare quello che poi tutti vogliono vedere dal buco della serratura? Andiamo! Liberiamoci dai residui di medioevo che ancora circolano nelle nostre società ipertecnologiche del XXI secolo e accettiamoci per ciò che siamo. Marinetti perorava l’amore libero. Noi andiamo persino oltre e peroriamo l’amore smodato! Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Noi siamo smodatofuturisti nella concezione della politica! Vi scongiuriamo! Non chiedeteci se siamo di destra o di sinistra, soprattutto se avete in mente questa destra e questa sinistra. Non abbiamo nulla da spartire né con questa destra reazionaria, clericale, passatista, tradizionalista, né con questa sinistra moderata, politicamente corretta, succube dei poteri forti, fintamente dalla parte del popolo. Noi voliamo in alto, e perciò guardiamo il mondo dall’alto della nostra visione aeropittorica. Ragioniamo a ere geologiche, non a legislature. Dalla nostra prospettiva abissale vediamo la politica svolgersi su tutta l’era quaternaria. E, da questo punto di vista inconsueto, il quadro ci appare differente.

La storia della politica ci appare come la storia di tre uomini che si ritrovano improvvisamente gettati su una barca a vela in navigazione. Il primo passa il tempo ad imprecare contro la sorte che li ha fatti ritrovare a bordo, e insiste sull’opportunità di buttarsi a nuoto per cercare una riva inesistente. Questi è il luddista, il tradizionalista, il primitivista, il passatista, di matrice ecologista o religiosa. Può stare a destra come a sinistra, ma in ogni caso guarda indietro.

Il secondo uomo invece sulla barca ci sta tutto sommato bene, ma non vuole arrovellarsi troppo. Propone perciò di instaurare una regola per cui sia vietato interferire con la navigazione… verso il nulla. Passa il tempo a proporre regole di convivenza ed è principalmente interessato ad accaparrarsi le razioni disponibili e la cuccetta migliore, o al massimo trovare un modo per condividerle equamente in modo da mantenere la pace a bordo. Questi è il borghese o, alternativamente, il proletario la cui massima ambizione è imborghesirsi. Ha freudianamente rimosso la propria condizione di naufrago dell’esistenza. A volte sta a destra, a volte a sinistra, ma tende inesorabilmente a gravitare verso il centro – verso la melassa insipida, il nulla ideologico, il privilegio, la raccomandazione, l’appalto.

Ciò che conta invece per il terzo uomo è la possibilità di usare la barca per andare dove vuole, imparare a governarla e decidere la rotta da seguire. Questi è il vero futurista, il futurista smodato. Questo spirito volontarista, prometeico, faustiano, consapevole, decisionista, disinteressato, eroico, tragico è appartenuto a uomini di diversi schieramenti politici. Che si siano schierati a destra o a sinistra poco importa. Ciò che unisce questi uomini è che hanno la schiena dritta e guardano sempre avanti!

Ma sentiamo già il fiato sul collo, il richiamo alla realtà, la domanda impertinente dei presentisti: «Dei problemi della gente vogliamo parlare?». Ne parleremmo più volentieri se vedessimo la gente sollevarsi dal proprio torpore e ribellarsi! Di fronte ad una situazione di crisi radicale, vorremmo vedere una reazione radicale. Non ci scalda il cuore né l’idea del governicchio che si regge sulla compravendita dei trasformisti, né l’ipotesi del governo tecnico, ennesimo comitato d’affari delle banche e delle multinazionali, pronto ad affamare il popolo per salvare il sistema. Vorremmo liberare il Parlamento da questi zombi e dai loro estenuanti e inconcludenti tatticismi. E smettiamo anche di chiamarla “casta”! Casta è una parola troppo importante, troppo nobile, troppo aristocratica, per indicare dei questuanti interessati solo a mangiare alla mensa dei poveri di Montecitorio. La corruzione? L’interesse privato? La raccomandazione? I ribaltoni? I trasformismi? Il sesso come veicolo per la carriera? Le mafie, i servizi, le logge, le minacce e i ricatti incardinati sui Misteri d’Italia? Umano, troppo umano... Anzi, meglio dire: ominide, troppo ominide. Suvvia! È giunto il momento di realizzare quella festosa rivoluzione che attendiamo da tempo. Svuotiamo le Camere dai politici a modo e riempiamole di androidi, cyborg, robot, mutanti, o magari anche di donne e uomini, purché smodati. Con i tempi che corrono, persino l’ultima categoria non è poi da disprezzare.

Poiché noi abbiamo la tendenza a levitare, vorremmo vedere intorno a noi cuori sollevati e teste sollevate. Perciò lottiamo innanzitutto contro il parassitismo e il fatalismo, due malattie che si possono annidare in tutte le classi sociali, quella alta dei banchieri, dei politici, dei faccendieri, e quella bassa dei loro servi, degli apatici, dei questuanti. Noi siamo con chi lavora, chi inventa, chi costruisce, chi lotta, chi cerca di determinare volontariamente il proprio destino, elevando così non soltanto se stesso, ma tutta la sua comunità. Sedicenti futuristi, avete il coraggio di seguirci su questa strada?

Distinguo

Prima di concludere, vogliamo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Non intendiamo ergerci a custodi dell’ortodossia ideologica. Non reclamiamo l’esclusiva sull’uso del termine “futurista”. Nulla è più lontano dal nostro spirito libertario dell’idea che servano autorizzazioni per definirsi in un modo piuttosto che in un altro. Anzi, ci riempie di gioia vedere intorno a noi persone che fanno fieramente uso di questo termine, dopo che per anni siamo stati visti come folli quando indossavamo idealmente le giacche gialle del futurismo. Che cento fiori fioriscano! Gli esempi positivi vengono dall’arte popolare, che con la sua leggerezza riesce ad essere più onesta di qualunque politica. Un grande artista, guru del rock italiano, ha sorpreso tutti componendo e cantando il “Manifesto futurista della nuova umanità”. Una canzone-poesia in cui gli elementi del sentire futurista sono ben rappresentati: l’emancipazione dalla tutela morale e religiosa, il rifiuto di una rappresentazione rassicurante e immaginaria della realtà come prezzo da pagare per dare sfogo alle emozioni più smodate, e quella vita che arriva impetuosa ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova – arriva impetuosa come il treno che compie scorribande nel videoclip, simbolo della rivoluzione industriale già cantato da Carducci, simbolo della prepotenza tecnica dell’uomo che sfida faustianamente le proprie limitazioni, correndo rischi, sfidando i pericoli. Con leggerezza e ironia, cantano “Il futurista” anche due icone della pop-art commerciale, tra scale mobili e paraboliche, grandi numeri e parolibere, e un accenno implicito al transumanesimo: «matematica la mia etica io modifico la genetica».

La tecnica, la tecnica… Una sfida alle stelle che però rischia di naufragare in gretto consumismo. Come ha sagacemente mostrato un grande cineasta nel film “La dinamicità”, c’è da rimanere esterrefatti nel vedere la tecnologia ridotta ad ovvietà del quotidiano. In questa trasfigurazione, come sottolinea il regista, c’è tutta la parabola della società e del design italiano, da una fiammeggiante avanguardia rivoluzionaria a un sostanziale conformismo di massa.

Ergo

Se questa parabola si verifica è anche a causa dello stupro semantico cui è quotidianamente soggetta la lingua italiana. Si capovolgono scientemente i significati delle parole: si cambia tutto, affinché tutto rimanga uguale. È soltanto a questa usurpazione gattopardesca che vogliamo porre fine, non alla libera appropriazione del nome “futurismo”. Stupratori! Se avrete il coraggio di seguirci sulla strada del futurismo autentico, eccessivo, smodato, vi accoglieremo a braccia aperte, come sinceri compagni di lotta. Se invece vorrete restare arroccati nel vostro misero e patetico moderatismo, fateci almeno la cortesia di non dirvi più futuristi. Ci risparmierete così la fatica di definirci “smodatofuturisti” per distinguerci da voi. In fondo, a noi basta essere quello che siamo sempre stati: futuristi!

Ad futurum!

Riccardo Campa (estensore)

Graziano Cecchini (azionatore)

Roberto Guerra (eccitatore)

Antonio Saccoccio (agitatore)

Stefano Vaj (fomentatore)

Post scriptum (ad usum stultorum)

Nota ad uso degli imbecilli. Avete letto attentamente questo manifesto ed ora siete indignati, spaventati, inorriditi. Vi apprestate quindi ad assumere “un atteggiamento di seria preoccupazione” per lanciare un allarme, gridare al lupo, segnalare il pericolo alle persone perbene, sul vostro insignificante blog, giornale o televisione. Ebbene, se questo vi frulla per la mente, perdonateci l’impietosa diagnosi, ma appartenete certamente alla categoria degli imbecilli. Il vostro deficit intellettivo non vi ha permesso di cogliere il carattere semiserio, papiniano, prezzoliniano dello scritto. D’altronde, non si può pretendere che un imbecille capisca dove finisce l’analisi e dove inizia il sarcasmo o l’ironia. Eppure, in questo caso, il compito non era affatto difficile, considerando che siamo partiti dalla critica dei poteri forti per arrivare all’elogio… dei Righeira! Riflettete, se potete, prima di infestare il ciberspazio di ulteriore spazzatura. Il male che vi affligge non è esterno, è dentro di voi. Potete però eliminarlo con un upgrade del cervello, installando un microprocessore e un’espansione di memoria nella corteccia cerebrale. Credeteci: il futurismo smodato può esservi più utile di quanto riusciate a immaginare. Ad ogni buon conto, per voi preghiamo.


Giorno: 11.11.11

Ora: 11:11

VRBE AETERNA,

A. D. III IDVS NOVEMBRES,

MMDCCLXIV A.V.C.

HORA QVINTA ET VNDECIM MINVTIS

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giovedì, ottobre 20, 2011

I tre grandi limiti degli indignados (e qualche consiglio per una ribellione radicale)

Siamo ancora tutti stupiti dalla capacità di organizzazione e mobilitazione dimostrata dal movimento che viene chiamato degli “indignati” (indignados per seguire la moda spagnola), che ha portato recentemente la contestazione nelle piazze di decine e decine di città di tutto il mondo. C’è da essere soddisfatti nel vedere finalmente la popolazione togliere il sedere dal divano e gli occhi dal televisore e contestare apertamente lo status quo. C’è da essere più che soddisfatti dalla dimensione mondiale che il fenomeno ha assunto in queste ultime settimane, risultato conseguito evidentemente grazie ai media interattivi-partecipativi contemporanei. Tuttavia la rivolta-contestazione a cui abbiamo assistito ci lascia con l’amaro in bocca e non ci sentiamo di affiancarla per come si è presentata. Di fronte alla realtà contemporanea, non possiamo essere e agire da indignati: dobbiamo intraprendere una strada estremamente più convincente e radicale.

Tanto si è scritto e tanto si è detto in questi giorni di questo movimento di contestazione. Si è detto e si è scritto tanto, e male. Male perché il solito cronachismo/sensazionalismo spiccio ha come sempre prevalso su qualsiasi attenta analisi del fenomeno. E allora fiumi di inchiostro sul movimento violento, sul movimento pacifico, movimento no-global, movimento anticapitalista, etc. fino a morire dalla noia.

Qui vogliamo mostrare, invece, i limiti evidenti della rivolta degli indignados, così come si è manifestata nelle ultime settimane. Le migliori osservazioni in questi giorni sono venute da chi non si è lasciato condizionare dall'agenda mediatica e ha percepito con chiarezza ciò che manca a simili proteste. A ben vedere, siamo di fronte a tipiche contestazioni postmoderne. Contestazioni sterili, forse addirittura innocue, e questo per tre motivi principali:

1. I movimenti di rivolta nell’epoca postmoderna mancano di un vero pensiero radicale alternativo al sistema di potere che intendono contestare. Manca sostanzialmente una reale contrapposizione ideologica. Se andiamo in giro a leggere i documenti scritti che figurano come “manifesti” di questo movimento di "indignati", ci si ritroverà subito nella miseria ideologica più totale. Tralasciando i vaghi e triti slogan anticapitalisti, si scoprirà che gli indignados sono in realtà gli esclusi, i precari, i disoccupati, coloro che non ce l’hanno fatta ad integrarsi nel sistema. Lottano perché le banche hanno esagerato, e reclamano che le cose funzionino meglio, ma non ci sono reali proposte per abbattere il sistema e costruirne uno nuovo radicalmente differente. Non c'è una visione globale alternativa, c'è soltanto una rivendicazione suggerita dalle condizioni del momento. La conferma che i contestatori sono parte del sistema che credono di voler abbattere arriva puntuale leggendo i documenti degli indignados. Sorvolando sulle banalità più sconcertanti, occorre fare attenzione alle obsolete e borghesissime rivendicazioni per il lavoro e addirittura per una maggiore istruzione/educazione. È evidente che la linea è quella della continuità con il sistema dominante. Questi esclusi non hanno ancora compreso che è proprio attraverso i canali consolidati dell’istruzione e del lavoro che il sistema continua a controllare con una certa tranquillità la situazione e a porre in rapporto di sudditanza la popolazione. Persino in momenti di contestazione come questi è tutto sotto controllo: gli appelli a lavorare e studiare di più da parte di chi contesta sono la conferma che non c’è nulla di pericoloso ancora per chi gestisce il potere. Prima di entrare nella palude postmoderna le avanguardie e le grandi contestazioni e rivolte del Novecento, dai primi decenni del secolo agli anni Sessanta, avevano ben chiaro che occorreva scagliarsi contro l’istruzione, contro la scuola e l’università, contro il lavoro. Si aveva ben chiaro che occorreva colpire al cuore il sistema per poterlo poi ricostruire su altre basi. Oggi sembra sia scomparsa quel tipo di lucidità e si inneggia vagamente ad un "cambiamento", e magari ad un abbattimento della mentalità economicistica, affidandosi paradossalmente proprio alle strutture di potere consolidate. Come se quella mentalità non uscisse fuori dalle nostre scuole e dalle nostre università! Come se la religione del lavoro fosse un principio indiscutibile da venerare!

2. Il secondo aspetto per cui le contestazioni postmoderne sono innocue è che si tratta di rivolte spettacolarizzate. Come si può vedere dai tanti filmati (ormai circolanti anche in rete) la partecipazione ad eventi del genere non è tanto sentita visceralmente, quanto indotta dalla caciara mass-mediatica che crea nei cittadini-spettatori quasi uno stato di trance per cui occorre esserci ad ogni costo per poter apparire nel grande evento mondiale (non si risentano coloro che hanno partecipato invece infiammati e infiammando, queste parole non sono rivolte evidentemente a loro). Ed è così che la gente si ritrova in piazza e per le strade e non sa bene cosa fare. Anzi, la prima cosa che fa è mettere mano alla macchina fotografica o al cellulare per fare foto e video, anche quando da fotografare e riprendere c’è solo il nulla di una folla aggregatasi mollemente e fiaccamente. Si è contenti di essere lì in quel momento. Da qualche anno la possibilità di viralizzare sui vari social network e su youtube questo drogante “c’ero anch’io” ha addirittura incrementato l’ansia di partecipare a questo tipo di eventi. Mezzi potenzialmente esplosivi (social network, blog, youtube) vengono così risucchiati dalla spirale spettacolare di matrice old-mediale, completando quello slittamento dall’essere all’avere all’apparire profetizzato decenni or sono da Debord.

3. Altro aspetto piuttosto deprimente è che queste contestazioni nascano solo in momenti di crisi finanziaria. Non bisogna essere troppo felici per questo tipo di rivolte, perché sono rivolte del ventre (e qui Marinetti docet). D’accordo, anche il ventre ha le sue buone motivazioni, ma non di solo ventre si vive. Un movimento lucido è in grado di percepire anche a stomaco pieno i limiti di un sistema di vita mortificante. Occorre ribellarsi ad un modo di vivere non perché affamati, ma perché istintivamente ben consapevoli che si possa vivere meglio. D’altra parte da affamati è anche difficile che si trovino soluzioni brillanti.

Per questi motivi le contestazioni postmoderne risultano tanto noiose. Non brilla l’individuo; non brilla il pensiero; non brilla l’azione. L’individuo si riunisce in folle, che diventano ben presto masse; il pensiero è assente; l’azione senza pensiero può essere solo vano teppismo.

Non siamo contro le folle, siamo per le folle agitate da grandi ideali. Ma le folle senza ideali diventano masse. E noi siamo contro le masse.

Per concludere riprendo le frasi finali del manifesto degli indignados, frasi che suonano deboli slogan, e che per questo occorre rapidamente correggere:

“Per quanto detto sopra, sono indignato. Credo di poterlo cambiare. Credo di potere aiutare. So che uniti possiamo. Esci con noi. È un tuo diritto”.

Se vuoi ribellarti a qualcuno e a qualcosa. Se hai dentro il fuoco. Se vuoi abbattere il vecchio e ricostruire un mondo nuovo. Non pensare a questo modo. Non usare queste parole. Colpisci al cuore il sistema e re-inventalo da capo. Torna vivo!

Antonio Saccoccio

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venerdì, settembre 30, 2011

Postmoderno? New Realism? Serve una terza avanguardia.

Il dibattito sul postmoderno ha avuto l’ennesimo ritorno d’interesse nelle ultime settimane, suscitando la solita selva di opinioni contrapposte. La contrapposizione più netta (almeno apparentemente) è stata quella tra Gianni Vattimo, storico sostenitore del pensiero debole, e Maurizio Ferraris, recente ideatore del “Manifesto del New Realism”. Poiché ho scritto e discusso più volte di postmodernità, agganciandomi anche ad altre questioni che ritengo ugualmente centrali, mi prendo ora la briga di entrare direttamente in questo dibattito. Leggendo lo scambio di battute tra Ferraris e Vattimo la prima impressione è quella che non ci sia nulla di così nuovo di cui parlare: siamo ancora fermi a discutere sulla nota affermazione di Nietzsche: “Non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni”. Da ciò che si può leggere Ferraris sembra in difficoltà nel dare concretezza alla sua nuova proposta. Il “new realism” (già la pochezza della scelta terminologica dovrebbe inquietarci) sembra ancora un’idea piuttosto nebulosa. Il problema nasce tutto da un sillogismo frettoloso da lui avanzato: noi viviamo in un’epoca pervasa dallo spirito postmoderno, l’epoca in cui viviamo è terrificante, quindi il postmodernismo è terrificante. In particolare il “populismo mediatico” è il terribile male che Ferraris attribuisce al postmodernismo. Ha ben ragione Vattimo a rispondergli che non c’è alcuna connessione tra postmoderno e populismo. Ferraris, magari per fomentare l’opinione pubblica, indica in Bush e Berlusconi le figure in cui detto populismo mediatico si è incarnato al meglio. Ora, a parte il fatto che il populismo mediatico non mi sembra l’unico dei problemi attuali, a parte il fatto che se si citano Bush e Berlusconi si devono citare pure Obama e Grillo e molti altri che di populismo mediatico sono espressione e interpreti accreditati, il problema sta tutto in quel legame tra populismo mediatico e postmoderno che Ferraris dà per scontato. Siamo così sicuri che pensiero debole e postmoderno generino automaticamente il populismo? Le cose stanno diversamente. Come ho affermato nel manifesto “Presentismo: ultima deriva dell’uomo contemporaneo” l’accusa non andrebbe genericamente rivolta al postmoderno, ma ad una certa interpretazione (anche qui interpretazioni) leggera del postmoderno stesso, interpretazione che ho definito con il termine “presentismo”, o altre volte “pensiero molle”. Secondo questa particolare visione del mondo (il presentismo appunto) non solo nel mondo non c’è una verità, ma le interpretazioni sono inutili, perchè tutto si equivale e non vale la pena neppure provare a cercarla la verità. Mentre quindi i migliori spunti della neoermeneutica possono condurre ad un mondo in cui il proliferare delle interpretazioni creano quella vitalissima ricchezza di punti di vista e visioni del mondo che unicamente può permettere al singolo individuo di liberare se stesso e incontrare serenamente l’altro, questo “pensiero molle” presentista conduce direttamente ad una penosa palude in cui tutto giace indistinto e privo di qualsiasi spinta vitale.

Si dovrà comunque ammettere che, se tutto ciò è accaduto, il pensiero debole e il postmoderno portavano (e portano) con sé il rischio di queste derive annacquate. L’errore però sta nell’attribuire frettolosamente tutto ciò all’intero pensiero postmoderno. La neoermeneutica e il postmoderno non sono teorizzazioni sballate, ma contengono al loro interno due errori fatali che occorre esaminare.

Innanzitutto neoermeneutica e postmoderno non potevano realizzarsi pienamente nel momento in cui sono stati teorizzati. Parliamo pure di Berlusconi, ma con cognizione e senza facilonerie (sono semplici interpretazioni anche queste). Abbiamo un uomo che fa parte di un’epoca in fase di estinzione, l’epoca televisiva; la telecrazia è un fenomeno degli anni Ottanta (e infatti in contesti simili bisognerebbe citare Reagan, non Bush), ed è legata ad un mondo in cui la televisione è il medium dominante. Non è un caso che il fascino di Berlusconi sia andato riducendosi, passando dalla brillantezza contagiosa del ’94 alla stanchezza deprimente degli ultimi anni. Non si tratta solo di un logorio fisico dovuto al naturale invecchiamento, è un segno evidente del fatto che Berlusconi è in fase declinante perché è declinante il paradigma telecratico a cui si è da sempre appoggiato. Qualcosa di nuovo sta emergendo. E non è il “New Realism”, ma una nuova fase dell’avanguardia artistica e socio-culturale, è la terza avanguardia. Le proposte del secondo Novecento di cui stiamo discutendo (e qui mi riferisco in particolare alla neoermeneutica e in parte anche al pensiero debole) non hanno fallito, ma sono state avanzate con troppa fretta da alcune avanguardie di pensiero, che hanno fatto i conti soltanto a tavolino, senza considerare la realtà con cui si sarebbero scontrati. L’errore è stato teorizzare tutto questo senza comprendere che non c’erano ancora le condizioni storiche perché tutto questo potesse trasformarsi in realtà. Questo è il rischio delle “avanguardie filosofiche” (mi sia concesso il quasi ossimoro), proposte da chi è capace di grandi salti in avanti di pensiero, ma perde troppo spesso il contatto sensoriale con il mondo reale e quindi finisce per il proporre qualcosa che in teoria potrebbe funzionare, ma in realtà si rivela fallimentare. Occorre il pensiero, ma è altrettanto fondamentale mettere alla prova la nostra sensibilità. Perché nel secondo Novecento la neoermeneutica e il pensiero debole non hanno vinto, ma hanno contribuito a generare il presentismo e il pensiero molle? La risposta sta nel mondo in cui vivevamo: fino a dieci anni fa il populismo mediatico che denuncia Ferraris si è potuto imporre perché i media dominanti erano televisione, stampa e radio (e non dimentichiamo il cinema). Mai un uso tanto massiccio di media di massa si era abbattutto sulla popolazione occidentale. La questione decisiva è che questi media, che generano e riproducono costantemente non solo il populismo politico ma anche tutto il pensiero dominante, sono tutti media che trasmettono in modo monodirezionale. Media, quindi, che non possono aiutare quella pluralità di punti di vista e interpretazioni che resta il punto forte del pensiero debole. Solo oggi, nel momento in cui i media di massa cedono gradualmente il passo (pur tra mille difficoltà, rischi e contraddizioni) ai media interattivi e partecipativi, le migliori intuizioni del postmoderno e della neoermeneutica possono realizzarsi.

Il secondo errore di cui postmoderno e il pensiero debole si sono resi responsabili è stata la negazione della possibilità della contrapposizione e quindi del superamento. Questo appiattirsi sulla dimensione del recupero e del riciclo è stata in parte una grande e positiva novità, ma alla lunga ha generato anch’essa un impaludamento. Nella condizione in cui siamo, le migliori intuzioni del postmoderno e del pensiero debole possono essere salvate – è questo il più grande paradosso – soltanto se una fase di avanguardia, appoggiandosi e prendendo a modello il paradigma che si è sviluppato a partire dalla rete globale, darà la spallata decisiva al mondo dominato dal sapere tipografico e televisivo, saperi gerarchici trasmessi senza una diffusa possibilità di confutazione e quindi negando la dimensione fondamentale della pluralità. Il problema dell’auctoritas resta sempre fondamentale, come ben vede Vattimo. La posizione di Ferraris sembra davvero una posizione di retroguardia, tesa al ripristino di un sapere controllato, anche se non ci capisce bene da chi.

Il postmoderno, ad indagarlo a fondo, può considerarsi come un ultimo risultato delle avanguardie novecentesche, che per prime posero sotto assedio il paradigma monolitico e accademico che rinchiudeva l’individuo in una serie di saperi tramandati da secoli, ma ormai, nell’era dell’elettricità e della comunicazione continua, completamente anacronistici. L’attacco del Futurismo alle accademie, alle biblioteche, al professoralismo, la sfida Dada all’Arte stessa, l’assalto del Situazionismo a tutte le strutture di potere: tutto questo doveva sfociare nella neoermeneutica e nel pensiero debole. E invece, per una serie di circostanze probabilmente non aggirabili, siamo piombati tra presentismo e pensiero molle. Il postmoderno, a dirla tutta, ha commesso il grande errore di negare tutto quello spirito di contestazione avanguardistico e radicale da cui era nato, e negando l’avanguardia e l’idea di superamento si è condannata al presentismo e all’impaludamento.

In ultima analisi, Ferraris non ha davvero nessuna possibilità di combinare qualcosa di buono con il suo “New Realism”, perché sta andando nella direzione della restaurazione, mentre occorre portare a compimento il superamento intrapreso già da un secolo. Oltrepassare l’esperienza postmoderna può essere possibile solo se ci rendiamo conto che l’avanguardia è una condizione indispensabile in un mondo che si trasforma tanto rapidamente. Se ci fermeremo a riflettere su questi aspetti, ci renderemo conto che il miglior postmoderno non è altro che una fase timida e indecisa di quell’avanguardia costante che ci tiene vigili, vivi e vitali da un secolo almeno.

Antonio Saccoccio

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lunedì, agosto 15, 2011

Lo stato dell'arte: dall'individualismo di massa alla retealtà

In anticipo di diversi anni su tendenze che oggi iniziano a manifestarsi più concretamente, il Net.Futurismo ha individuato nella rete (net) il nuovo paradigma in grado di produrre un assetto radicalmente differente nei campi più diversificati. Abbiamo più volte messo in luce che la gestione cooperativa di studi, ricerche e azioni critico-creative può soprattutto fornire (e già sta fornendo) il modello per una rivoluzione senza precedenti nel campo del sapere e del potere.
Volendo schematizzare, ad oggi abbiamo due modelli operanti. Il primo può ridursi alla formula "individualismo di massa" ed è stato assolutamente vincente nel tardo Novecento, e vede gli individui comportarsi come un'unica massa, privati della loro autonomia nella rincorsa egoistica e utilitaristica al soddisfacimento degli stessi bisogni indotti (perchè ognuno è chiuso nel proprio ristretto mondo alla ricerca del proprio meschino interesse). Il secondo modello, emergente soltanto in questi primi due decenni del nuovo secolo, è ben definito dalla nostra formula "retealtà", e vede individui progressivamente sempre più liberi dai bisogni di massa che si aggregano, spinti dalla condivisione di idee o obiettivi simili, in piccoli gruppi e network.
Questi due modelli sono, come si vede, l'uno agli antipodi dell'altro. Il primo è un modello isolante, il secondo è aggregante. Nel primo prevalgono massificazione, competizione, utilitarismo; nel secondo differenziazione, cooperazione, idealismo. Il primo è un modello verticistico e conduce alla globalizzazione omologante, il secondo è un modello orizzontale e conduce alla globalizzazione demassificante.
Se limitiamo il campo di indagine all'arte, nell'ultimo stadio che abbiamo chiamato dell'arte presentista (diffuso ovunque nel secondo Novecento, ma che permane ancora oggi in tante frange socio-culturali attardate) abbiamo tanti individui che rincorrono quello che viene loro dipinto come il "successo professionale" integrandosi in qualche modo nel grottesco sistema dell'arte. L'individuo con le sue personali aspirazioni viene in questo modo azzerato per poter aderire al modello dominante e agli obiettivi che quel modello prevede.
Nel nuovo paradigma dell'oltre-arte, abbiamo al contrario tanti individui che condividono esperienze creative cooperando e nel farlo ognuno mette in comune le proprie capacità, sensibilità, intuizioni, idee.
Nello stadio presentista gli attori del teatrino dell'arte sottostanno al sistema dominante replicando i modelli che lo stesso sistema impone loro. Nel nuovo stadio dell'oltre-arte ognuno è in grado di percepire liberamente ciò che desidera e di conseguenza ciò che occorre per produrre progetti significativi.
Nello stadio presentista tutti sono massa, tutti hanno gli stessi identici interessi e obiettivi, quindi tutti sono nemici. Al massimo qualcuno è un alleato, ma un alleato di comodo, meschino e interessato.
Nello stadio oltre-artistico ognuno può cooperare tranquillamente con chiunque altro, perchè gli obiettivi non sono automaticamente imposti dall'alto, ma sono il frutto di desideri autentici del singolo. L'alleato è un amico vero, perchè è un altro che condivide sinceramente le nostre stesse passioni.
Ma scendiamo sul concreto con qualche esempio. Vi siete mai imbattuti in una di quelle fiere campionarie dell'imbecillità che sono le esposizioni collettive? Avete mai visto l'Artista che sta lì a difendere i pochi centimentri destinati alla sua Opera e la guarda tutto inorgoglito, fiero, pieno di sè? Le avete mai viste queste Opere che non rappresentano che il Vuoto Cosmico delle menti che le hanno partorite? E avete mai sentito poi parlare questi poveri teatranti? A dire il vero di solito non è neppure previsto che prendano la parola, perchè la difesa della miseria di tali Capolavori spetta al capocomico: il critico!
Ecco, lo stadio terminale dell'arte presentista è rappresentato da queste mostre collettive. E il top si raggiunge nei cosiddetti Vernissage, apoteosi della vanità e della cretineria passapresentista. Venti, trenta Artisti ammassati gli uni al fianco degli altri senza nessuna ragione se non quella di guadagnarsi un minuto e qualche metro di notorietà. Ultimo stadio del vecchio sistema dell'arte, le esposizioni collettive rappresentano il punto di miseria massima del sistema dell'arte tradizionale. Sono lo stadio terminale, perchè portano alle estreme conseguenze quanto di peggio ha prodotto una categoria (quella dell'artista) privata ormai di ogni reale motivazione ad esistere: un concentrato di mediocrità, vanità e narcisismo che davvero difficilmente si ritrovano in altri campi. Si sta accanto per convenienza, perchè se si è in tanti si possono nascondere meglio le mancanze dei singoli. Magari perchè la mostra non sarà vuota come merita, poichè proprio i tanti artisti (e i parenti-amici, di comodo ancora una volta) riempiranno la sala. Ma tutto è stanco, noioso, apatico, avvilente e avvilito.
Prendiamo ora l'arte quando si organizza in rete, in network. Singoli individui che desiderano entrare in contatto con altri per condividere esperienze e idee, iniziano a incontrarsi e a collaborare sulla base di reali interessi condivisi e reali obiettivi da raggiungere. Nascono così opere e azioni collettive, in cui varie sensibilità si aggregano per produrre qualcosa insieme. Tutto è vivissimo, frenetico, entusiasmante, appassionato e appassionante. Tutto il mondo dell'arte così come concepito nel sistema passa-presentista crolla. Siamo allo stadio della retealtà, dell'intelligenza moltiplicata, dell'oltre-arte, dell'uomo a mille dimensioni. Tutto insieme il vecchio paradigma viene rovesciato, senza possibilità di ritorni all'ordine. L'Artista-burattino di massa scompare ed emerge un individuo attivo capace di creare pensiero, avanzare critiche e proposte, mettere in crisi lo status quo. Proprio come è sempre accaduto all'arte nei grandi movimenti d'avanguardia, dal Futurismo al Situazionismo. Ma stavolta il processo non coinvolgerà più centinaia di individui, ma milioni. E' chiaro che ci vorrà del tempo perchè questo nuovo modello si diffonda ovunque. Ancora oggi è largamente maggioritario il sistema passatista e presentista, per il solito motivo che chi batte il sentiero già battuto ha la sicurezza di un cammino più comodo. Le istituzioni dominanti difenderanno ancora per qualche anno ciò che è morto, nel tentativo di evitare la vittoria della retealtà, che significherà il tramonto di quelle istituzioni. Ma intanto la retealtà e l'oltrearte si diffonderanno viralmente negli spazi non istituzionali, tutti gli individui saranno alla fine permeati dalla nuova sensibilità neotribale. La vittoria completa è solo rimandata. C'è da dire anche che residui passa-presentisti sono evidentemente presenti in chiunque, anche in noi avanguardisti. Per chi come noi prende parte allo scontro in prima linea, ora occorre soltanto cercare di estendere il più possibile gli spazi dell'oltrearte e combattere in ogni modo i residui artistici tradizionali. Senza mai dimenticarsi di ridere prospetticamente.

Antonio Saccoccio




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lunedì, luglio 18, 2011

L'Isola delle Chiatte a Genova: un paesaggio sonoro sbalorditivo

L'incapacità di percepire l'ambiente sonoro che ci circonda si manifesta ovunque, ma solo nelle grandi città raggiunge livelli scoraggianti. Le nostre città sono un serbatoio inesauribile di rumori di ogni tipo, combinati assai spesso nei modi più complessi e sorprendenti. Eppure quasi nessuno si rende conto di ciò che ci passa attorno alle orecchie quotidianamente. L'anestesia uditiva procede inesorabile.
L'ascolto del paesaggio sonoro cittadino non dovrebbe competere solo agli specialisti. Tutti gli individui dovrebbero sviluppare un'adeguata percezione dei suoni/rumori che fanno parte della nostra esistenza. A volte i rumori della città possono giungere a livelli di interesse notevolissimo. Un esempio di questo tipo è l'Isola delle Chiatte a Genova. Si tratta di una struttura ideata da Renzo Piano per il G8 e consegnata ultimata nel 2001, consistente in una serie di chiatte tenute insieme che si affacciano nel porto di Genova. In realtà si tratta di una penisola, non di un'isola. Ebbene, in questo luogo vengono tutti, genovesi e turisti, per godere del panorama e della vista sul mare e sulla città. Io, per una sensibilità forse esagerata alla sfera uditiva, quasi non mi sono accorto di ciò che vedevano i miei occhi. Sono stato infatti letteralmente rapito dall'incredibile sfondo sonoro che ho immediatamente percepito come interessantissimo e unico. L'eccezionalità di quel posto non si offre affatto alla vista, ma all'udito: una serie impressionante di cigolii, stridii, scricchiolii, crepitii provenienti da sotto le chiatte genera quasi un concerto in cui natura e artificio si amalgamano in modo articolatissimo. Le catene, scosse dal movimento del mare, sfregano costantemente contro la poderosa struttura portante generando una serie di rumori tutti in qualche modo simili e al tempo stesso differenti (per altezza, timbro e durata). Sembra di percepire rumori di metallo, a tratti di plastica, forse di corda o legno: non è ben chiaro cosa sfreghi e come. In 10 minuti di ascolto, neppure troppo attento, ho potuto percepire almeno cinque cigolii differenti. Non potendo usare le mie preziosissime schede di rivelazione del paesaggio sonoro (non le avevo portate con me quella sera, mai mi sarei aspettato una sorpresa simile!), sicuramente mi sarò perso qualcosa. Ad ogni modo la partitura che uscirebbe fuori avrebbe scarsissima regolarità dal punto di vista ritmico. Eppure, ciò che è davvero notevole è che, complessivamente e isolatamente, nessuno dei rumori percepiti è classificabile come "fastidioso". Eppure si tratta di cigolii, avvertiti generalmente come rumori molesti. Il motivo per cui nell'Isola delle Chiatte i cigolii sono tutt'altro che spiacevoli risiede nel ritmo naturale da cui sono prodotti. L'oscillazione delle chiatte è causata infatti dal moto ondoso, che si ripete con andamento ciclico, generando momenti ordinati all'interno dell'evidente caos degli eventi sonori. Il caos è quindi solo apparente. E ad ogni modo l'orecchio non percepisce fastidio, poichè la ciclicità naturale rassicura costantemente il nostro cervello. Il movimento marino, trasferendosi a quello delle chiatte, tende le catene, che sfregando cigolano, trasformando il moto in suono.
All'Isola delle Chiatte non bisogna quindi andare per godere di un panorama, ma per godere di un'esperienza sonora d'eccezione, un'esperienza che può addirittura trasformarsi in multisensorialità totale. Il movimento cullante delle chiatte si fonde infatti con i cigolii continui provenienti dal basso, con lo spostarsi continuo del nostro focus visivo (panorama sì, ma in costante evoluzione!), con il vento che percepiamo di tanto in tanto sul nostro volto, persino con gli odori che il vento stesso ci porta dal mare.
Freniamo quindi almeno per una mezz'ora la nostra tediosa romanticheria da cartolina illustrata. Smettiamo di usare soltanto gli occhi (gli occhi di altri!) e attiviamo le nostre più profonde capacità sensoriali. Anche gli occhi possono osservare e percepire tanto, ma non è di certo il solito panorama comandato da cartolina a farci realmente godere di un luogo come questo. Un luogo che, sicuramente ben oltre le intenzioni del progettista, si rivela come una vera e propria palestra sensoriale. Un luogo dove appropriarsi delle nostre potenzialità percettive. E in particolar modo l'esperienza sonora merita la visita: non è esagerato consigliare un viaggio a Genova solo per godere per un'ora almeno di questo imponente concerto di cigolii e stridii.

Antonio Saccoccio

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