LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

mercoledì, ottobre 09, 2013

Disordini in Accademia: futuristi, passatisti e presentisti tra performance e vita vera

Domenica pomeriggio, quasi rissa all'Accademia di Belle Arti di Roma. Nel corso dell'evento Corpi di-segni d'arte (curato da Vitaldo Conte e con la partecipazione, tra gli altri, di Salvatore Luperto e Lamberto Pignotti) è stato presentato il cd Pulsional RU.MO.RE! (Avanguardia 21 edizioni). Sono intervenuti i curatori del progetto: Vitaldo Conte, Antonio Saccoccio, Helena Velena. I primi due hanno esposto le basi storiche e teoriche su cui si innesta il progetto, dal punto di vista poetico (V. Conte), musicale e d'avanguardia (A. Saccoccio). A questo punto è intervenuta Helena Velena, che ha contestualizzato politicamente e socialmente il fenomeno, e lo ha fatto con la solita energia fisica e ideale: ne è nato un pandemonio. Dopo circa dieci minuti un paio di persone hanno iniziato ad agitarsi più del normale, interrompendo Helena, criticandola, arrivando presto ad offenderla. A freddo, è necessario capire cosa è successo realmente. Lo scandalo non è stato tanto nei contenuti pesanti da lei proposti, perché altrettanto pesanti erano state le considerazioni di chi l'aveva preceduta. Il pubblico in queste occasioni è talmente accomodante e accomodato sulle accademiche sedioline che non si sognerebbe mai di intervenire a quel modo. A risvegliarlo è stato il tono usato da Helena, che è semplicemente il suo tono, polemico, ribelle e indignato. Ciò che ne è uscito è nella tipica tradizione d'avanguardia: il pubblico intervenuto ha chiesto "rispetto", rispetto del proprio "gusto", con puntuali richiami all'ordine, al rispetto del potere costituito, e del senso comune, sbandierando frustrazione e rabbia decennale, ignoranza senza confini, personalissimi insulti, prima timidi e via via crescenti man mano che la frustrazione e il senso di impotenza in loro aumentava. Il tutto proseguendo anche quando l'evento era finito da un pezzo. Inutile raccontare che più le proteste e gli insulti aumentavano più noi pulsionalrumoristi eravamo visibilmente soddisfatti. Sentire gente che, mentre parli d'avanguardie, difende a spada tratta Gino Paoli e Ottorino Respighi, non può far che sorridere teneramente. Sentire gente che in discorsi d'avanguardia pretende il rispetto per il pubblico fa ridere grassamente. Erano cascati in una trappola banale, il secolare scontro passatisti-futuristi, da cui per ignoranza non riuscivano ormai a tirarsi fuori (la storia, in questi casi, sarebbe davvero maestra, almeno per evitare figuracce del genere). Erano alla fine in due su cinquanta a protestare, forse tre. Abilmente chi aveva riconosciuto la dinamica si era smarcato e aveva preso le distanze. Emblematico in questo il professor Giorgio Di Genova, che si autodefiniva a quel punto "non pubblico". Ma cosa facevano gli altri spettatori? La quasi totalità era bloccata sulle sedie, non reagiva neppure come i due di cui sopra. Solo ad evento concluso arrivavano in tanti a complimentarsi per aver "finalmente ravvivato questi incontri", perché "c'è bisogno di cose come queste in questo ambiente". Questo potrebbe sembrare incoraggiante, ma purtroppo non è tutto come sembra. Come gli insulti di un passatista, per giunta ignorante, possono essere super-graditi a chi vuol portare aria nuova, i complimenti possono risultare imbarazzanti. Il motivo è semplice: la maggioranza delle persone che aveva partecipato come pubblico all'evento (e che mostrava apprezzamento per noi) aveva percepito e definito l'intervento di Helena come una "performance". Helena aveva il suo bel da fare nel ribadire: "Guardate che quella non è una performance, io sono così, parlo così, mi agito sempre così". Cosa che posso confermare, anche in un bar o un locale Helena si agita e parla a quel modo: chi sente davvero qualcosa non ha bisogno di fare una performance per essere vitale. Ma in Accademia non c'era nulla da fare. Il pubblico, costituito in prevalenza da persone avvezze ad avere a che fare con l'arte e gli artisti, aveva imprigionato la forza dell'intervento di Helena nell'ambito dell'Arte, distanziandola così dalla Vita, l'unica cosa di cui Helena (e il sottoscritto) vogliono parlare. Questo episodio la dice lunga sul livello di crisi del mondo dell'arte contemporanea. Chi vive a contatto con quel mondo non è capace più di percepire nulla di reale, di vero, di vivo e vitale. Riconduce tutto ad una categoria chiusa e morta, tenuta in vita artificialmente, con danno di tutta l'umanità. Qualcuno ha affermato anche diplomaticamente: "Bella la performance, certo i contenuti sono per me discutibili". Che? Se di una cosa non mi piacciono i contenuti, la contesto, non dico che è "bella"! Forse allora sono più vivi i passatisti che hanno protestato, insultato ed esibito volgarmente la loro ignoranza? Forse dobbiamo preferire loro? Beceri, ma ancora un po' vivi? Forse sì, forse no...
Un passo indietro nel secolo scorso. Quando futuristi e dada provocavano il pubblico nei teatri o per le strade non volevano fare "performance", volevano ricostruire il legame tra arte e vita, volevano portare la vita nel mondo morto dell'arte. Erano persone sempre performative, perché erano vive, e non lo erano solo quando erano sul palco, lo erano sempre, anche e soprattutto quando discutevano tra di loro, quando non c'era un pubblico presente. Era una "performance" il tirarsi a vicenda arance e patate in faccia? No, si voleva solo svegliare il pubblico che dormiva sulle poltrone del teatro, si voleva ristabilire il contatto vitale con il pubblico. Non si voleva essere applauditi per la performance. Questa è una degenerazione dei nostri tempi, in cui vediamo l'attore-artista che si mette una maschera e fa la propria performance simulando parti di vita, performance perfettamente ridicola perché in realtà estranea alla propria vita. La performance è  pura finzione, puro presentismo, realtà addomesticata. L'urlo della vita definito "performance" è la sconfitta dell'essere umano. Estetizzare un urlo autentico assorbendolo nella dimensione rassicurante dell'arte è come scambiare un guerriero autentico per una maschera di carnevale. L'urlo di Helena scambiato per "performance" deve farci quindi riflettere, deve metterci paura sullo stato di degrado a cui è giunta l'estetizzazione e la spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita.
In fin dei conti i complimenti alla performance sono presentisti, tanto quanto è passatista il musicista che si alza e loda Respighi. Con la differenza che mentre l'antidoto al passatista è stato trovato da tempo (quasi tutti ormai riconoscono nel passatista ignoranza, viltà e beceraggine), quello al presentista è ancora tutto da scoprire. Il presentismo è oggi vincente, anche tra chi non è totalmente sprovveduto. Per demolire il presentismo occorre demolire la categoria dell'Arte, occorre vaporizzarla fino a dissolverla. Non c'è altra via. I presentisti tendono a recuperare all'interno dell'Arte qualsiasi cosa di minimamente fuori dall'ordinario. E se qualcosa è eccessivo per i loro gusti, allora diventa una "performance". L'urgenza della vita recuperata all'interno del rassicurante e patinato mondo dell'Arte. Nulla di più pericoloso per chi ama davvero la vita.


Vitaldo Conte, Helena Velena, Antonio Saccoccio
(Roma, Accademia di Belle Arti, 06/10/2013)



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venerdì, maggio 31, 2013

La vittoria dell'astensionismo e i sei limiti del M5S

Elezioni comunali 2013, vediamo com'è andata a finire. I partiti di centro-destra e centro-sinistra urlano all’unisono: l’unico dato significativo è il crollo del M5S. In realtà, se è vero che il M5S subisce una notevole battuta d’arresto, l’unico dato significativo appare un altro: il crollo della partecipazione al voto. In queste elezioni ci sono tanti sconfitti e un solo vincitore: l’astensione. I dati sono incontrovertibili. Basti soltanto pensare che in grandi regioni come il Lazio, l’Emilia-Romagna e la Toscana l’affluenza è scesa del 20% rispetto alle precedenti elezioni. A Roma siamo in pratica al pareggio tra votanti e astenuti. Quindi, a 3 mesi dalle elezioni politiche (che già avevano sancito la vittoria dell’astensionismo), la popolazione ha preso ancor più le distanze dalla politica dei partiti. Colpa certamente dell’accordo post-elettorale tra pd e pdl, che ha tenuto a casa chi vedeva nelle elezioni il motivo per votare a favore e soprattutto contro l’avversario politico. Ma tutto conferma una tendenza che è in atto da anni: la presa di distanza dalle istituzioni e dalla politica parlamentare a favore di aggregazioni comunitarie spontanee e non gerarchizzate.
Un discorso a parte merita l’arretramento dei consensi per il M5S. Qui le motivazioni possono essere molteplici. Le elenco e discuto in ordine di importanza:
  1. La mancanza di una chiara visione politica nel M5S, Grillo incluso. Questo deficit è venuto alla luce in modo troppo evidente nel momento in cui i neoeletti pentastellati hanno preso posto in Parlamento. In pochissimi hanno mostrato di possedere una precisa visione del mondo. E la politica non si può fare se non sai quale mondo c’è stato, quale mondo c’è oggi, quale mondo vuoi per il domani. Il programma del M5S non può essere rivoluzionario perché non si può fare la rivoluzione se non sai cosa vuoi davvero per il futuro e se ciò che vuoi per il futuro non è radicalmente in contrasto con ciò che c’è oggi. Che i politici non debbano prendere i rimborsi elettorali non è una visione del mondo. Essere per la raccolta differenziata dei rifiuti non è una visione del mondo. Queste (e altre) possono essere singole proposte, tutte frutto di una determinata ampia visione del mondo. Che manca purtroppo. Lo ribadisco: essere post-ideologici è corretto (ed è la storia che va in quella direzione per fortuna), ma essere contro qualsiasi idea politica organica è contrario al fare stesso politica. Il M5S è una delle prime manifestazioni di quella che può chiamarsi “post-democrazia delle reti” o “retarchia”, e su questo dovrà costruire la sua visione del mondo. Sprovvisti di questa consapevolezza, i poveri deputati e senatori grillini si sono lasciati fagocitare da un sistema che è strutturato esattamente sulle logiche di potere che i pentastellati (in teoria) dovrebbero demolire. Perché è accaduto questo? Perché per superare il nemico devi essere più forte e consapevole di lui. Non basta pensare di avere ragione, bisogna dimostrarlo ogni istante con convinzione e argomentazioni. Con una visione del mondo alternativa a quella oggi dominante. Parte di questa 
  2. Il fattore Grillo. La maggior parte dei voti ottenuti alle politiche erano arrivati seguendo le incendiarie esternazioni di Grillo. Se Grillo non scende in campo con quella stessa forza e continuità, gran parte dell’elettorato resta a casa. Questo è il chiaro risultato di un movimento a due teste: da una parte l’accentramento leaderistico nella figura di Grillo, dall’altra l’attivismo dei vari meet-up locali. L’aspetto davvero nuovo è la rinnovata partecipazione politica a livello locale, ma gran parte dei voti arrivano ancora grazie alla leadership old style di Grillo. Com’è normale che sia in una fase di transizione epocale come quella che stiamo vivendo: dalla piramide alle reti. Un buon 40-50% dei voti avuti alle precedenti elezioni dipendono direttamente dalla capacità di Grillo di rispondere (in quel preciso momento, che non è detto ricapiti un’altra volta) alle aspettative di una parte dell’elettorato. Questi voti dati alla persona Grillo sembrano in gran parte evaporati dopo soli 3 mesi.
  3. Né al governo, né contro il governo. Il non-accordo con il PD era strategicamente corretto: si doveva continuare ad essere contro il sistema dei partiti. Ma, essendo entrati in Parlamento, mettersi da soli all’opposizione poteva essere vincente solo per poi fare un’opposizione brillante e chiassosa. Nei primi tre mesi, invece, i risultati dell’opposizione del M5S sono stati scarsi e opachi. Niente di eclatante, e soprattutto molto meno di quello che faceva il M5S fuori dal Parlamento. Grillo ha ritenuto pericolosissimo fare un governo con il PD, probabilmente perché ha visto l’impreparazione generale delle sue truppe. Ma non ha fatto bene i conti, perché l’impreparazione era destinata ad emergere anche non entrando direttamente nel governo. Fatto sta che parte degli italiani ha percepito come inutile la presenza parlamentare grillina: non pervenuti né al governo, né all’opposizione. Persino gesti derivati da ottime e nobili intenzioni (tra tutte la famigerata rendicontazione delle spese di viaggi, pranzi, merende, etc.) è sembrata alla lunga ingenua e velleitaria, perché non accompagnata da altre iniziative politiche più consistenti. Una soluzione a questo tipo di problemi sarebbe possibile se Grillo e i grillini comprendessero che per attaccare più agevolmente il sistema non si deve perdere di vista l'ottica anti-parlamentare e post-parlamentare. Su questo punto si giocherà gran parte del futuro del M5S.
  4. La mancanza di una cultura d’avanguardia. Il M5S è un movimento che mette in discussione lo status quo. Ma il M5S non ha capito che le istituzioni tendono a funzionare come ambienti totalitari, a cui, una volta al loro interno, bisogna adattarsi. L’unica possibilità di entrare in queste istituzioni senza esserne assorbiti e quindi neutralizzati è capirne perfettamente i meccanismi che ne regolano il funzionamento e sabotarli. Per questo solo un’avanguardia ha qualche possibilità di entrare in Parlamento e detournarne le impalcature. Chi non ha nel dna le visioni e le pratiche delle avanguardie è destinato a fallire ogni qual volta prenda di mira un’istituzione statale. Solo l’avanguardia fa davvero male al sistema dominante, il resto è solletico. Tant’è che – si noti bene perché questo è davvero fondamentale – la cultura d’avanguardia è l’unica ad essere integralmente censurata dallo Stato (ad es. tutte le scuole/università e tutti i media di massa). E lo stesso Grillo viene ripreso tranquillamente da tv o giornali, fino a quando non si inventa qualcosa d’avanguardia (raramente purtroppo, perché non è quella la sua cultura): allora scatta la censura totale o la falsificazione.
  5. L’assenza di abili oratori in grado di infiammare la popolazione. Escluso Grillo, non ci sono persone in grado di improvvisare un discorso a braccio seguendo ciò che comandano cuore e cervello. Abbiamo tutti presente l’immagine di parlamentari pentastellati che leggono con imbarazzo i loro interventi alle Camere con occhi chini su fogli di carta. Così si dimostra di avere una marcia in meno, non certo in più. La cultura che viene dalla rete, per giunta, è una cultura che è, seppure in modo nuovissimo, orale. Una delle prime mosse sarà, quindi, quella di trovare almeno capigruppo al Senato e alla Camera che non siano anonimi e scialbi come gli attuali.
  6. La trasparenza che diventa micro-burocratizzazione. Dal Parlamento ai meet-up locali si registra una pericolosa tendenza: cercare di arrivare alla trasparenza attraverso una gestione burocratica di ogni aspetto del movimento (le rendicontazioni, le presenze, le votazioni online, etc.). Ciò non solo è profondamente contrario alla fluidità di cui necessitano le aggregazioni di rete, ma: a) impedisce la rapida evoluzione del movimento, in una fase in cui c’è assoluto bisogno di idee acute e individui capaci; b) allontana rapidamente le persone più brillanti, notoriamente allergiche a qualsiasi lungaggine e perdita di tempo.


Nonostante queste debolezze, il M5S resta oggi l’unica possibilità per contrastare chi detiene il potere e lo gestisce in modo tanto scriteriato. I punti a suo favore sono ancora moltissimi: l’aver riattivato la partecipazione attiva dei cittadini; l’essersi posto con chiarezza su una dimensione post-ideologica; l’aver sfruttato le potenzialità dei nuovi media partecipativi; l’aver portato concretamente un’esigenza diffusa di pulizia e onestà; l’essersi posta come dimensione concreta e attiva di quell’antipolitica che spesso può degenerare in paralisi; l’aver portato una critica decisa all’Europa della finanza; l’aver demolito la patetica e spesso criminale figura del politico-star; la volontà della maggioranza dei pentastellati di darsi da fare per il bene comune e non per i propri interessi e le proprie carriere. 

Antonio Saccoccio

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mercoledì, gennaio 23, 2013

Perché non voto (e perchè continuare a votare ci porterà alla rovina)

     Questa volta avevamo una speranza in più. Potevamo sperare che l’innegabile “crisi” economica avrebbe spinto politici e partiti a inventarsi qualcosa di bello e nuovo.  Un cambiamento di rotta. Un segno di discontinuità. Un’idea finalmente! E invece nulla di tutto questo. Siamo entrati già da settimane nel solito noioso penoso schifoso rincorrersi di vili attacchi, meschine difese, mediocrissime diatribe sul nulla. È il nulla infatti di cui si discute. Si discute (si litiga!) su quale ferita rimarginare in un corpo affetto ormai da decine di patologie mortali. Il corpo morirà lo stesso, e in breve tempo, ma volete mettere la soddisfazione di poter dire: “quella feritina l’ho curata io! e non loro che sono degli incapaci!”. E invece gli incapaci sono tutti. Tutti. Lo hanno dimostrato governando. E chi non ha governato lo dimostra chiacchierando in questo modo del nulla. Qualcuno di questi chiacchieroni sostiene che tutto si risolverà se tutti pagheranno tutte le tasse! Evviva! Per altri tutto andrà a posto se nessuno pagherà più la tassa sulla casa! Evviva! Di questo si parla. Su questo si litiga! La “crisi” – questo teatrino ne è la dimostrazione – non è affatto economica. È in crisi la nostra speranza, la nostra fiducia nell’uomo, la nostra fiducia in un altro mondo. In un mondo migliore.
Per fortuna, in pieno periodo elettorale, ritorna il triste spettacolo, ma ritorna anche la solita speranza. La speranza che aumentino coloro che, come me, decideranno di non votare, di stare a casa. Stare a casa per far comprendere a questi poveri di animo e di pensiero, che ora si mostrano belli e carini per poterci poi rappresentare, che qualcuno si sottrae al loro gioco. Che qualcuno è animato da passioni e attenzioni differenti. Che qualcuno sta lavorando per cacciarli via. Sta lavorando per un mondo differente da quello deprimente in cui ci troviamo a vivere.
Non è tanto il “non-voto” che può interessarci. È pieno di gente che non vota, ma per disinteresse, perché non ha nulla da dire, nulla da chiedere a questo mondo. Ma noi no. Alcuni di noi hanno da chiedere ancora molto a questo mondo e fino a quando ci reggeranno le forze ci batteremo per questo. E quindi noi non votiamo per alcuni precisi motivi. Sappiamo perché non votiamo. Io so perché non voto.
Non voto perché ciò che i politici propongono di fare non mi piace. Non mi piace per nulla. Non mi piace la loro visione del mondo. Non mi piace la loro visione del mondo perché coincide con quella presente, che non mi piace affatto. E poiché nessuno di loro mostra di credere in un mondo differente, io non voto. 
Ma cosa dovrebbero pensare questi signori perché io possa credere in loro? Non è così difficile. L’avranno la mia stima e il mio appoggio, ma solo quando:

Si renderanno conto che il bene più prezioso è e sarà sempre la libertà e l’autonomia di ogni essere umano (nessun escluso!), libertà e autonomia che vanno preservate in ogni modo e non possono essere costantemente limitate da nessuna autorità. Anti-autoritarismo intransigente.

Smetteranno di santificare il lavoro alienato e si proporranno come obiettivo irrinunciabile a breve termine la riduzione drastica delle ore lavorative per tutti gli impieghi e a medio termine la scomparsa, per mezzo dell’automazione, del lavoro alienante e alienato.
Proporranno un modello di società in cui non regni la fanatica corsa al potere e al successo personale, l’arrivismo, l'utilitarismo, la competizione fine a se stessa, il trionfo della prepotenza. Contro ogni tipo di sfruttamento e di dominio. 
Lotteranno affinchè tutta l’umanità abbia accesso libero, rapido e gratuito a tutto il sapere passato e presente. Limitazione radicale delle leggi sul copyright. Digitalizzazione di tutto il patrimonio bibliotecario mondiale.
Comprenderanno che la scuola-lager attuale e i suoi subdoli meccanismi di controllo devono cedere il posto a momenti di liberissima aggregazione collaborativa, in cui l’autentica passione per la conoscenza si sostituirà all’imposizione brutale di regole e all’addestramento. Anti-dogmatismo. Pedagogia libertaria e descolarizzazione progressiva.
Ridurranno drasticamente il numero di norme e leggi e il numero di coloro che hanno il compito di controllare le nostre vite tramite quelle norme e quelle leggi.
Contrasteranno l’iper-medicalizzazione della nostra esistenza.
Lotteranno contro la spettacolarizzazione della vita e contro il divismo mediatico. Non permetteranno a nessun professionista dello spettacolo (giornalisti, attori, artisti, intellettuali, musicisti, sportivi, etc.) di assumere posizioni di visibilità e di potere.

Sono solo alcuni dei temi da affrontare radicalmente e senza vie di fuga. Ma fino a quando questi non saranno i temi proposti io non voterò. E nessuno dovrebbe votare. Solo così si creerà una competizione (sana, questa sì!) tra chi propone di più e meglio degli altri. Una volta condivisa questa nuova prospettiva, poi andremo a valutare i metodi per tradurla in realtà. 

È chiaro quindi che non basterà non votare. Bisognerà impegnarsi quotidianamente nel dissenso, impegnarsi in una contro-attività, organizzarsi in gruppi di discussione e costruzione, scrivere e diffondere il nostro malcontento e queste nostre proposte alternative. 
Io non andrò a votare, come tanti, il meno peggio. Per catturare qualche voto di qualche sprovveduto, si fa un gran parlare ultimamente di onestà e disonestà (paroloni per giunta usati a sproposito, ma passino pure!). Ebbene, io non credo che si debba votare il più onesto, o il meno disonesto. Io credo che si debba votare chi ha idee che corrispondono a quelle in cui crediamo. E l’onestà è solo uno dei valori in cui si può credere. A me di certo non può bastare. Non me ne faccio nulla di uno stupido onesto. Al massimo può farmi tenerezza, ma non gli affiderei mai il compito di rappresentarmi. Sia chiaro, quindi, una volta per tutte: il mondo continuerà a essere grigio sia con politici che intascano i nostri soldi, sia con politici che non intascano i nostri soldi ma governano con miopia portandoci nella direzione sbagliata. Se il politico intasca personalmente denaro, o ne regala all’opinionista comico star della tv, o lo spreca per finanziare la scuola-carcere attuale, o sponsorizzando la più inutile esposizione del più inutile “artista” (pensando negli ultimi tre casi di fare un servizio culturale al paese, e invece dilapidando nel modo più scriteriato risorse preziose), in tutti i casi ci troviamo di fronte a fenomeni gravi. La differenza - mi dirà qualcuno - è che la prima cosa è illegale, e le altre tre no. Benissimo, ed è proprio quello che voglio proporre: dovrà pur diventare illegale prima o poi che una star dello spettacolo riceva decine di migliaia di euro per due ore di trasmissione! Dovrà pur diventare illegale una scuola che rinchiude adolescenti per 5 ore la mattina, costringendoli a mandare a mente pseudo-saperi frammentari per altre 5 ore durante il pomeriggio! Questo vorrei dai nostri politici. Che cambino! Non che si limitino al rispetto delle leggi esistenti!
Continuare a sprecare la nostra vita nelle carceri della scuola prima, del lavoro salariato poi, e del divertimento alienato sempre (mostre, cinema, concerti, shopping, discoteche, partite di calcio, videopoker, teatro, e tutta questa bella roba qua per ogni gusto, dall’intellettualismo radical chic alle misere gioie del piccolo e medio borghese), questo è il mondo che ci propongono i signori che andrete a votare! Continueranno a dirci che è giusto e sano massacrarci di studio e lavoro per tutta la vita, e dover comunque sempre lottare, ogni giorno, per un pezzo di pane! O per una settimana di vacanze! O per un vestitino carino! 
Questa è la grave responsabilità di tutti coloro che andranno a votare. Anche a causa loro il mondo non cambierà. Non sostenete quindi chi non vi propone nulla di nuovo. Riunitevi, organizzatevi, discutete, pensate pensate pensate a un modo per uscire fuori da questo incubo.
E non li votate!
Antonio Saccoccio

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mercoledì, maggio 30, 2012

L’arte (non solo contemporanea) è una truffa: Vittorio Sgarbi ha ragione ma anche torto


Domenica sera (27 maggio 2012) Vittorio Sgarbi è intervenuto a conclusione della IX rassegna di “Libri da scoprire”, fiera dell’editoria di Latina, per presentare il suo ultimo libro L’arte è contemporanea. Sgarbi è sicuramente un abilissimo oratore, parla con sicurezza e dosando abilmente gli artifici retorici. Non annoia di certo, quindi lo si ascolta con un certo interesse, anche se a tratti può infastidire il suo parlare costantemente ex cathedra. Quando però si passa all’analisi degli argomenti che propone, allora occorre fare dei distinguo. Sgarbi ha senza dubbio delle ragioni. Ma ha anche almeno un grande torto.
Il critico ferrarese comincia affermando che i bronzi di Riace sono “contemporanei” per il semplice fatto che esistono ancora oggi. Sono stati riscoperti da qualche decennio e da quel momento rivivono nella contemporaneità. Quindi sono contemporanei perché presenti in questo momento nel mondo. Nulla da dire in linea generale: non c’è dubbio che un’opera antica sopravvissuta fino ai nostri giorni, come sono i bronzi di Riace, per il solo fatto di poter essere ancora osservata risulta presente nelle nostre vite. Quindi, accettando anche la forzatura concettuale, possiamo affermare che quell’arte è “contemporanea”. Ora, a parte il fatto che la categoria “arte” così come noi la concepiamo oggi nell’antichità non esisteva neppure (e che quindi non ha senso prendere statue prodotte nel V secolo a.C. e associarvi i termini “arte” e “contemporanea”), resta da chiarire un altro punto fondamentale: in che modo sono a noi contemporanei quei bronzi? Certo, non allo stesso modo in cui è contemporaneo, ad esempio, un film di Tarantino. I bronzi di Riace possono ancora parlarci in due modi: posso dirci qualcosa del mondo che li ha prodotti 2500 anni fa, e posso dirci qualcosa dell’uomo in quanto uomo, che presenta caratteristiche che possono anche essere simili a distanza di così tanto tempo. Ma cosa non possono dirci quei bronzi? Non possono dirci nulla di preciso sull’uomo e sulla realtà di oggi, perché sono stati pensati in altro tempo, quando le condizioni storiche, sociali, politiche, economiche, tecniche, scientifiche erano profondamente differenti dalle nostre. Ecco perché dal mio punto di vista non è possibile dire che le statue bronzee di Riace sono “contemporanee” (metto tra virgolette il termine, perché è ovvio che qui Sgarbi ha iniziato a giocare con il significato di una parola, e ciò è legittimo, a patto di affermarlo subito e chiaramente). In seguito Sgarbi propone un discorso simile per Caravaggio, e in questo caso anche più pertinente, perché l’attenzione riservata oggi al pittore rende conto non di un casuale ritrovamento archeologico, ma di una rinnovata attenzione critica nei suoi confronti, e quindi di un fenomeno intenzionale dettato da una questione di sensibilità affine tra il Merisi e la realtà a noi contemporanea.
Fino a questo punto potrebbe sembrare poco chiaro l’obiettivo del critico. Sgarbi però continua il suo monologo, e questa seconda parte del suo discorso è decisamente più interessante. Due sono i bersagli del ferrarese: il primo è costituito dai critici d’arte che lo attaccano sostenendo di odiare l’arte contemporanea, ma che in realtà sono degli incompetenti incapaci di riconoscere il valore di un’opera (e cita tra questi Achille Bonito Oliva); il secondo bersaglio sono le opere d’arte contemporanea, prive di autentico valore e consistenti in vuoti e astrusi concettualismi. Per confermare queste due tesi Sgarbi (andando abilmente e furbescamente incontro all’umore del pubblico) tesse l’elogio del celebre episodio di Alberto Sordi Le Vacanze intelligenti (1978). Sgarbi accoglie in pieno l’ironia di Sordi e racconta l’episodio del concerto di musica contemporanea e della visita alla Biennale di Venezia, suscitando il riso di gran parte degli spettatori. La critica all’arte contemporanea è largamente condivisibile, poiché la quasi totalità dell’arte prodotta oggi è una truffa (o aspira a diventare una truffa). Ma a questo punto Sgarbi inserisce un nuovo argomento, la rivalutazione della pittura, rivelando che questo è il suo obiettivo ultimo. Accusa i critici d’arte contemporanea di aver estromesso la pittura dal sistema dell’arte, e di averlo messo in minoranza perché lui è uno dei pochi che apprezza ancora i pittori. Ecco che allora si comprende bene il discorso iniziale sulla contemporaneità: affermare che anche i bronzi di Riace sono contemporanei permette poi a Sgarbi di affermare che chi fa oggi pittura non è meno contemporaneo di chi fa installazioni multimediali. Ecco che allora la contemporaneità può essere costituita per Sgarbi sia dalla pittura sia dalle installazioni e proprio per questo il suo libro è stato concepito con una doppia copertina: a scegliere sarà chi acquisterà il volume. D’altra parte Sgarbi è un ottimo conoscitore in fatto di pittura, ma molto meno conosce le altre manifestazioni artistiche del Novecento.
Tutto il discorso di Sgarbi tiene fino a quando si limita alla denuncia della cricca dei curatori e critici che sponsorizzano artisti mediocri creando fenomeni modaioli di scarsissimo valore. Ma quando come antidoto a questi cialtroni (pure ignoranti, ha pienamente ragione) si propone un ritorno alla pittura, ebbene questo è il vero punto debole della sua operazione critica. Gli artisti pseudo-concettuali-didascalici creati dal ben noto sistema dell’arte (la roba ignorante e truffaldina alla Koons, Cattelan, Hirst, ma anche tutto il sottobosco decorativo e inconsistente di video-art, performance-art e simili) non meritano neppure di essere presi in considerazione. Ma, anche se più onesto e meno ignorante, è improponibile anche il ritorno alla bella pittura avanzato da Sgarbi. Ed è improponibile proprio perché, come abbiamo sempre detto, il presentismo modaiolo non può essere sconfitto da un ritorno al passatismo. Si può senza dubbio continuare a dipingere ancora oggi, nel 2012. Ma la pittura non è il mezzo più adeguato per descrivere e comprendere la realtà contemporanea. Certo, se si vuole esprimere un rifiuto completo della realtà presente e un ritorno all’antico possiamo utilizzare la pittura, ma se si ha intenzione di entrare in contatto con la sensibilità contemporanea ci sono modalità indubbiamente più efficaci, da rintracciarsi in continue azioni performative oltre-artistiche, sabotanti, disorientanti, al di fuori dei tradizionali generi, dei contesti museali, al di fuori del sistema artistico. Per sconfiggere il presentismo (utilitaristico affaristico modaiolo) occorre un’ulteriore fase d’avanguardia, non un ritorno all’ordine passatista. Sgarbi nel suo discorso cita correttamente la Fontana di Duchamp, ma non altrettanto correttamente comprende che l’esito ultimo della pratica del ready-made è lo smascheramento dell’inconsistenza della categoria dell’arte. Dopo gli sputi di Marinetti all’Altare dell’Arte e dopo i ready-made di Duchamp, la categoria dell’Arte non può che crollare definitivamente. L’esito non può essere quello di dichiarare che qualsiasi cosa entri in un museo sia arte (esito che giustamente Sgarbi denuncia come grottesco), ma non è neppure quello di far finta che Duchamp non abbia smascherato la funzione sacra dell’arte (e del museo). L’esito finale è comprendere che nulla è arte, che l’arte non esiste se non quando si crea artificiosamente, utilitaristicamente e meschinamente la categoria “arte”.
Per superare le truffe dell’arte contemporanea abbiamo oggi bisogno solo di quella che chiamiamo “oltre-arte”, occorre dichiarare che l’arte tutta è una truffa, che non abbiamo più bisogno di un mondo in cui ci siano artisti e non artisti, ma di un mondo in cui ci siano semplicemente persone con determinate doti più o meno sviluppate. La differenza tra gli individui non è relativa alla loro natura di artisti o non artisti, e quindi alla loro capacità e volontà di entrare in quei canali che legittimano questa natura di “uomini speciali”. La differenza sta solo nel livello raggiunto da ciascuno in differenti campi espressivi: possiamo essere più o meno abili nel disegno, nella scrittura, nella composizione musicale, nell’oratoria, etc. E allora, perché utilizzare ancora la categoria “arte”? Forse per creare un’isola romanticamente felice e lontana dalla corruzione e dall’utilitarismo del mondo? Ciò sarebbe anche comprensibile in linea generale, ma quando questa isola diventa altrettanto corrotta dall’utilitarismo ha senso ancora che esista? E poi, perché creare un’isola? Non hanno tutti gli individui bisogno di allontanarsi dalla vile meschinità quotidiana? Una volta eliminata l’inutile categoria dell’Arte non ci sarà più nessuno che proverà la truffa con il fine di essere inserito in questa élite dell’umanità che gode del privilegio di veder pagate idee anche banalissime con cifre ultramilionarie.
Insomma, qui non è in ballo, come crede Sgarbi, la truffa dell’Arte Contemporanea. Qui è in ballo la truffa dell’Arte. E basta.
Antonio Saccoccio

Sgarbi di fronte allo stand di "Avanguardia 21 Edizioni" riceve la  T-shirt del  MAV "L'arte è una truffa"



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giovedì, aprile 12, 2012

Il FaceStrike: qualcosa in più di un sabotaggio di Facebook

È da poco più di una settimana che è stato lanciato il FaceStrike e tra tante domande, richieste, dubbi e perplessità è giusto ora chiarire le motivazioni e gli obiettivi dell’operazione.

Dove nasce il FaceStrike?

L’operazione è partita da Facebook perché è attualmente, almeno in Italia, il social network in cui più si rende necessario questo sabotaggio mediale. Ma già alcuni utenti lo stanno portando sui blog di wordpress e blogger, sulla piattaforma ning, sui forum, etc.

In cosa consiste?

Il FaceStrike consiste, generalmente, nel circolare all’interno delle comunità virtuali con un avatar che raffigura un altro utente, con lo scopo di generare disordine comunicativo, reazioni intellettuali ed emotive, etc. All’interno di questa indicazione generale, è possibile rintracciare un numero praticamente infinito di modulazioni differenti. Ci si può semplicemente accordare con un amico scambiandosi reciprocamente l’avatar e andare a infettare le bacheche dei profili amici. Si può rubare l’avatar ad un amico e continuare a postare come se nulla fosse cambiato. Si può rubarlo anche ad un profilo non direttamente nostro amico, ma soltanto amico di amici. Ci si può persino mettere d’accordo tra una decina di amici, “vestirsi” tutti con lo stesso avatar, e portare questa carnevalata monocromatica a spasso per il web. Ognuno può creare il proprio FaceStrike come meglio crede. Nessun FaceStrike è sbagliato, se si è compreso per quali motivi è nato e quali sono i suoi reali obiettivi.

Per quali motivi nasce?

Il FaceStrike nasce in seguito all’osservazione (e alla successiva critica) delle pratiche relazionali che si instaurano in generale nelle comunità online, e più in particolare in social network come Facebook. In questi luoghi di aggregazione virtuale l’importanza attribuita all’immagine appare generalmente predominante, fino a schiacciare qualsiasi altro aspetto. Così, social network come Facebook sembrano sempre più privi di spessore, schiacciati sulla monodimensionalità delle fotografie personali e dell’associazione della persona con una data immagine, e quindi con un avatar. Questo genera non solo una regressione notevole delle componenti verbale e sonora, ma più generalmente provoca l’incremento di tipiche relazioni “di facciata”, così vicine alle peggiori relazioni che si riscontrano abitualmente al di fuori del web e così lontane dal networking orizzontale e fuori dalle logiche di sistema. Gli adulti sono coloro che appaiono più corrotti anche in questo caso. È ormai frequentissimo trovare profili creati con il solo e unico scopo di stringere relazioni interessate con personaggi ritenuti importanti per la propria carriera. Si tratta del classico profilo con bacheca manageriale-pubblicitaria. Sì, perché Facebook è potenzialmente rivoluzionario, ma in mano a menti misere diventa una piccola e miserabile testata personale e personalistica, in cui mettersi in mostra costantemente intrattenendo relazioni di comodo con chi condivide la medesima miserabile impostazione mediale (e mentale). L’impostazione vetero-spettacolare di questi utenti non lascia loro neppure immaginare la potenzialità infinita che si annida nel Facebook inteso invece come succoso serbatoio per il networking creattivo (la seconda -t- è qui d’obbligo). Apparire sempre operosi, attivissimi, vincenti è lo scopo del profilo manageriale: una spettacolarizzazione forsennata della propria esistenza a cui neppure un Debord avrebbe mai pensato di poter assistere. Ecco allora la pratica del “mi piace” compulsivo appena si vede l’avatar utile ai nostri scopi che pubblica qualcosa: non serve neppure leggere cosa ha scritto, neppure di cosa generalmente ha scritto, che scatta il “mi piace” di facciata e pieno d’ossequio, come a dire “io ti leggo eh!”, “ci sono”, e soprattutto “ci sono sempre per te”.

Gli obiettivi del FaceStrike.

Di fronte a tutto questo, ecco il FaceStrike. Basta cambiare l’avatar per sabotare il sistema del “mi piace” facile. Modificare il reale accostamento tra l’utente e il suo avatar abituale causa innanzitutto un brusco rallentamento del “mi piace” compulsivo. Il motivo è semplice: la possibilità di sbagliarsi, e regalare quindi un “mi piace” di facciata ad un estraneo che ha rubato l’avatar di un amico “interessante” diventa, con la presenza del FaceStrike, altissima. E dopo esserci cascati un paio di volte, si è costretti a pensarci un po’ di più prima di cliccare. È importante provare concretamente almeno una volta per comprendere la portata di ciò che ho appena descritto. Sabotare l’indecoroso mercimonio dei commenti e dei “mi piace” compulsivi e interessati: questo è il primo obiettivo del FaceStrike.
Il secondo grande obiettivo è meno polemico, ma assai interessante a livello emozionale. Il FaceStrike ci costringe a considerare tutto ciò che ruota attorno alla nostra immagine e all’immagine altrui e che, travolti dall’inondazione fotografica quotidiana, rischiamo di non valutare mai neppure per un solo istante. Non è difficile così imbattersi in coloro che si dichiarano ansiosi, imbarazzati, angosciati dal veder circolare una propria fotografia come avatar di un altro profilo. Altri saranno persino incazzati perché gli avrete preso proprio la fotografia in cui “sono venuti male” (e di questa vanità maniacale nella scelta delle fotografie, ne vogliamo parlare? E la vogliamo finalmente un minimo ridicolizzare?). Non sarà difficile provare noi stessi un certo imbarazzo a portare in giro un volto che non è il nostro e affidare le nostre considerazioni (magari le nostre più intime) a quest’altra faccia, più o meno estranea, che per qualche ora, o settimana, sarà come la nostra. E i nostri pensieri che si adegueranno alla faccia scelta per quel giorno? Non ci credete? Eppure capita anche questo: di pubblicare un pensiero a cui non avevate mai posto la mente proprio perché quel giorno davvero vi siete calati nel vostro nuovo avatar, in quella faccia che a forza di fissarla sul monitor vi ha portato ad una riflessione che mai vi aveva sfiorato. Sì, perché se avete un aspetto fantastico e sempre fascinoso, credete che portare per una settimana una faccia brufolosa e sfigata vi attiri solo meno “mi piace”? Forse ci sarà meno movimento là fuori sulla vostra bacheca, ma qualcosa dentro di voi potrebbe muoversi parecchio.

Ancora una speranza per i giovani.

Una considerazione prima di concludere. Mentre gli adulti appaiono irrimediabilmente “adulterati” dalla logica vetero-spettacolare dell’interesse, dell’utile e della bella immagine da mostrare a tutti i costi, alcuni giovani sono al di fuori di queste logiche. Non è raro trovare infatti ragazze e ragazzi che praticano quasi un FaceStrike spontaneo, privo magari del rigore di questa nostra operazione organizzata, ma senz’altro segno dei tempi che cambiano. Ragazzi che intendono le pagine sul web non come piccole televisioni (o giornali) in miniatura, ma come occasioni per conoscere, comprendere, stringere legami, relazioni, alleanze, in un’ottica neotribale e antiutilitaristica, che è l’esatta negazione del vecchio opportunismo calcolatore di novecentesca memoria. Ecco allora che ridere della propria foto, clonarla, regalarla, vederla scippata e accostata alle più impensabili citazioni, potrà diventare un momento realmente eversivo e di possibile “messa in crisi” delle pessime tendenze in voga in larghe fasce delle comunità virtuali.

Antonio Saccoccio


* Il FaceStrike è stato ideato da tre movimenti oltre-artistici d'avanguardia (MAV Movimento per l'Arte Vaporizzata, Net.Futurismo, Movimento Arte Cervicale)

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sabato, febbraio 18, 2012

Fenomenologia della critica d'arte contemporanea

Abbiamo più volte detto che il nemico principale dell'avanguardia è sempre stato l'alleanza di comodo tra figure mediocrissime quali il critico e l'inutile artista passapresentista. Abbiamo inoltre più volte ribadito che questa è un'alleanza penosa, in quanto si tratta di individui incapaci che appoggiandosi gli uni agli altri credono in qualche modo di potersi accreditare. L'Artista è storicamente un ignorante della peggior specie, per di più generalmente anche stupido. Ma sa buttare quattro colori su una tela: quindi cerca di sfruttare al massimo questa sua pur parzialissima qualità. Per questo ha bisogno di qualcuno che sappia dar un qualche valore alle tele. E qui entra in gioco il critico/curatore, il quale è solitamente meno ignorante dell'Artista ma assai più furbo, anche se allo stesso modo sprovvisto di ingenium. Inoltre il critico si sente impotente perchè non solo non ha idee ma neppure quel minimo talento che ha l'artista nel creare immagini, e quindi per potersi legittimare decide di sostenere un artista che sappia fare concretamente qualcosa. Nell'alleanza tra deboli (e nell'alleanza in generale) non ci sarebbe nulla di male. Il problema è che qui si tratta di un'alleanza mediocrista, un'alleanza tra inutili mediocrità che ha l'obiettivo di contrastare le forze vive e vitali rappresentate dagli individui creatori che intendono immensificare la propria e altrui sensibilità. E questo non possiamo permetterlo. Che cosa fa oggi la cricca costituita da critico-curatore-artista? Cerca di conquistare la massima visibilità in modo da sviluppare un possibile mercato per quell'immondizia costituita da opere insignificanti (dell'artista) e parole nullasignificanti (del critico/curatore). Come ha spiegato il critico (ma anche, ad ulteriore conferma di quanto sosteniamo, affermato artista) Vitaldo Conte nel suo recente volume Pulsional Gender Art (Avanguardia 21 Edizioni), il critico o il curatore ha il compito di "ufficializzare a pagamento un artista, utilizzando un cripto-linguaggio". In realtà se si leggono pagine scritte da critici d'arte appare con ogni evidenza che per fare il critico basta scrivere male e non avere idee (altra questione sono i critici letterari, che ugualmente sono a corto di idee e si occupano spesso di questioni insignificanti, ma almeno conoscono la lingua italiana!). Questo è il cripto-linguaggio citato da Conte: un linguaggio oscuro perchè dietro le parole non c'è alcuna idea, quindi il linguaggio ha il compito di occultare la miseria del messaggio.
Tra i compiti dell'artista d'avanguardia, che oggi per noi corrisponde con l'oltre-artista totale, c'è ovviamente quello di demolire la mortifera alleanza critico-artista. In quale modo? Semplicemente portando a completo sviluppo il modus operandi della coppia Boccioni-Marinetti, che già al loro tempo riunivano nella loro azione avanguardista la figura del critico, del teorico e dell'artista. Inutile sottolineare che per tutto il Novecento tutti gli artisti significativi hanno sempre unito l'aspetto critico-teorico e quello creativo (che poi sono dissociati solo nelle povere menti dei critici e degli artisti passatisti). L'artista d'avanguardia, non essendo un cialtrone come gli altri che si dichiarano Artisti, non ha mai bisogno di chi (il critico) debba inventarsi esilaranti giri di parole per legittimare la più palese inconsistenza creativa.
E' tutto molto chiaro, quindi, se si dispone di chiavi di lettura adeguate. Critici d'arte e artisti, sostendo reciprocamente la propria inconsistenza, hanno appestato la contemporaneità riempiendo i media di massa di cialtroneria e paccottiglia verbo-visuale. Togliamo loro il giocattolo, anche perchè attorno a quel giocattolo ruotano ormai interessi milionari. Siamo in crisi finanziaria? Iniziamo a togliere finanziamenti pubblici a inutili e faraoniche esposizioni avallate da mediocri critici e curatori d'arte! Giriamo i soldi risparmiati per sostenere i giovani talenti, che sono tanti e hanno il cervello per pensare da soli, senza protesi critiche o curatoriali!








Antonio Saccoccio

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sabato, dicembre 31, 2011

I giovani non sono coglioni! Manifesto per la rivolta delle future generazioni.

I GIOVANI NON SONO COGLIONI!

MANIFESTO PER LA RIVOLTA DELLE FUTURE GENERAZIONI


I giovani non sono imbecilli. I giovani non sono incapaci. I giovani non sono ignoranti. I giovani non sono fannulloni. I giovani non sono meschini. Ma soprattutto i giovani non sono coglioni. Non sono coglioni che sopporteranno ancora in silenzio le vessazioni e le umiliazioni a cui sono quotidianamente sottoposti.
Troppo abbiamo subito e troppo abbiamo sofferto in silenzio. Troppe volte abbiamo abbassato lo sguardo e chinato il capo. Troppo a lungo abbiamo vissuto sopportando e ancora sopportando.
E per questo motivo il presente manifesto è solo dei giovani, per i giovani e con i giovani.

È l’ora di ripensare le distanze, di smascherare le falsificazioni, di igienizzare le relazioni. È il momento di non aver paura di invocare persino un salutare scontro generazionale.
Il mondo così com’è è ammorbato da una militarizzazione e gerarchizzazione stomachevole. E sotto accusa per una volta non ci sono i giovani, che la retorica convenzionale continua a dipingere senza alcuna qualità. Sotto accusa ci sono gli adulti, protagonisti di un incessante e indecoroso arroccamento in difesa dei loro privilegi. Il compito degli adulti - di quegli adulti adulterati che, per comodità, imposizione o insufficienza critica, sponsorizzano l’attuale “sistema di vita” - sembra essere quello di fare in modo che questo sistema non cambi mai. E affinchè nulla cambi il primo bersaglio da colpire e annientare sono i giovani, soprattutto quelli dotati di energie, passioni, entusiasmo e vitalità.
In questa Italia, poi, essere giovani è diventato un vero handicap: giovane è ormai sinonimo di inesperto, incapace, dilettante, anzi dilattante! Sì, dilattante. Perché per il senso comune più si è vicini al periodo in cui si prendeva il latte dalla mamma, più si è incapaci!
È abitudine consolidata - vigliacchissima e imbecillissima - quella di considerare i giovani degli “adulti minorati”. Visto che nel mondo passatista e presentista il potere sociale raggiunto viene ritenuto il valore fondamentale, l’adulto, detentore di tale potere, vede il giovane che ne è sprovvisto come mancante dell’elemento valoriale principale. Per questo motivo egli si ritiene in diritto di trattare il giovane come un minus habens. Non stiamo parlando di astrazioni. Vediamo come funzionano le relazioni giovani-adulti con qualche esempio concreto. Se ci si presenta in qualsiasi contesto, da quello più informale a quello più ufficiale, e si ha la sfortuna di essere giovani, si è trattati inevitabilmente con arroganza e supponenza. Comunque sempre dall’alto in basso. Entriamo in un bar o in un qualunque esercizio commerciale: un adulto sarà trattato inevitabilmente con maggiore educazione e rispetto di un adolescente. Andiamo a pagare un conto corrente alla posta: per i ragazzini a stento un saluto. Ciò che stupisce è che salendo nelle gerarchie del potere l’essere giovani diventa addirittura una menomazione. Un giovane che vuole fare politica? “Troppo giovane, non ha esperienza”. Ma ha idee e passione. “Idee e passione non portano voti. Deve fare prima la gavetta”. Un medico giovane? “Non ha neppure trent’anni, dove vuole andare!”. Ma è aggiornatissimo rispetto a colleghi più anziani che non lo sono! “Questo non conta niente, è sempre un pivellino”. Il culmine di questo paternalismo mediocrista si raggiunge negli ambienti artistici, letterari, accademici. Qui se si è giovani si è guardati come poveri mentecatti alla disperata ricerca di un posto al sole. Quelli sono ambienti in cui entrano solo i grandi saggi, e si sa che la saggezza non è il punto forte dei giovani! Ad un giovane di 25 anni, ricchissimo di idee, entusiasmo e visioni per il futuro, sarà indubbiamente preferito un adulto adulterato di 50 (ricco di tutti quei titoli ed esperienze che l’hanno ridotto ad un vecchio prima del dovuto!). Non è raro, quindi, in questi ambienti sentir definire “giovani studiosi” uomini di 40-45 anni! Come non è raro trovare giovani costretti ad aumentarsi gli anni per vedere aumentata proporzionalmente la propria credibilità. C’è chi giunge persino a farsi crescere una folta barba per darsi un’aria più vissuta e quindi più rispettabile!

Ora, dal nostro punto di vista (che è quello dell’avanguardia e quindi della vita), i giovani sono invece l’unica speranza per poter ancora immaginare un mondo differente.
I giovani non sono ancora spenti e devitalizzati come lo è la maggioranza degli adulti.
I giovani non sono tutti meschini, calcolatori e interessati come lo è la maggioranza degli adulti.
Gli adulti sono adulterati dal sistema di compromessi e calcoli, meschinità e interessi a cui hanno ceduto. Non c’è giorno in cui l’adulto non chini il capo di fronte a prepotenze, non lecchi il sedere al potente di turno, non rifugga da scomode prese di posizione. L’adulto ha compreso che il sistema attuale premia il servilismo e rifiuta ogni entusiasmo disinteressato. L’adulto vive da mezzo morto, poiché ha eliminato, più o meno consapevolmente, tutti gli impulsi autenticamente passionali dalla propria vita. Nel suo mondo non sembra esserci più spazio per il coraggio e per il rischio di un fischio.
I giovani sono al contrario portatori di autentica vitalità. E cosa fa l’adulto quando è a contatto con i giovani? Cerca costantemente di privarli della loro esuberanza. Ogni passione è dipinta come pericolosa, ogni istinto di ribellione è sedato o represso con rimproveri, castighi e punizioni, ogni legittima aspirazione visionaria è stroncata sul nascere. “Sei un sognatore! Questo tuo obiettivo è velleitario! Torna con i piedi per terra!”: eccoli i mortiferi mediocrismi e moralismi a cui siamo stati abituati. Tutto sempre in nome di un’adesione a quel modello dell’uomo triste, serioso e laborioso, avvilito, calcolatore, abbattuto e allineato che dovrebbe costituire il naturale approdo alla “fase adulta” della nostra esistenza! Ma tenetevelo per voi questo modello! Nessuno ci ha mai messo al mondo per farci vivere come voi! Il vostro sistema di vita ci fa schifo!

Sin da bambini siamo aggrediti dall’adulta adulterazione. Uno dei passi fondamentali è costituito dal sistema educativo, che dall’asilo all’università, passo dopo passo, inocula nelle giovani leve il germe dell’adulterazione. In questi ambienti il giovane sa di dover apprendere ciò che si fa e ciò che non si fa, ciò che serve e ciò che non serve, cioè che è giusto e ciò che è sbagliato. Ebbene, in questi ambienti il giovane impara che tutto ciò che è desiderio, tutto ciò che è passione, tutto ciò che è emozione, sogno e visione, scherzo e gioco, tutto questo è negativo, tutto questo è da evitarsi come la peste, tutto questo è punibile, indecoroso e pericoloso. E cosa è invece encomiabile? Cosa dà diritto al premio? Il rispetto delle norme, il calcolo, l’utile, l’obbedienza, il rigore, la serietà, la disciplina. A scuola, per riassumere tutto questo retrivo armamentario, si usa di frequente un termine demenziale: “scolarizzazione”. Che per noi uomini e donne d’avanguardia sta a significare: rendere innocue le sane passioni giovanili, metterle fuorilegge ed educare al servilismo; per i passatisti e i presentisti si tratta invece di una sintesi mirabolante di rispetto, ubbidienza, ordine e disciplina. Che si apprenda a rispettare le regole utilitaristiche del mondo sfatto in cui sono immersi loro! Ecco cosa vogliono!
E usciti fuori dai contesti educativi? Nulla di troppo differente nel cosiddetto tempo libero. Si continua con le “attività militarizzate d’evasione”: sport, musica, danza, etc. Grevi istruttori di calcio e soffocanti docenti di danza: perfetti per gestire dei lager! Maestrini e maestrine di musica dalla bacchetta facile: ottimi in una teca dell’Ottocento!
Passano gli anni, e così il giovane, giunto all’età adulta, è ormai totalmente inoffensivo. Privato degli impulsi più vitali e generosi, non gli resterà che sviluppare al meglio la sua parte razionale e intellettuale (l’unica che gli adulti hanno da sempre incoraggiato e premiato). E sarà - si badi bene - una razionalità al servizio dell’utilitarismo più bieco. Quell’adulto saprà quindi gestire al meglio i suoi risparmi, ma difficilmente avrà un buon amico. Riuscirà a pagare meno tasse, ma si sposerà con la donna che detesta. Saprà fare carriera nel migliore dei modi, ma avrà bisogno di un animatore per divertirsi e svagarsi. Saprà scappare di fronte al pericolo, ma non rischierà mai nulla per aiutare chi è in difficoltà. Saprà bene come obbedire a chi ha più potere di lui, ma non saprà ribellarsi in alcun modo alle sue prepotenze.

Fino a qualche tempo fa i giovani non potevano dare spazio alle loro passioni perché dovevano quasi tutti impegnarsi precocemente nel lavoro. Oggi che potrebbero essere liberi di esprimersi pienamente, a privarli dei loro entusiasmi ci pensano la scuola e il doposcuola militarizzato.
Ma oggi i giovani hanno anche la possibilità di approcciarsi al mondo in ambienti antigerarchici e non militarizzati, in cui la libertà espressiva può essere totale. Ed ecco così la nascita di vitalistici fermenti neotribali, che maturano in aggregazioni e relazioni digitali per poi divenire acquisizione stabile nel vissuto quotidiano. È qui che si sta prospettando il risveglio dell’anima passionale e pulsionale dei giovani. Tutto ciò causerà presto un’ondata di generosa e appassionata vitalità, che colpirà al cuore l’arroganza e l’utilitarismo degli adulti. Non è un caso che i grandi saggi adulterati temano le aggregazioni anti-gerarchiche digitali: lì si sta consumando la morte dei loro secolari privilegi!
Il mio invito ai giovani è quindi il seguente: non abbiate alcun timore di difendervi dalle prepotenze adulterate di chi ha qualche anno in più di voi, anzi attaccate e demolite con ogni mezzo a vostra disposizione quel mondo che - io lo vedo bene! - non vi piace affatto.
E questo invito è esteso anche a tutti gli adulti - e ce ne sono! - che hanno respinto l’adulterazione e sono disposti a difendere i giovani dalla costante aggressione a cui sono sottoposti dalle mortifere forze della conservazione.
È necessario salvaguardare e alimentare l’entusiasmo giovanile. La militarizzazione e la castrazione emotiva dei giovani sono uno scempio di cui siamo più o meno tutti responsabili e di cui non ci vergogneremo mai abbastanza.
Gli adulti adulterati non abbandoneranno mai le posizioni di privilegio servilmente conseguite. Hanno superato la settima decade, anche l’ottava!, eppure non concedono spazio alcuno all’entusiasmo e all’intelligenza giovanile!
Che gli adulti non adulterati si trasformino quindi in eccitatori dei giovani!
Che i giovani si prendano il futuro a cui hanno diritto! E lo facciano armati di coraggio e con il sorriso sulla bocca!
Basta con i mediocrismi spacciati per buoni e saggi consigli! I malinconici pompieri si facciano da parte! Largo, ancora una volta, agli allegri, determinati, strafottenti e giocosi incendiari!

I giovani non sono coglioni!


31 dicembre 2011

Antonio Saccoccio

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venerdì, settembre 30, 2011

Postmoderno? New Realism? Serve una terza avanguardia.

Il dibattito sul postmoderno ha avuto l’ennesimo ritorno d’interesse nelle ultime settimane, suscitando la solita selva di opinioni contrapposte. La contrapposizione più netta (almeno apparentemente) è stata quella tra Gianni Vattimo, storico sostenitore del pensiero debole, e Maurizio Ferraris, recente ideatore del “Manifesto del New Realism”. Poiché ho scritto e discusso più volte di postmodernità, agganciandomi anche ad altre questioni che ritengo ugualmente centrali, mi prendo ora la briga di entrare direttamente in questo dibattito. Leggendo lo scambio di battute tra Ferraris e Vattimo la prima impressione è quella che non ci sia nulla di così nuovo di cui parlare: siamo ancora fermi a discutere sulla nota affermazione di Nietzsche: “Non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni”. Da ciò che si può leggere Ferraris sembra in difficoltà nel dare concretezza alla sua nuova proposta. Il “new realism” (già la pochezza della scelta terminologica dovrebbe inquietarci) sembra ancora un’idea piuttosto nebulosa. Il problema nasce tutto da un sillogismo frettoloso da lui avanzato: noi viviamo in un’epoca pervasa dallo spirito postmoderno, l’epoca in cui viviamo è terrificante, quindi il postmodernismo è terrificante. In particolare il “populismo mediatico” è il terribile male che Ferraris attribuisce al postmodernismo. Ha ben ragione Vattimo a rispondergli che non c’è alcuna connessione tra postmoderno e populismo. Ferraris, magari per fomentare l’opinione pubblica, indica in Bush e Berlusconi le figure in cui detto populismo mediatico si è incarnato al meglio. Ora, a parte il fatto che il populismo mediatico non mi sembra l’unico dei problemi attuali, a parte il fatto che se si citano Bush e Berlusconi si devono citare pure Obama e Grillo e molti altri che di populismo mediatico sono espressione e interpreti accreditati, il problema sta tutto in quel legame tra populismo mediatico e postmoderno che Ferraris dà per scontato. Siamo così sicuri che pensiero debole e postmoderno generino automaticamente il populismo? Le cose stanno diversamente. Come ho affermato nel manifesto “Presentismo: ultima deriva dell’uomo contemporaneo” l’accusa non andrebbe genericamente rivolta al postmoderno, ma ad una certa interpretazione (anche qui interpretazioni) leggera del postmoderno stesso, interpretazione che ho definito con il termine “presentismo”, o altre volte “pensiero molle”. Secondo questa particolare visione del mondo (il presentismo appunto) non solo nel mondo non c’è una verità, ma le interpretazioni sono inutili, perchè tutto si equivale e non vale la pena neppure provare a cercarla la verità. Mentre quindi i migliori spunti della neoermeneutica possono condurre ad un mondo in cui il proliferare delle interpretazioni creano quella vitalissima ricchezza di punti di vista e visioni del mondo che unicamente può permettere al singolo individuo di liberare se stesso e incontrare serenamente l’altro, questo “pensiero molle” presentista conduce direttamente ad una penosa palude in cui tutto giace indistinto e privo di qualsiasi spinta vitale.

Si dovrà comunque ammettere che, se tutto ciò è accaduto, il pensiero debole e il postmoderno portavano (e portano) con sé il rischio di queste derive annacquate. L’errore però sta nell’attribuire frettolosamente tutto ciò all’intero pensiero postmoderno. La neoermeneutica e il postmoderno non sono teorizzazioni sballate, ma contengono al loro interno due errori fatali che occorre esaminare.

Innanzitutto neoermeneutica e postmoderno non potevano realizzarsi pienamente nel momento in cui sono stati teorizzati. Parliamo pure di Berlusconi, ma con cognizione e senza facilonerie (sono semplici interpretazioni anche queste). Abbiamo un uomo che fa parte di un’epoca in fase di estinzione, l’epoca televisiva; la telecrazia è un fenomeno degli anni Ottanta (e infatti in contesti simili bisognerebbe citare Reagan, non Bush), ed è legata ad un mondo in cui la televisione è il medium dominante. Non è un caso che il fascino di Berlusconi sia andato riducendosi, passando dalla brillantezza contagiosa del ’94 alla stanchezza deprimente degli ultimi anni. Non si tratta solo di un logorio fisico dovuto al naturale invecchiamento, è un segno evidente del fatto che Berlusconi è in fase declinante perché è declinante il paradigma telecratico a cui si è da sempre appoggiato. Qualcosa di nuovo sta emergendo. E non è il “New Realism”, ma una nuova fase dell’avanguardia artistica e socio-culturale, è la terza avanguardia. Le proposte del secondo Novecento di cui stiamo discutendo (e qui mi riferisco in particolare alla neoermeneutica e in parte anche al pensiero debole) non hanno fallito, ma sono state avanzate con troppa fretta da alcune avanguardie di pensiero, che hanno fatto i conti soltanto a tavolino, senza considerare la realtà con cui si sarebbero scontrati. L’errore è stato teorizzare tutto questo senza comprendere che non c’erano ancora le condizioni storiche perché tutto questo potesse trasformarsi in realtà. Questo è il rischio delle “avanguardie filosofiche” (mi sia concesso il quasi ossimoro), proposte da chi è capace di grandi salti in avanti di pensiero, ma perde troppo spesso il contatto sensoriale con il mondo reale e quindi finisce per il proporre qualcosa che in teoria potrebbe funzionare, ma in realtà si rivela fallimentare. Occorre il pensiero, ma è altrettanto fondamentale mettere alla prova la nostra sensibilità. Perché nel secondo Novecento la neoermeneutica e il pensiero debole non hanno vinto, ma hanno contribuito a generare il presentismo e il pensiero molle? La risposta sta nel mondo in cui vivevamo: fino a dieci anni fa il populismo mediatico che denuncia Ferraris si è potuto imporre perché i media dominanti erano televisione, stampa e radio (e non dimentichiamo il cinema). Mai un uso tanto massiccio di media di massa si era abbattutto sulla popolazione occidentale. La questione decisiva è che questi media, che generano e riproducono costantemente non solo il populismo politico ma anche tutto il pensiero dominante, sono tutti media che trasmettono in modo monodirezionale. Media, quindi, che non possono aiutare quella pluralità di punti di vista e interpretazioni che resta il punto forte del pensiero debole. Solo oggi, nel momento in cui i media di massa cedono gradualmente il passo (pur tra mille difficoltà, rischi e contraddizioni) ai media interattivi e partecipativi, le migliori intuizioni del postmoderno e della neoermeneutica possono realizzarsi.

Il secondo errore di cui postmoderno e il pensiero debole si sono resi responsabili è stata la negazione della possibilità della contrapposizione e quindi del superamento. Questo appiattirsi sulla dimensione del recupero e del riciclo è stata in parte una grande e positiva novità, ma alla lunga ha generato anch’essa un impaludamento. Nella condizione in cui siamo, le migliori intuzioni del postmoderno e del pensiero debole possono essere salvate – è questo il più grande paradosso – soltanto se una fase di avanguardia, appoggiandosi e prendendo a modello il paradigma che si è sviluppato a partire dalla rete globale, darà la spallata decisiva al mondo dominato dal sapere tipografico e televisivo, saperi gerarchici trasmessi senza una diffusa possibilità di confutazione e quindi negando la dimensione fondamentale della pluralità. Il problema dell’auctoritas resta sempre fondamentale, come ben vede Vattimo. La posizione di Ferraris sembra davvero una posizione di retroguardia, tesa al ripristino di un sapere controllato, anche se non ci capisce bene da chi.

Il postmoderno, ad indagarlo a fondo, può considerarsi come un ultimo risultato delle avanguardie novecentesche, che per prime posero sotto assedio il paradigma monolitico e accademico che rinchiudeva l’individuo in una serie di saperi tramandati da secoli, ma ormai, nell’era dell’elettricità e della comunicazione continua, completamente anacronistici. L’attacco del Futurismo alle accademie, alle biblioteche, al professoralismo, la sfida Dada all’Arte stessa, l’assalto del Situazionismo a tutte le strutture di potere: tutto questo doveva sfociare nella neoermeneutica e nel pensiero debole. E invece, per una serie di circostanze probabilmente non aggirabili, siamo piombati tra presentismo e pensiero molle. Il postmoderno, a dirla tutta, ha commesso il grande errore di negare tutto quello spirito di contestazione avanguardistico e radicale da cui era nato, e negando l’avanguardia e l’idea di superamento si è condannata al presentismo e all’impaludamento.

In ultima analisi, Ferraris non ha davvero nessuna possibilità di combinare qualcosa di buono con il suo “New Realism”, perché sta andando nella direzione della restaurazione, mentre occorre portare a compimento il superamento intrapreso già da un secolo. Oltrepassare l’esperienza postmoderna può essere possibile solo se ci rendiamo conto che l’avanguardia è una condizione indispensabile in un mondo che si trasforma tanto rapidamente. Se ci fermeremo a riflettere su questi aspetti, ci renderemo conto che il miglior postmoderno non è altro che una fase timida e indecisa di quell’avanguardia costante che ci tiene vigili, vivi e vitali da un secolo almeno.

Antonio Saccoccio

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lunedì, agosto 15, 2011

Lo stato dell'arte: dall'individualismo di massa alla retealtà

In anticipo di diversi anni su tendenze che oggi iniziano a manifestarsi più concretamente, il Net.Futurismo ha individuato nella rete (net) il nuovo paradigma in grado di produrre un assetto radicalmente differente nei campi più diversificati. Abbiamo più volte messo in luce che la gestione cooperativa di studi, ricerche e azioni critico-creative può soprattutto fornire (e già sta fornendo) il modello per una rivoluzione senza precedenti nel campo del sapere e del potere.
Volendo schematizzare, ad oggi abbiamo due modelli operanti. Il primo può ridursi alla formula "individualismo di massa" ed è stato assolutamente vincente nel tardo Novecento, e vede gli individui comportarsi come un'unica massa, privati della loro autonomia nella rincorsa egoistica e utilitaristica al soddisfacimento degli stessi bisogni indotti (perchè ognuno è chiuso nel proprio ristretto mondo alla ricerca del proprio meschino interesse). Il secondo modello, emergente soltanto in questi primi due decenni del nuovo secolo, è ben definito dalla nostra formula "retealtà", e vede individui progressivamente sempre più liberi dai bisogni di massa che si aggregano, spinti dalla condivisione di idee o obiettivi simili, in piccoli gruppi e network.
Questi due modelli sono, come si vede, l'uno agli antipodi dell'altro. Il primo è un modello isolante, il secondo è aggregante. Nel primo prevalgono massificazione, competizione, utilitarismo; nel secondo differenziazione, cooperazione, idealismo. Il primo è un modello verticistico e conduce alla globalizzazione omologante, il secondo è un modello orizzontale e conduce alla globalizzazione demassificante.
Se limitiamo il campo di indagine all'arte, nell'ultimo stadio che abbiamo chiamato dell'arte presentista (diffuso ovunque nel secondo Novecento, ma che permane ancora oggi in tante frange socio-culturali attardate) abbiamo tanti individui che rincorrono quello che viene loro dipinto come il "successo professionale" integrandosi in qualche modo nel grottesco sistema dell'arte. L'individuo con le sue personali aspirazioni viene in questo modo azzerato per poter aderire al modello dominante e agli obiettivi che quel modello prevede.
Nel nuovo paradigma dell'oltre-arte, abbiamo al contrario tanti individui che condividono esperienze creative cooperando e nel farlo ognuno mette in comune le proprie capacità, sensibilità, intuizioni, idee.
Nello stadio presentista gli attori del teatrino dell'arte sottostanno al sistema dominante replicando i modelli che lo stesso sistema impone loro. Nel nuovo stadio dell'oltre-arte ognuno è in grado di percepire liberamente ciò che desidera e di conseguenza ciò che occorre per produrre progetti significativi.
Nello stadio presentista tutti sono massa, tutti hanno gli stessi identici interessi e obiettivi, quindi tutti sono nemici. Al massimo qualcuno è un alleato, ma un alleato di comodo, meschino e interessato.
Nello stadio oltre-artistico ognuno può cooperare tranquillamente con chiunque altro, perchè gli obiettivi non sono automaticamente imposti dall'alto, ma sono il frutto di desideri autentici del singolo. L'alleato è un amico vero, perchè è un altro che condivide sinceramente le nostre stesse passioni.
Ma scendiamo sul concreto con qualche esempio. Vi siete mai imbattuti in una di quelle fiere campionarie dell'imbecillità che sono le esposizioni collettive? Avete mai visto l'Artista che sta lì a difendere i pochi centimentri destinati alla sua Opera e la guarda tutto inorgoglito, fiero, pieno di sè? Le avete mai viste queste Opere che non rappresentano che il Vuoto Cosmico delle menti che le hanno partorite? E avete mai sentito poi parlare questi poveri teatranti? A dire il vero di solito non è neppure previsto che prendano la parola, perchè la difesa della miseria di tali Capolavori spetta al capocomico: il critico!
Ecco, lo stadio terminale dell'arte presentista è rappresentato da queste mostre collettive. E il top si raggiunge nei cosiddetti Vernissage, apoteosi della vanità e della cretineria passapresentista. Venti, trenta Artisti ammassati gli uni al fianco degli altri senza nessuna ragione se non quella di guadagnarsi un minuto e qualche metro di notorietà. Ultimo stadio del vecchio sistema dell'arte, le esposizioni collettive rappresentano il punto di miseria massima del sistema dell'arte tradizionale. Sono lo stadio terminale, perchè portano alle estreme conseguenze quanto di peggio ha prodotto una categoria (quella dell'artista) privata ormai di ogni reale motivazione ad esistere: un concentrato di mediocrità, vanità e narcisismo che davvero difficilmente si ritrovano in altri campi. Si sta accanto per convenienza, perchè se si è in tanti si possono nascondere meglio le mancanze dei singoli. Magari perchè la mostra non sarà vuota come merita, poichè proprio i tanti artisti (e i parenti-amici, di comodo ancora una volta) riempiranno la sala. Ma tutto è stanco, noioso, apatico, avvilente e avvilito.
Prendiamo ora l'arte quando si organizza in rete, in network. Singoli individui che desiderano entrare in contatto con altri per condividere esperienze e idee, iniziano a incontrarsi e a collaborare sulla base di reali interessi condivisi e reali obiettivi da raggiungere. Nascono così opere e azioni collettive, in cui varie sensibilità si aggregano per produrre qualcosa insieme. Tutto è vivissimo, frenetico, entusiasmante, appassionato e appassionante. Tutto il mondo dell'arte così come concepito nel sistema passa-presentista crolla. Siamo allo stadio della retealtà, dell'intelligenza moltiplicata, dell'oltre-arte, dell'uomo a mille dimensioni. Tutto insieme il vecchio paradigma viene rovesciato, senza possibilità di ritorni all'ordine. L'Artista-burattino di massa scompare ed emerge un individuo attivo capace di creare pensiero, avanzare critiche e proposte, mettere in crisi lo status quo. Proprio come è sempre accaduto all'arte nei grandi movimenti d'avanguardia, dal Futurismo al Situazionismo. Ma stavolta il processo non coinvolgerà più centinaia di individui, ma milioni. E' chiaro che ci vorrà del tempo perchè questo nuovo modello si diffonda ovunque. Ancora oggi è largamente maggioritario il sistema passatista e presentista, per il solito motivo che chi batte il sentiero già battuto ha la sicurezza di un cammino più comodo. Le istituzioni dominanti difenderanno ancora per qualche anno ciò che è morto, nel tentativo di evitare la vittoria della retealtà, che significherà il tramonto di quelle istituzioni. Ma intanto la retealtà e l'oltrearte si diffonderanno viralmente negli spazi non istituzionali, tutti gli individui saranno alla fine permeati dalla nuova sensibilità neotribale. La vittoria completa è solo rimandata. C'è da dire anche che residui passa-presentisti sono evidentemente presenti in chiunque, anche in noi avanguardisti. Per chi come noi prende parte allo scontro in prima linea, ora occorre soltanto cercare di estendere il più possibile gli spazi dell'oltrearte e combattere in ogni modo i residui artistici tradizionali. Senza mai dimenticarsi di ridere prospetticamente.

Antonio Saccoccio




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sabato, marzo 05, 2011

Servi. Ma in nome della libertà. Qualche annotazione politicamente scorretta

Tutti parlano di libertà. Non c'è idea più sbandierata. Non c'è termine più abusato. Ma per parlare di libertà bisogna essere credibili. Sono forse credibili i politici e i partiti politici? Negli ultimi decenni in Italia siamo stati inondati di partiti e aggregazioni partitiche che hanno richiamato l'idea di libertà. Sin dal nome. Polo delle Libertà. Casa delle Libertà. Sinistra e Libertà. Futuro e Libertà. Sinistra Ecologia e Libertà. A sentire questi nostri politici dovremmo vivere in un Paese che trasuda e gronda libertà da tutti i pori. Tutti lottano per la libertà! In realtà destra e sinistra sono come sempre unitissime nella chiacchiera avvilente, litigando su quale debba essere la prossima privazione di libertà, ma sempre in nome della libertà! Eppure c'è una differenza sostanziale ormai tra l'uso che viene fatto del termine "libertà" e la concretissima libertà che noi tutti non abbiamo. Chi davvero - come il sottoscritto - ama istintivamente e profondamente essere e sentirsi libero, non può che sentirsi preso per i fondelli da dichiarazioni continue così profondamente tradite. Coloro che ci governano (o coloro che si oppongono ai governanti) sono servi dentro, quindi hanno una concezione assolutamente servile della libertà: lottano per spostare i limiti della servitù, ma a loro non viene neppure in mente di essere dei servi. Pensano di essere liberi! La loro libertà è non avere Hitler o Stalin sul capo!
La realtà è che la nostra società occidentale è libera solo se la si paragona alle dittature. Certo, abbiamo qualche garanzia sulle libertà di stampa, di opinione, ma sono libertà davvero minime. La realtà è che gli individui che oggi conservano ancora un animo libero (pochi purtroppo) si sentono gravare addosso costantemente la cappa voluta da chi vuole regolamentare, controllare, valutare, giudicare, punire. Non ci può essere libertà in un Paese, in un mondo strutturato su istituzioni che regolamentano e controllano ogni nostro passo. Dalla culla alla bara. Istituzioni gerarchiche strutturate su ben definiti rapporti di potere. Con la naturale conseguenza che chi ha più potere tende quotidianamente a limitare le libertà di chi ne ha meno. Tutto è profondamente contrario alla vera e pura libertà. Da quando nasciamo siamo ingabbiati in regolamenti che stritolano la nostra natura. Iniziano i genitori con le maniacali inutili restrizioni e proibizioni in tenera età ("questo non si fa", "questo non si dice"). Contemporaneamente agisce l'asilo, con maestre e maestri che soffocano ogni residua velleità con regole e regolette risibili. Poi arriva la decisiva castrazione: il lunghissimo tediosissimo percorso scolastico, in cui apprendiamo, tra le altre cose, che sopra di noi c'è sempre la grande madre Legge, che ci dice con amore ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare. Spenta ogni fiammella vitale, ecco il meritato approdo: lavorare duramente per più di metà della nostra vita. Tutto per poi giungere a goderci finalmente qualche brandello di libertà: da vecchi!
A noi avanguardisti spetta il compito di mettere in discussione nel modo più radicale possibile tutto l'impianto castrante delle istituzioni e dei regolamenti statali, delle norme e delle convenzioni sociali.
I politici hanno il compito di racimolare quattro voti sulla base della totale inconsapevolezza e ignoranza. Ignoriamoli. Sono patetici servi che parlano di libertà.

Antonio Saccoccio

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domenica, gennaio 09, 2011

anarchia e avanguardia: da Marinetti a Sanguineti

Il messaggio principale delle avanguardie consiste indubbiamente nel rifiuto delle idee e consuetudini ereditate dalla tradizione, giudicate incapaci di sostenere e leggere ormai la realtà contemporanea. L'avanguardista percepisce le norme, le regole e le convenzioni sociali come una gabbia insopportabile e prova in ogni modo a demolirle, introducendo elementi di disordine. E' stato così per il Futurismo, è stato così per il Dada, è stato così per il Situazionismo. Evidentemente ciò ha posto e pone costantemente le avanguardie in sintonia con l'anarchia e il pensiero anarchico.
Tra gli svariati spunti che offre un testo denso come Al di là del comunismo, Filippo Tommaso Marinetti scrisse: "L'umanità cammina verso l'individualismo anarchico, meta e sogno di ogni spirito forte"; e poco dopo: "Odiamo la caserma militarista quanto la caserma comunista. Il genio anarchico deride e spacca il carcere comunista".
La caserma e il comunismo sono gli emblemi della vita burocratizzata, che possono solo soffocare il prorompere delle forze vitali che animano gli individui.
Marinetti, nel 1920, vede nell'individualismo anarchico il destino dell'umanità.
"Non soltanto siamo più rivoluzionari di voi, socialisti ufficiali, ma siamo al di là della vostra rivoluzione. Al vostro immenso sistema di ventri comunicanti e livellati, al vostro tedioso refettorio tesserato, noi opponiamo il nostro meraviglioso paradiso anarchico di libertà assoluta arte genialità progresso eroismo fantasia entusiasmo gaiezza varietà novità velocità record".
Gli spunti anarchici sono frequenti, quindi, non solo in alcuni futuristi, ma anche nello stesso Marinetti. D'altra parte, già nel primo manifesto, non è forse anarchico "il gesto distruttore dei libertari"? E non è ancora più anarchico (e pienamente rivoluzionario) far precedere questa affermazione libertaria dalla glorificazione del patriottismo? Lo spirito scompaginatore, puramente anarchico, è proprio quello che vuole scombinare costantemente le idee più acquisite e date per buone. Gli uomini politici non potevano allora comprendere (e a volte non comprendono neppure ora) la novità assoluta di quell'accostamento. Tant'è che lo stesso FTM tornò più volte sull'argomento. Ad esempio in Democrazia Futurista, nell'illuminante paragrafo intitolato Vecchie idee a braccetto da separare:
"Il regno di questi luoghi comuni legati assurdamente insieme per l'eternità ha fatto sì che una delle frasi del primo manifesto futurista pubblicato 11 anni fa, la quale glorifica insieme il patriottismo e il gesto distruttore dei libertari, sembrò alle mentalità politiche una pazzia o un puro scherzo.
Tutti trovavano assurdo o buffo che l'idea libertaria andasse per la prima volta a braccetto con l'idea di patria. Come mai la parola patriottismo non era quel giorno accompagnata dalla sua amica monarchia d'ordine e reazionaria?"
E più in basso:
"Noi oggi separiamo l'idea di Patria dall'idea di Monarchia reazionaria e clericale. Uniamo l'idea di Patria con l'idea di Progresso audace e di democrazia rivoluzionaria, antipoliziesca"
Ecco. E' proprio la capacità di destrutturare le convinzioni e i luoghi comuni più affermati che rende le idee di avanguardia e di anarchia così strettamente legate.

D'altra parte, uno dei maggiori studiosi italiani di avanguardie, Edoardo Sanguineti, ha affermato che l'idea di anarchia è legata a quella di avanguardia:
"Le pulsioni fondamentali dell'età delle avanguardie avevano le loro radici in un'idea di anarchia"
E' poi curioso il fatto che Sanguineti sia stato uno studioso e un critico delle avanguardie, ma al tempo stesso sia stato parte importante della storia delle avanguardie. Ed è significativo che diverse volte si sia mostrato assai poco anarchico. D'altra parte lo ha dichiarato lui stesso esplicitamente di non essere un anarchico. E questo conferma la mia tesi: Sanguineti non è stato mai realmente neppure un avanguardista.

Oggi, se vogliamo essere avanguardisti non possiamo non affrontare il confronto con il pensiero anarchico. Siamo contro le Gerarchie, contro la Scuola, contro il Lavoro, contro la Cultura, contro l'Arte. Siamo futuristi e siamo dada al tempo stesso. Se qualcuno ci accusa di essere anarchici, ci sta bene. Siamo uomini e donne d'avanguardia.

Antonio Saccoccio

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giovedì, dicembre 23, 2010

Perchè dobbiamo abbandonare lo sperimentalismo e abbracciare l'avanguardia

Quando penso alla dicotomia tra sperimentalismo e avanguardia mi viene in mente sempre il Gruppo 63, probabilmente perchè è il loro lavoro quello che più difficilmente si lascia ingabbiare nell'una o nell'altra categoria. Anche se siamo abituati a considerare il gruppo come una neoavanguardia, in realtà molte delle sue caratteristiche rientrano pienamente nello sperimentalismo. E quando ripenso al Gruppo 63 penso anche al situazionismo, che fu in quegli stessi tempi un'avanguardia nel pieno senso del termine. Le condizioni per una nuova avanguardia in quegli anni c'erano (l'esplodere della società di massa, la società dello spettacolo e della televisione), ma il Gruppo 63 mancò in parte quel bersaglio che invece i situazionisti centrarono con grande precisione.
L'avanguardia si riconosce facilmente per alcune precise caratteristiche che possono essere ridotte a quattro: la comprensione (in anticipo rispetto al resto degli individui) che la realtà è sconvolta da nuove tecnologie che ne trasformano la sensibilità, l'attacco deciso alla tradizione e al sistema, la maggiore importanza data alla poetica (i manifesti o altri testi teorici) rispetto alle singole opere, l'agonismo.
L'apertura di questo blog e quindi l'inizio dell'avventura net.futurista è legata ad una triplice presa di coscienza. Da una parte mi ero reso conto della mancanza di senso dello sperimentalismo che conducevo nel campo della musica elettronica. Anche se fossi arrivato alle conquiste più incredibili in quel particolare settore, non ne avrei tratto soddisfazioni particolari, la mia vita sarebbe stata vuota, non avrebbe avuto il senso che cercavo. E quindi decisi di mettere da parte quella strada. Più o meno contemporaneamente era nata in me l'esigenza di ribellarsi globalmente al sistema che vedevo attorno a me, dominato dall'interesse, dalla mercificazione dei rapporti umani, dalla viltà, dall'opportunismo, dalla falsità, dalla meschinità, dalle formalità e dalle gerarchie più violente e prive di necessità. Ero diventato sempre più insofferente a tutto questo, non riuscivo più a tenermi dentro nulla, avevo deciso che nella mia vita non avrei sopportato più in silenzio ciò che non mi piaceva. Per ultimo avevo intuito che era in quel momento disponibile un mezzo per azzardare l'avanguardia: internet, la rete globale. Era proprio internet ad incarnare alla perfezione quella nuova rivoluzione tecnologica che unicamente poteva giustificare un terzo momento avanguardistico.
Tutto questo, incastrandosi perfettamente con alcune favorevoli condizioni della mia vita privata, portò all'idea di un nuovo Futurismo. La fortuna è stata poi trovare mese dopo mese altri audacissimi compagni di viaggio, che erano arrivati più o meno alle stesse conclusioni, pur partendo da strade differenti. Ed ecco il Net.Futurismo.
A distanza di più di 5 anni oggi quella scelta si mostra ancora più rafforzata: abbandonare lo sperimentalismo in favore dell'avanguardia è l'unica via per dare un senso all'attività artistica (anzi ormai oltre-artistica).
Lo sperimentalismo solitario è tanto noioso, quanto improduttivo. Può servire a trovare soddisfazioni personali, può servire a trovare un'occupazione, a guadagnare dei soldi magari. Ma non è in grado di trasformare profondamente la realtà in cui tutti viviamo.
Lo sperimentalismo artistico settoriale non può che condurre a risultati privi di un reale impatto sul mondo. Il problema è sempre lo stesso: se non è presente una visione generale, ogni specializzazione estrema fallisce.
Le sperimentazioni condotte dall'avanguardia procedono invece sicure, guidate dalla poetica generale del movimento, alla base una visione del mondo ben delineata. Sostenevao i situazionisti: "Il compito fondamentale di un’avanguardia contemporanea deve essere un tentativo di critica generale dell’attuale momento ed un primo tentativo di risposta alle nuove esigenze".
Concludendo.
Lo sperimentalismo è per l'uomo monodimensionale.
L'avanguardia è per l'uomo a mille dimensioni.
Ecco perchè noi abbiamo scelto l'avanguardia.
Ecco perchè noi abbiamo scelto l'avanguardia reteale, il Futurismo delle Reti.
Ecco perchè invitiamo tutti gli artisti, gli innovatori e i ribelli del mondo a riunirsi in avanguardie reteali.

Antonio Saccoccio

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