LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

martedì, aprile 30, 2013

L'arteventite o eventite d'arte: fenomenologia di una miseria postmoderna

Sarà anche a causa dei social network, ma l'eventite è ormai tra le principali malattie da cui sono affetti gli italiani. Chiarisco subito: l'eventite è la sovrabbondanza di eventi. Forse di eventi se ne sono fatti sempre tanti, è solo che oggi poiché siamo tutti connessi possiamo averne più facilmente conoscenza. E sicuramente in tale osservazione c'è anche del vero. Ma non è questo il modo corretto per comprendere il fenomeno. Occorre certamente partire dalla dinamica delle reti, ma non per concludere sbrigativamente: "Tutto è stato sempre così, solo che oggi vedo bene ciò che prima  ignoravo". Bisogna invece comprendere che gli stessi media reticolari sono responsabili di alcuni nostri atteggiamenti. Internet aumenta per chiunque le possibilità di visibilità e di interazione, risultando il luogo meno adatto per individui riflessivi e solitari, e una vera manna per coloro che cercano di stabilire nuove relazioni o crescere in visibilità. Ora, non c'è nulla di male nel cercare visibilità, che per alcune attività è indispensabile. Aprire un sito o un blog per diffondere i propri studi, le proprie opinioni, le proprie idee su questo o quell'argomento è certamente meritorio. Ciò che diventa invece imbecille è la continua promozione di eventi di ogni tipo, che risultano, già dall'invito digitale, essere privi della minima parvenza di contenuto. In questo l'ambiente dell'arte è come al solito all'avanguardia (sic). Perché se è vero che crescono le feste di Halloween e di carnevale, gli addii al celibato e le rievocazioni storiche in costume, non si può non notare che gli eventi dedicati all'arte aumentano a dismisura. E' tutto un fiorire di progetti, curatele, workshop, concept (perché con un po' di inglese dentro si fa sempre bella figura), tutti con l'arte - almeno a livello lessicale - in qualche modo coinvolta. E' l'eventite d'arte, l'arteventite, malattia che sembra al momento incurabile. Pare che organizzare un evento d'arte sia diventato più semplice di organizzare una festa di compleanno. Il fatto notevole è che si tratta nella quasi totalità dei casi di non-eventi, cioè eventi in cui non avviene nulla se non la promozione dell'evento stesso. Dopo l'evento in questione, si torna a casa come se nulla fosse accaduto. Semplicemente, non è acccaduto nulla: avete solo subito l'arteventite. Quando l'oggetto della promozione  risulta assente, non resta che una banale e deprimentissima auto-promozione.
Il fenomeno è curioso, perché nell'arteventite si sommano due distinti processi. Da una parte c'è stata la democratizzazione dei media, che ha dato a tutti la possibilità di farsi conoscere. Dall'altra dopo la conclusione (della storia) dell'arte intorno agli anni Settanta del secolo scorso qualche uomo con il fiuto per gli affari ha pensato di spacciarsi per critico o artista e cercare di raccattare in modo rapido un po' di credibilità e vagonate di soldi sostenendo l'arte essere ancora viva e vitale e loro esserne i protagonisti più accreditati (Transavanguardia, YBAs in ciò pari sono). Questo ha portato molti individui (gli uomini medi, perché gli altri sono immuni da simili idiozie) a credere che l'arte non fosse affatto morta, e che se Bonito Oliva e Koons, Politi e Cattelan ce l'avevano fatta potevano farcela anche loro. E con internet oggi questa idea sta spopolando tra chi sostanzialmente non ha nulla da dire e vuole darsi un tono. Lungi dal capire che è semplicemente ridicolo fare oggi l'artista come lo si poteva fare prima di Warhol, oggi ci ritroviamo con centinaia di persone che vogliono convincersi e convincerci di essere artisti e critici d'arte. E credono che per esserlo basti fare in piccolo ciò che hanno fatto in grande i sopra menzionati. Scimmie sulle spalle di nani! Autentico spettacolo da circo! Se a questi eventi andrete avendo chiaro tutto questo, lo spettacolo sarà spassosissimo! Certo, detto così chiunque potrà capire il ridicolo della faccenda. Ma chi ci sta dentro evidentemente non vede tutto questo, è lì che si affanna ogni giorno a mettere in piedi e/o promuove eventi insignificanti e raccattare pure persone che a quelle penose esibizioni devono assistere! C'è l'arte in scena, signori! non si può mancare!
Ora si sarà anche capito perché questi eventi d'arte sono così numerosi e frequenti e al tempo stesso così vuoti: si fa un evento su qualcosa che non esiste più, il che è semplicissimo perché si fa un evento sul nulla. Il guaio nasce solo nel momento in cui qualcuno si aspetta qualcosa!
Questo d'altra parte è uno dei prezzi da pagare al web. Dobbiamo sopportare l'arteventite diffusa perché pochi secondi dopo possiamo scoprire l'idea illuminante del signor x o guardare il video brillante del signor y. Tutto sommato, magari proprio questo articolo potrà servire a chi dell'arteventite non ne può più e non vede l'ora di sbarazzarsi rapidamente dell'ammasso di inviti che riceve. Per constrastarla lascio a questi malcapitati un solo consiglio: vedete chi promuove e organizza l'evento, e regolatevi di conseguenza. Perché in linea di massima in questi casi vale la regola: più le teste sono vuote, più promuovono eventi per riempire quel vuoto. 

Sintesi (ad uso dei cervelli prospettici): l'arteventite è una strategia auto-promozionale messa in moto dalla democratizzazione dei media e dal recupero (a livello puramente lessicale) dell'"arte" dopo la sua morte.

Antonio Saccoccio

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giovedì, ottobre 20, 2011

I tre grandi limiti degli indignados (e qualche consiglio per una ribellione radicale)

Siamo ancora tutti stupiti dalla capacità di organizzazione e mobilitazione dimostrata dal movimento che viene chiamato degli “indignati” (indignados per seguire la moda spagnola), che ha portato recentemente la contestazione nelle piazze di decine e decine di città di tutto il mondo. C’è da essere soddisfatti nel vedere finalmente la popolazione togliere il sedere dal divano e gli occhi dal televisore e contestare apertamente lo status quo. C’è da essere più che soddisfatti dalla dimensione mondiale che il fenomeno ha assunto in queste ultime settimane, risultato conseguito evidentemente grazie ai media interattivi-partecipativi contemporanei. Tuttavia la rivolta-contestazione a cui abbiamo assistito ci lascia con l’amaro in bocca e non ci sentiamo di affiancarla per come si è presentata. Di fronte alla realtà contemporanea, non possiamo essere e agire da indignati: dobbiamo intraprendere una strada estremamente più convincente e radicale.

Tanto si è scritto e tanto si è detto in questi giorni di questo movimento di contestazione. Si è detto e si è scritto tanto, e male. Male perché il solito cronachismo/sensazionalismo spiccio ha come sempre prevalso su qualsiasi attenta analisi del fenomeno. E allora fiumi di inchiostro sul movimento violento, sul movimento pacifico, movimento no-global, movimento anticapitalista, etc. fino a morire dalla noia.

Qui vogliamo mostrare, invece, i limiti evidenti della rivolta degli indignados, così come si è manifestata nelle ultime settimane. Le migliori osservazioni in questi giorni sono venute da chi non si è lasciato condizionare dall'agenda mediatica e ha percepito con chiarezza ciò che manca a simili proteste. A ben vedere, siamo di fronte a tipiche contestazioni postmoderne. Contestazioni sterili, forse addirittura innocue, e questo per tre motivi principali:

1. I movimenti di rivolta nell’epoca postmoderna mancano di un vero pensiero radicale alternativo al sistema di potere che intendono contestare. Manca sostanzialmente una reale contrapposizione ideologica. Se andiamo in giro a leggere i documenti scritti che figurano come “manifesti” di questo movimento di "indignati", ci si ritroverà subito nella miseria ideologica più totale. Tralasciando i vaghi e triti slogan anticapitalisti, si scoprirà che gli indignados sono in realtà gli esclusi, i precari, i disoccupati, coloro che non ce l’hanno fatta ad integrarsi nel sistema. Lottano perché le banche hanno esagerato, e reclamano che le cose funzionino meglio, ma non ci sono reali proposte per abbattere il sistema e costruirne uno nuovo radicalmente differente. Non c'è una visione globale alternativa, c'è soltanto una rivendicazione suggerita dalle condizioni del momento. La conferma che i contestatori sono parte del sistema che credono di voler abbattere arriva puntuale leggendo i documenti degli indignados. Sorvolando sulle banalità più sconcertanti, occorre fare attenzione alle obsolete e borghesissime rivendicazioni per il lavoro e addirittura per una maggiore istruzione/educazione. È evidente che la linea è quella della continuità con il sistema dominante. Questi esclusi non hanno ancora compreso che è proprio attraverso i canali consolidati dell’istruzione e del lavoro che il sistema continua a controllare con una certa tranquillità la situazione e a porre in rapporto di sudditanza la popolazione. Persino in momenti di contestazione come questi è tutto sotto controllo: gli appelli a lavorare e studiare di più da parte di chi contesta sono la conferma che non c’è nulla di pericoloso ancora per chi gestisce il potere. Prima di entrare nella palude postmoderna le avanguardie e le grandi contestazioni e rivolte del Novecento, dai primi decenni del secolo agli anni Sessanta, avevano ben chiaro che occorreva scagliarsi contro l’istruzione, contro la scuola e l’università, contro il lavoro. Si aveva ben chiaro che occorreva colpire al cuore il sistema per poterlo poi ricostruire su altre basi. Oggi sembra sia scomparsa quel tipo di lucidità e si inneggia vagamente ad un "cambiamento", e magari ad un abbattimento della mentalità economicistica, affidandosi paradossalmente proprio alle strutture di potere consolidate. Come se quella mentalità non uscisse fuori dalle nostre scuole e dalle nostre università! Come se la religione del lavoro fosse un principio indiscutibile da venerare!

2. Il secondo aspetto per cui le contestazioni postmoderne sono innocue è che si tratta di rivolte spettacolarizzate. Come si può vedere dai tanti filmati (ormai circolanti anche in rete) la partecipazione ad eventi del genere non è tanto sentita visceralmente, quanto indotta dalla caciara mass-mediatica che crea nei cittadini-spettatori quasi uno stato di trance per cui occorre esserci ad ogni costo per poter apparire nel grande evento mondiale (non si risentano coloro che hanno partecipato invece infiammati e infiammando, queste parole non sono rivolte evidentemente a loro). Ed è così che la gente si ritrova in piazza e per le strade e non sa bene cosa fare. Anzi, la prima cosa che fa è mettere mano alla macchina fotografica o al cellulare per fare foto e video, anche quando da fotografare e riprendere c’è solo il nulla di una folla aggregatasi mollemente e fiaccamente. Si è contenti di essere lì in quel momento. Da qualche anno la possibilità di viralizzare sui vari social network e su youtube questo drogante “c’ero anch’io” ha addirittura incrementato l’ansia di partecipare a questo tipo di eventi. Mezzi potenzialmente esplosivi (social network, blog, youtube) vengono così risucchiati dalla spirale spettacolare di matrice old-mediale, completando quello slittamento dall’essere all’avere all’apparire profetizzato decenni or sono da Debord.

3. Altro aspetto piuttosto deprimente è che queste contestazioni nascano solo in momenti di crisi finanziaria. Non bisogna essere troppo felici per questo tipo di rivolte, perché sono rivolte del ventre (e qui Marinetti docet). D’accordo, anche il ventre ha le sue buone motivazioni, ma non di solo ventre si vive. Un movimento lucido è in grado di percepire anche a stomaco pieno i limiti di un sistema di vita mortificante. Occorre ribellarsi ad un modo di vivere non perché affamati, ma perché istintivamente ben consapevoli che si possa vivere meglio. D’altra parte da affamati è anche difficile che si trovino soluzioni brillanti.

Per questi motivi le contestazioni postmoderne risultano tanto noiose. Non brilla l’individuo; non brilla il pensiero; non brilla l’azione. L’individuo si riunisce in folle, che diventano ben presto masse; il pensiero è assente; l’azione senza pensiero può essere solo vano teppismo.

Non siamo contro le folle, siamo per le folle agitate da grandi ideali. Ma le folle senza ideali diventano masse. E noi siamo contro le masse.

Per concludere riprendo le frasi finali del manifesto degli indignados, frasi che suonano deboli slogan, e che per questo occorre rapidamente correggere:

“Per quanto detto sopra, sono indignato. Credo di poterlo cambiare. Credo di potere aiutare. So che uniti possiamo. Esci con noi. È un tuo diritto”.

Se vuoi ribellarti a qualcuno e a qualcosa. Se hai dentro il fuoco. Se vuoi abbattere il vecchio e ricostruire un mondo nuovo. Non pensare a questo modo. Non usare queste parole. Colpisci al cuore il sistema e re-inventalo da capo. Torna vivo!

Antonio Saccoccio

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venerdì, settembre 30, 2011

Postmoderno? New Realism? Serve una terza avanguardia.

Il dibattito sul postmoderno ha avuto l’ennesimo ritorno d’interesse nelle ultime settimane, suscitando la solita selva di opinioni contrapposte. La contrapposizione più netta (almeno apparentemente) è stata quella tra Gianni Vattimo, storico sostenitore del pensiero debole, e Maurizio Ferraris, recente ideatore del “Manifesto del New Realism”. Poiché ho scritto e discusso più volte di postmodernità, agganciandomi anche ad altre questioni che ritengo ugualmente centrali, mi prendo ora la briga di entrare direttamente in questo dibattito. Leggendo lo scambio di battute tra Ferraris e Vattimo la prima impressione è quella che non ci sia nulla di così nuovo di cui parlare: siamo ancora fermi a discutere sulla nota affermazione di Nietzsche: “Non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni”. Da ciò che si può leggere Ferraris sembra in difficoltà nel dare concretezza alla sua nuova proposta. Il “new realism” (già la pochezza della scelta terminologica dovrebbe inquietarci) sembra ancora un’idea piuttosto nebulosa. Il problema nasce tutto da un sillogismo frettoloso da lui avanzato: noi viviamo in un’epoca pervasa dallo spirito postmoderno, l’epoca in cui viviamo è terrificante, quindi il postmodernismo è terrificante. In particolare il “populismo mediatico” è il terribile male che Ferraris attribuisce al postmodernismo. Ha ben ragione Vattimo a rispondergli che non c’è alcuna connessione tra postmoderno e populismo. Ferraris, magari per fomentare l’opinione pubblica, indica in Bush e Berlusconi le figure in cui detto populismo mediatico si è incarnato al meglio. Ora, a parte il fatto che il populismo mediatico non mi sembra l’unico dei problemi attuali, a parte il fatto che se si citano Bush e Berlusconi si devono citare pure Obama e Grillo e molti altri che di populismo mediatico sono espressione e interpreti accreditati, il problema sta tutto in quel legame tra populismo mediatico e postmoderno che Ferraris dà per scontato. Siamo così sicuri che pensiero debole e postmoderno generino automaticamente il populismo? Le cose stanno diversamente. Come ho affermato nel manifesto “Presentismo: ultima deriva dell’uomo contemporaneo” l’accusa non andrebbe genericamente rivolta al postmoderno, ma ad una certa interpretazione (anche qui interpretazioni) leggera del postmoderno stesso, interpretazione che ho definito con il termine “presentismo”, o altre volte “pensiero molle”. Secondo questa particolare visione del mondo (il presentismo appunto) non solo nel mondo non c’è una verità, ma le interpretazioni sono inutili, perchè tutto si equivale e non vale la pena neppure provare a cercarla la verità. Mentre quindi i migliori spunti della neoermeneutica possono condurre ad un mondo in cui il proliferare delle interpretazioni creano quella vitalissima ricchezza di punti di vista e visioni del mondo che unicamente può permettere al singolo individuo di liberare se stesso e incontrare serenamente l’altro, questo “pensiero molle” presentista conduce direttamente ad una penosa palude in cui tutto giace indistinto e privo di qualsiasi spinta vitale.

Si dovrà comunque ammettere che, se tutto ciò è accaduto, il pensiero debole e il postmoderno portavano (e portano) con sé il rischio di queste derive annacquate. L’errore però sta nell’attribuire frettolosamente tutto ciò all’intero pensiero postmoderno. La neoermeneutica e il postmoderno non sono teorizzazioni sballate, ma contengono al loro interno due errori fatali che occorre esaminare.

Innanzitutto neoermeneutica e postmoderno non potevano realizzarsi pienamente nel momento in cui sono stati teorizzati. Parliamo pure di Berlusconi, ma con cognizione e senza facilonerie (sono semplici interpretazioni anche queste). Abbiamo un uomo che fa parte di un’epoca in fase di estinzione, l’epoca televisiva; la telecrazia è un fenomeno degli anni Ottanta (e infatti in contesti simili bisognerebbe citare Reagan, non Bush), ed è legata ad un mondo in cui la televisione è il medium dominante. Non è un caso che il fascino di Berlusconi sia andato riducendosi, passando dalla brillantezza contagiosa del ’94 alla stanchezza deprimente degli ultimi anni. Non si tratta solo di un logorio fisico dovuto al naturale invecchiamento, è un segno evidente del fatto che Berlusconi è in fase declinante perché è declinante il paradigma telecratico a cui si è da sempre appoggiato. Qualcosa di nuovo sta emergendo. E non è il “New Realism”, ma una nuova fase dell’avanguardia artistica e socio-culturale, è la terza avanguardia. Le proposte del secondo Novecento di cui stiamo discutendo (e qui mi riferisco in particolare alla neoermeneutica e in parte anche al pensiero debole) non hanno fallito, ma sono state avanzate con troppa fretta da alcune avanguardie di pensiero, che hanno fatto i conti soltanto a tavolino, senza considerare la realtà con cui si sarebbero scontrati. L’errore è stato teorizzare tutto questo senza comprendere che non c’erano ancora le condizioni storiche perché tutto questo potesse trasformarsi in realtà. Questo è il rischio delle “avanguardie filosofiche” (mi sia concesso il quasi ossimoro), proposte da chi è capace di grandi salti in avanti di pensiero, ma perde troppo spesso il contatto sensoriale con il mondo reale e quindi finisce per il proporre qualcosa che in teoria potrebbe funzionare, ma in realtà si rivela fallimentare. Occorre il pensiero, ma è altrettanto fondamentale mettere alla prova la nostra sensibilità. Perché nel secondo Novecento la neoermeneutica e il pensiero debole non hanno vinto, ma hanno contribuito a generare il presentismo e il pensiero molle? La risposta sta nel mondo in cui vivevamo: fino a dieci anni fa il populismo mediatico che denuncia Ferraris si è potuto imporre perché i media dominanti erano televisione, stampa e radio (e non dimentichiamo il cinema). Mai un uso tanto massiccio di media di massa si era abbattutto sulla popolazione occidentale. La questione decisiva è che questi media, che generano e riproducono costantemente non solo il populismo politico ma anche tutto il pensiero dominante, sono tutti media che trasmettono in modo monodirezionale. Media, quindi, che non possono aiutare quella pluralità di punti di vista e interpretazioni che resta il punto forte del pensiero debole. Solo oggi, nel momento in cui i media di massa cedono gradualmente il passo (pur tra mille difficoltà, rischi e contraddizioni) ai media interattivi e partecipativi, le migliori intuizioni del postmoderno e della neoermeneutica possono realizzarsi.

Il secondo errore di cui postmoderno e il pensiero debole si sono resi responsabili è stata la negazione della possibilità della contrapposizione e quindi del superamento. Questo appiattirsi sulla dimensione del recupero e del riciclo è stata in parte una grande e positiva novità, ma alla lunga ha generato anch’essa un impaludamento. Nella condizione in cui siamo, le migliori intuzioni del postmoderno e del pensiero debole possono essere salvate – è questo il più grande paradosso – soltanto se una fase di avanguardia, appoggiandosi e prendendo a modello il paradigma che si è sviluppato a partire dalla rete globale, darà la spallata decisiva al mondo dominato dal sapere tipografico e televisivo, saperi gerarchici trasmessi senza una diffusa possibilità di confutazione e quindi negando la dimensione fondamentale della pluralità. Il problema dell’auctoritas resta sempre fondamentale, come ben vede Vattimo. La posizione di Ferraris sembra davvero una posizione di retroguardia, tesa al ripristino di un sapere controllato, anche se non ci capisce bene da chi.

Il postmoderno, ad indagarlo a fondo, può considerarsi come un ultimo risultato delle avanguardie novecentesche, che per prime posero sotto assedio il paradigma monolitico e accademico che rinchiudeva l’individuo in una serie di saperi tramandati da secoli, ma ormai, nell’era dell’elettricità e della comunicazione continua, completamente anacronistici. L’attacco del Futurismo alle accademie, alle biblioteche, al professoralismo, la sfida Dada all’Arte stessa, l’assalto del Situazionismo a tutte le strutture di potere: tutto questo doveva sfociare nella neoermeneutica e nel pensiero debole. E invece, per una serie di circostanze probabilmente non aggirabili, siamo piombati tra presentismo e pensiero molle. Il postmoderno, a dirla tutta, ha commesso il grande errore di negare tutto quello spirito di contestazione avanguardistico e radicale da cui era nato, e negando l’avanguardia e l’idea di superamento si è condannata al presentismo e all’impaludamento.

In ultima analisi, Ferraris non ha davvero nessuna possibilità di combinare qualcosa di buono con il suo “New Realism”, perché sta andando nella direzione della restaurazione, mentre occorre portare a compimento il superamento intrapreso già da un secolo. Oltrepassare l’esperienza postmoderna può essere possibile solo se ci rendiamo conto che l’avanguardia è una condizione indispensabile in un mondo che si trasforma tanto rapidamente. Se ci fermeremo a riflettere su questi aspetti, ci renderemo conto che il miglior postmoderno non è altro che una fase timida e indecisa di quell’avanguardia costante che ci tiene vigili, vivi e vitali da un secolo almeno.

Antonio Saccoccio

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domenica, gennaio 23, 2011

Miguel Benasayag, Angelique Del Rey, l'elogio del conflitto e la scuola

Miguel Benasayag è certamente un'intelligenza acuta e vivace. Ma ciò che ci piace maggiormente è che la sua è un'intelligenza militante, che combatte per una visione del mondo. Benasayag è un filosofo, ma non è un filosofo che se ne sta seduto dietro la sua cattedra, è un filosofo che è sceso e scende ancora in campo concretamente, incidendo nella realtà di ogni giorno (militante guevarista, dieci anni di carcere alle spalle). Il suo testo più noto è probabilmente Elogio del conflitto, in cui ha sostenuto con radicalità che la società postmoderna ha di fatto bandito ogni idea di conflittualità. Comprendere l'importanza della componente conflittuale in un mondo che di fatto cerca di annullare ogni tentativo di porsi in opposizione del sistema (o dei sistemi) di valori dominanti, non è da tutti. Viviamo momenti in cui parlare di "conflitti" sembra essere sempre politicamente scorretto. E senza conflitto non ci può essere superamento, senza conflitto c'è il trionfo dello status quo.
Qualche giorno fa, in un intervento all'Università La Sapienza di Roma, (l'occasione era un convegno dell'ADI) Benasayag ha colto tutti di sorpresa, riducendo in cenere la pedagogia delle competenze e il costruttivismo, tanto in voga negli ultimi decenni nella pedagogia contemporanea. Scuola delle competenze e costruttivismo sono figli dell'utilitarismo contemporaneo, della deriva economicistica e producono deterritorializzazione e alienazione. Sconcerto, sbandamento, frustrazione in sala: la didattica per competenze e il costruttivismo in un'oretta scarsa passano da salvezza a rovina della scuola. I nemici non sono più il trasmissivismo e l'accumulo di conoscenze, ma il costruttivismo e la didattica per competenze. Il filosofo riesce a convincere larga parte dell'uditorio, ma non sfugge ai più attenti un uso "ad una dimensione" dei termini "competenze" e "costruttivismo", termini sicuramente sfuggenti e non da ora. Se è indubbio, infatti, che se pensati da uomini di scarso spessore i due termini sono realmente frutto di una visione tecnicamente utilitaristica e quindi poverissima della scuola (ma il discorso è noto da tempo agli spiriti illuminati, non ci vogliono certo filosofi per portarlo alla luce), non si può non notare che in altro modo la competenza e il costruttivismo possono esserei modi per liberare almeno parzialmente lo studente dall'autoritarismo, dal valutazionismo, dal rigidismo della scuola-dinosauro contemporanea. Insomma, Benasayag si scaglia (e conoscendo le sue posizioni ideologiche è comprensibile) contro competenze e costruttivismo viste come trattamento educativo dell'"uomo economico".
In realtà per noi il problema reale non è la scelta tra trasmissione o costruzione del sapere. Il problema è l'istituzione scuola concepita come luogo in cui produrre uomini regolarmente monodimensionali, i cui apprendimenti siano perfettamente misurabili per essere inseriti nella catena di montaggio dell'alienazione planetaria.
Benasayag non è un pedagogista, ma lo è la sua collaboratrice più stretta, Angelique Del Rey, che ha chiarito in un suo documento:
Una tale visione (quella del PISA e dell'approccio per competenze) definisce l'immagine di un uomo da educare, ripiegato su se stesso all'interno della nozione di competenza e ci spiega la svolta delle pedagogie attive verso il profitto e l'efficienza. L'uomo da educare è un "uomo senza qualità", sul quale applicare le competenze per il successo nella vita, tralasciando desideri, affinità elettive, tropismi e qualità intrinseche, sostituiti ad un'educazione emancipatrice che permette allo studente di essere attivo e di educarsi mentre viene educato. Si tratta di un'educazione alienante, che gli impone non solo dei contenuti e dei comportamenti normativi, ma che pretende che questi vi aderisca liberamente!
Alla luce di tutto questo, l'insegnante si chiede "Cosa devo fare allora? Se il trasmissivismo è inutile e dannoso e il costruttivismo è figlio dell'utilitarismo economicistico, cosa e come devo insegnare?".
La risposta sarebbe chiara, ma nessuno vuole farci i conti. Il problema è una scuola che vuole ridurre le differenze, non tenere in considerazione e rispettare le singole qualità, misurare ciò che sa e sa fare un ragazzo come fosse un animale da allevamento e produzione. Ecco che allora può davvero tornare utile (e al di là delle sue intenzioni) l'elogio del conflitto di Benasayag: la scuola non deve ridurre i conflitti, non deve normalizzare chi è differente, perchè eliminando le possibilità di conflitto si elimina la possibilità di produrre soluzioni alternative al sistema dominante.
E' chiaro che le pedagogie attive sono più evolute rispetto alle pedagogie passive, ma è altrettanto chiaro che le pedagogie realmente attive devono essere pedagogie libertarie, devono essere in pochi termini delle anti-pedagogie. E inoltre: non si può pretendere ad un insegnante che è servo e servile dentro di educare i giovani alla libertà. Non ci sarà nessuna teoria pedagogica in grado di rendere libero chi è abituato da sempre ad ubbidire e abbassare la testa.
Il problema non è quindi la scuola delle competenze. Il problema è la scuola come istituzione repressiva, autoritaria e reazionaria.
E allora - torniamo - cosa può fare un insegnante? L'abbiamo detto più volte e da tempo: autonomia creativa (perchè non può esistere educazione senza educazione all'autonomia), costruttivismo critico (che è altra cosa rispetto al costruttivismo modaiolo), scuola-vita.
Descolarizzare operando dentro il sistema non è possibile, ma è almeno nostro dovere sabotare in ogni modo la scolarizzazione e l'inebetimento di massa.

Antonio Saccoccio

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giovedì, gennaio 28, 2010

Una scuola per il Futuro: la rivoluzione del sistema scolastico italiano parte dal web

“Una scuola per il Futuro”

La rivoluzione del sistema scolastico italiano parte dal web

La condizione della scuola italiana è sotto gli occhi di tutti. Gli studenti non sono soddisfatti, i genitori non sono soddisfatti, gli insegnanti non sono soddisfatti, i dirigenti scolastici non sono soddisfatti. Attorno a questo clima di generale insoddisfazione si respira un altrettanto generale clima di arrendevolezza. Gli insegnanti cercano di rispondere a questa crisi adottando varie condotte, che nella quasi totalità dei casi non fanno che accrescere o lasciare intatta la crisi. Molti docenti decidono di fregarsene e cerca di sopravvivere, senza mettersi troppo in gioco e in discussione, contando i giorni che li separano dalla pensione. Altri sono invece impegnati ad urlare e sbraitare quotidianamente la propria frustrazione, colpendo a turno tutti gli altri attori coinvolti nel sistema scuola. Ministri, dirigenti, genitori e ovviamente studenti: tutti sono meritevoli di velenosi insulti. Una terza via d’uscita è quella dell’insegnante diligente e gran lavoratore, che ogni giorno si impegna in un oscuro e faticosissimo lavoro per cercare di dire (e farsi dire) “sono un ottimo insegnante”. Davvero encomiabile, ma anche quest’ultimo atteggiamento, così come evidentemente gli altri due succitati, non rappresenta che una bandiera bianca alzata di fronte alla crisi della scuola contemporanea. Cosa fare quindi? Quale atteggiamento deve oggi avere un insegnante? La nostra risposta non ammette dubbi: occorre mettere finalmente tutto in discussione. Se le piccole correzioni di volta in volta introdotte nella scuola (didattica modulare, debiti formativi, griglie di valutazione, voto di condotta, etc.) non hanno portato a nulla, è solo perché non si è avuto il coraggio di mettersi completamente in gioco, di sospettare delle più tradizionali pratiche didattiche.
La realtà contemporanea è una realtà profondamente differente rispetto a quella di 20-30 anni fa. Gli insegnanti possono tranquillamente continuare a guardare con ammirazione (e persino nostalgia) alle lezioni del loro professore preferito durante gli anni Settanta e Ottanta, quando frequentavano il liceo. Ma una cosa non è più accettabile: non si può pretendere di trasportare quel modello nel 2010. Il mondo nel frattempo ha subito una delle trasformazioni più traumatiche da diversi secoli. Con la nuova rivoluzione tecnologica sono stati stravolti dalla base i tradizionali paradigmi del sapere. E in molti casi lo stravolgimento è stato salutare. La realtà in cui vive un “nativo digitale” ha caratteristiche che non possono non essere prese in considerazione nel momento in cui si parla di apprendimento e formazione. La condizione postmoderna va osservata con attenzione e compresa in profondità. Liquidità? trasparenza? complessità? Tutto questo non può essere trascurato pensando alla formazione delle ultime generazioni. Nuovi paradigmi del sapere si sono affacciati sulla scena mondiale: la scuola ha fatto finta che nulla fosse accaduto, provando anzi ad espellere le novità come fossero virus letali. In realtà la scuola ha il compito di fare i conti con la realtà, di comprendere e lasciarsi persino attaccare dai virus. Alzare le barricate significa condannarsi all’emarginazione dalla vita reale. Il nuovo spaventa sempre chi non conosce o non vuole conoscere.
Questo preambolo è necessario per porre gli obiettivi di questo gruppo nato all’interno del ning La scuola che funziona, gruppo che abbiamo voluto significativamente chiamare “Una scuola per il Futuro”. L’obiettivo è quindi quello di pensare e costruire una scuola possibile in un futuro (si spera vicino), ma anche una scuola capace di dare, al contrario di quella attuale, un futuro alle nuove generazioni.
I docenti impegnati in “Una scuola per il Futuro” non sono menefreghisti, non sono rassegnati, non urlano contro questo o quell’altro, ma non sono neppure asini di fatica che lavorano instancabilmente contribuendo a legittimare lo status quo. I docenti impegnati in “Una scuola per il Futuro” si impegnano a fondo, ma per il rinnovamento. Sono consapevoli che oggi il compito prioritario di una scuola che funziona è quello di proclamare a gran voce che il vecchio paradigma trasmissivo, antipratico e nozionistico è incapace di affrontare le sfide formative del terzo millennio. È necessario riconsiderare completamente le pratiche didattiche, è necessario mettere in discussione tutte le teorie implicite che bloccano alla base la nostra azione di sano e improrogabile rinnovamento. Il docente è ancora schiavo dei voti, dei compiti a casa e di quelli in classe, dei programmi, della disciplina, e di altre mille convenzioni scolastiche. Non bisogna avere paura di lasciare il sentiero più battuto, soprattutto quando questo sentiero è diventato così accidentato e sconnesso da essere ormai impraticabile.
Il gruppo “Una scuola per il Futuro” si propone i seguenti concreti obiettivi:
- sviluppare, attraverso lo studio, l’analisi e il confronto costante, i nodi concettuali attorno ai quali possa prendere avvio un’idea di scuola adeguata a formare i giovani del XXI secolo. Una scuola seducente, una scuola non separata dal mondo, una scuola in cui sia un piacere trascorrere del tempo, una scuola in cui l’apprendimento sia significativo per le nostre esistenze, una scuola viva. Lo studio sarà condotto con un costante riferimento a ciò che accade concretamente sul campo (la scuola), attraverso monitoraggi, sondaggi e analisi statistiche. Nessuno spazio per l’accademismo, nessuno spazio per modelli pedagogici autoreferenziali.
- presentare i risultati di queste analisi in una pubblicazione (cartacea e digitale), che contenga l’esposizione programmatica delle 10-12 questioni fondamentali da affrontare per rivitalizzare finalmente la scuola italiana. Tutto il 2010 sarà dedicato allo studio, alla raccolta dei dati, all’analisi e al confronto tra noi colleghi, formatori, studenti e altri attori del sistema scuola. La stesura dei contributi e la pubblicazione è prevista per i primi mesi del 2011.
- presentare i risultati di questi studi in numerose occasioni pubbliche: conferenze e convegni sulla scuola, sulla didattica, sull’apprendimento; giornate di studi e seminari presso istituti scolastici italiani di ogni ordine e grado e università.
- diffondere le idee promosse dal nostro network in siti web che si occupano di questi temi, o anche su riviste, quotidiani cartacei e altri old media.

Ora non resta che darsi da fare.
Il futuro della scuola lo costruiamo noi.

Antonio Saccoccio

* Il ning La scuola che funziona nasce da un'idea di Gianni Marconato (formatore e teorico di orientamento costruttivista, sviluppatore di ambienti di apprendimento sul web). Il gruppo Una scuola per il Futuro è stato creato ed è coordinato dal duo Mariaserena Peterlin - Antonio Saccoccio (Net.Futurismo)

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