LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

giovedì, aprile 12, 2012

Il FaceStrike: qualcosa in più di un sabotaggio di Facebook

È da poco più di una settimana che è stato lanciato il FaceStrike e tra tante domande, richieste, dubbi e perplessità è giusto ora chiarire le motivazioni e gli obiettivi dell’operazione.

Dove nasce il FaceStrike?

L’operazione è partita da Facebook perché è attualmente, almeno in Italia, il social network in cui più si rende necessario questo sabotaggio mediale. Ma già alcuni utenti lo stanno portando sui blog di wordpress e blogger, sulla piattaforma ning, sui forum, etc.

In cosa consiste?

Il FaceStrike consiste, generalmente, nel circolare all’interno delle comunità virtuali con un avatar che raffigura un altro utente, con lo scopo di generare disordine comunicativo, reazioni intellettuali ed emotive, etc. All’interno di questa indicazione generale, è possibile rintracciare un numero praticamente infinito di modulazioni differenti. Ci si può semplicemente accordare con un amico scambiandosi reciprocamente l’avatar e andare a infettare le bacheche dei profili amici. Si può rubare l’avatar ad un amico e continuare a postare come se nulla fosse cambiato. Si può rubarlo anche ad un profilo non direttamente nostro amico, ma soltanto amico di amici. Ci si può persino mettere d’accordo tra una decina di amici, “vestirsi” tutti con lo stesso avatar, e portare questa carnevalata monocromatica a spasso per il web. Ognuno può creare il proprio FaceStrike come meglio crede. Nessun FaceStrike è sbagliato, se si è compreso per quali motivi è nato e quali sono i suoi reali obiettivi.

Per quali motivi nasce?

Il FaceStrike nasce in seguito all’osservazione (e alla successiva critica) delle pratiche relazionali che si instaurano in generale nelle comunità online, e più in particolare in social network come Facebook. In questi luoghi di aggregazione virtuale l’importanza attribuita all’immagine appare generalmente predominante, fino a schiacciare qualsiasi altro aspetto. Così, social network come Facebook sembrano sempre più privi di spessore, schiacciati sulla monodimensionalità delle fotografie personali e dell’associazione della persona con una data immagine, e quindi con un avatar. Questo genera non solo una regressione notevole delle componenti verbale e sonora, ma più generalmente provoca l’incremento di tipiche relazioni “di facciata”, così vicine alle peggiori relazioni che si riscontrano abitualmente al di fuori del web e così lontane dal networking orizzontale e fuori dalle logiche di sistema. Gli adulti sono coloro che appaiono più corrotti anche in questo caso. È ormai frequentissimo trovare profili creati con il solo e unico scopo di stringere relazioni interessate con personaggi ritenuti importanti per la propria carriera. Si tratta del classico profilo con bacheca manageriale-pubblicitaria. Sì, perché Facebook è potenzialmente rivoluzionario, ma in mano a menti misere diventa una piccola e miserabile testata personale e personalistica, in cui mettersi in mostra costantemente intrattenendo relazioni di comodo con chi condivide la medesima miserabile impostazione mediale (e mentale). L’impostazione vetero-spettacolare di questi utenti non lascia loro neppure immaginare la potenzialità infinita che si annida nel Facebook inteso invece come succoso serbatoio per il networking creattivo (la seconda -t- è qui d’obbligo). Apparire sempre operosi, attivissimi, vincenti è lo scopo del profilo manageriale: una spettacolarizzazione forsennata della propria esistenza a cui neppure un Debord avrebbe mai pensato di poter assistere. Ecco allora la pratica del “mi piace” compulsivo appena si vede l’avatar utile ai nostri scopi che pubblica qualcosa: non serve neppure leggere cosa ha scritto, neppure di cosa generalmente ha scritto, che scatta il “mi piace” di facciata e pieno d’ossequio, come a dire “io ti leggo eh!”, “ci sono”, e soprattutto “ci sono sempre per te”.

Gli obiettivi del FaceStrike.

Di fronte a tutto questo, ecco il FaceStrike. Basta cambiare l’avatar per sabotare il sistema del “mi piace” facile. Modificare il reale accostamento tra l’utente e il suo avatar abituale causa innanzitutto un brusco rallentamento del “mi piace” compulsivo. Il motivo è semplice: la possibilità di sbagliarsi, e regalare quindi un “mi piace” di facciata ad un estraneo che ha rubato l’avatar di un amico “interessante” diventa, con la presenza del FaceStrike, altissima. E dopo esserci cascati un paio di volte, si è costretti a pensarci un po’ di più prima di cliccare. È importante provare concretamente almeno una volta per comprendere la portata di ciò che ho appena descritto. Sabotare l’indecoroso mercimonio dei commenti e dei “mi piace” compulsivi e interessati: questo è il primo obiettivo del FaceStrike.
Il secondo grande obiettivo è meno polemico, ma assai interessante a livello emozionale. Il FaceStrike ci costringe a considerare tutto ciò che ruota attorno alla nostra immagine e all’immagine altrui e che, travolti dall’inondazione fotografica quotidiana, rischiamo di non valutare mai neppure per un solo istante. Non è difficile così imbattersi in coloro che si dichiarano ansiosi, imbarazzati, angosciati dal veder circolare una propria fotografia come avatar di un altro profilo. Altri saranno persino incazzati perché gli avrete preso proprio la fotografia in cui “sono venuti male” (e di questa vanità maniacale nella scelta delle fotografie, ne vogliamo parlare? E la vogliamo finalmente un minimo ridicolizzare?). Non sarà difficile provare noi stessi un certo imbarazzo a portare in giro un volto che non è il nostro e affidare le nostre considerazioni (magari le nostre più intime) a quest’altra faccia, più o meno estranea, che per qualche ora, o settimana, sarà come la nostra. E i nostri pensieri che si adegueranno alla faccia scelta per quel giorno? Non ci credete? Eppure capita anche questo: di pubblicare un pensiero a cui non avevate mai posto la mente proprio perché quel giorno davvero vi siete calati nel vostro nuovo avatar, in quella faccia che a forza di fissarla sul monitor vi ha portato ad una riflessione che mai vi aveva sfiorato. Sì, perché se avete un aspetto fantastico e sempre fascinoso, credete che portare per una settimana una faccia brufolosa e sfigata vi attiri solo meno “mi piace”? Forse ci sarà meno movimento là fuori sulla vostra bacheca, ma qualcosa dentro di voi potrebbe muoversi parecchio.

Ancora una speranza per i giovani.

Una considerazione prima di concludere. Mentre gli adulti appaiono irrimediabilmente “adulterati” dalla logica vetero-spettacolare dell’interesse, dell’utile e della bella immagine da mostrare a tutti i costi, alcuni giovani sono al di fuori di queste logiche. Non è raro trovare infatti ragazze e ragazzi che praticano quasi un FaceStrike spontaneo, privo magari del rigore di questa nostra operazione organizzata, ma senz’altro segno dei tempi che cambiano. Ragazzi che intendono le pagine sul web non come piccole televisioni (o giornali) in miniatura, ma come occasioni per conoscere, comprendere, stringere legami, relazioni, alleanze, in un’ottica neotribale e antiutilitaristica, che è l’esatta negazione del vecchio opportunismo calcolatore di novecentesca memoria. Ecco allora che ridere della propria foto, clonarla, regalarla, vederla scippata e accostata alle più impensabili citazioni, potrà diventare un momento realmente eversivo e di possibile “messa in crisi” delle pessime tendenze in voga in larghe fasce delle comunità virtuali.

Antonio Saccoccio


* Il FaceStrike è stato ideato da tre movimenti oltre-artistici d'avanguardia (MAV Movimento per l'Arte Vaporizzata, Net.Futurismo, Movimento Arte Cervicale)

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lunedì, agosto 15, 2011

Lo stato dell'arte: dall'individualismo di massa alla retealtà

In anticipo di diversi anni su tendenze che oggi iniziano a manifestarsi più concretamente, il Net.Futurismo ha individuato nella rete (net) il nuovo paradigma in grado di produrre un assetto radicalmente differente nei campi più diversificati. Abbiamo più volte messo in luce che la gestione cooperativa di studi, ricerche e azioni critico-creative può soprattutto fornire (e già sta fornendo) il modello per una rivoluzione senza precedenti nel campo del sapere e del potere.
Volendo schematizzare, ad oggi abbiamo due modelli operanti. Il primo può ridursi alla formula "individualismo di massa" ed è stato assolutamente vincente nel tardo Novecento, e vede gli individui comportarsi come un'unica massa, privati della loro autonomia nella rincorsa egoistica e utilitaristica al soddisfacimento degli stessi bisogni indotti (perchè ognuno è chiuso nel proprio ristretto mondo alla ricerca del proprio meschino interesse). Il secondo modello, emergente soltanto in questi primi due decenni del nuovo secolo, è ben definito dalla nostra formula "retealtà", e vede individui progressivamente sempre più liberi dai bisogni di massa che si aggregano, spinti dalla condivisione di idee o obiettivi simili, in piccoli gruppi e network.
Questi due modelli sono, come si vede, l'uno agli antipodi dell'altro. Il primo è un modello isolante, il secondo è aggregante. Nel primo prevalgono massificazione, competizione, utilitarismo; nel secondo differenziazione, cooperazione, idealismo. Il primo è un modello verticistico e conduce alla globalizzazione omologante, il secondo è un modello orizzontale e conduce alla globalizzazione demassificante.
Se limitiamo il campo di indagine all'arte, nell'ultimo stadio che abbiamo chiamato dell'arte presentista (diffuso ovunque nel secondo Novecento, ma che permane ancora oggi in tante frange socio-culturali attardate) abbiamo tanti individui che rincorrono quello che viene loro dipinto come il "successo professionale" integrandosi in qualche modo nel grottesco sistema dell'arte. L'individuo con le sue personali aspirazioni viene in questo modo azzerato per poter aderire al modello dominante e agli obiettivi che quel modello prevede.
Nel nuovo paradigma dell'oltre-arte, abbiamo al contrario tanti individui che condividono esperienze creative cooperando e nel farlo ognuno mette in comune le proprie capacità, sensibilità, intuizioni, idee.
Nello stadio presentista gli attori del teatrino dell'arte sottostanno al sistema dominante replicando i modelli che lo stesso sistema impone loro. Nel nuovo stadio dell'oltre-arte ognuno è in grado di percepire liberamente ciò che desidera e di conseguenza ciò che occorre per produrre progetti significativi.
Nello stadio presentista tutti sono massa, tutti hanno gli stessi identici interessi e obiettivi, quindi tutti sono nemici. Al massimo qualcuno è un alleato, ma un alleato di comodo, meschino e interessato.
Nello stadio oltre-artistico ognuno può cooperare tranquillamente con chiunque altro, perchè gli obiettivi non sono automaticamente imposti dall'alto, ma sono il frutto di desideri autentici del singolo. L'alleato è un amico vero, perchè è un altro che condivide sinceramente le nostre stesse passioni.
Ma scendiamo sul concreto con qualche esempio. Vi siete mai imbattuti in una di quelle fiere campionarie dell'imbecillità che sono le esposizioni collettive? Avete mai visto l'Artista che sta lì a difendere i pochi centimentri destinati alla sua Opera e la guarda tutto inorgoglito, fiero, pieno di sè? Le avete mai viste queste Opere che non rappresentano che il Vuoto Cosmico delle menti che le hanno partorite? E avete mai sentito poi parlare questi poveri teatranti? A dire il vero di solito non è neppure previsto che prendano la parola, perchè la difesa della miseria di tali Capolavori spetta al capocomico: il critico!
Ecco, lo stadio terminale dell'arte presentista è rappresentato da queste mostre collettive. E il top si raggiunge nei cosiddetti Vernissage, apoteosi della vanità e della cretineria passapresentista. Venti, trenta Artisti ammassati gli uni al fianco degli altri senza nessuna ragione se non quella di guadagnarsi un minuto e qualche metro di notorietà. Ultimo stadio del vecchio sistema dell'arte, le esposizioni collettive rappresentano il punto di miseria massima del sistema dell'arte tradizionale. Sono lo stadio terminale, perchè portano alle estreme conseguenze quanto di peggio ha prodotto una categoria (quella dell'artista) privata ormai di ogni reale motivazione ad esistere: un concentrato di mediocrità, vanità e narcisismo che davvero difficilmente si ritrovano in altri campi. Si sta accanto per convenienza, perchè se si è in tanti si possono nascondere meglio le mancanze dei singoli. Magari perchè la mostra non sarà vuota come merita, poichè proprio i tanti artisti (e i parenti-amici, di comodo ancora una volta) riempiranno la sala. Ma tutto è stanco, noioso, apatico, avvilente e avvilito.
Prendiamo ora l'arte quando si organizza in rete, in network. Singoli individui che desiderano entrare in contatto con altri per condividere esperienze e idee, iniziano a incontrarsi e a collaborare sulla base di reali interessi condivisi e reali obiettivi da raggiungere. Nascono così opere e azioni collettive, in cui varie sensibilità si aggregano per produrre qualcosa insieme. Tutto è vivissimo, frenetico, entusiasmante, appassionato e appassionante. Tutto il mondo dell'arte così come concepito nel sistema passa-presentista crolla. Siamo allo stadio della retealtà, dell'intelligenza moltiplicata, dell'oltre-arte, dell'uomo a mille dimensioni. Tutto insieme il vecchio paradigma viene rovesciato, senza possibilità di ritorni all'ordine. L'Artista-burattino di massa scompare ed emerge un individuo attivo capace di creare pensiero, avanzare critiche e proposte, mettere in crisi lo status quo. Proprio come è sempre accaduto all'arte nei grandi movimenti d'avanguardia, dal Futurismo al Situazionismo. Ma stavolta il processo non coinvolgerà più centinaia di individui, ma milioni. E' chiaro che ci vorrà del tempo perchè questo nuovo modello si diffonda ovunque. Ancora oggi è largamente maggioritario il sistema passatista e presentista, per il solito motivo che chi batte il sentiero già battuto ha la sicurezza di un cammino più comodo. Le istituzioni dominanti difenderanno ancora per qualche anno ciò che è morto, nel tentativo di evitare la vittoria della retealtà, che significherà il tramonto di quelle istituzioni. Ma intanto la retealtà e l'oltrearte si diffonderanno viralmente negli spazi non istituzionali, tutti gli individui saranno alla fine permeati dalla nuova sensibilità neotribale. La vittoria completa è solo rimandata. C'è da dire anche che residui passa-presentisti sono evidentemente presenti in chiunque, anche in noi avanguardisti. Per chi come noi prende parte allo scontro in prima linea, ora occorre soltanto cercare di estendere il più possibile gli spazi dell'oltrearte e combattere in ogni modo i residui artistici tradizionali. Senza mai dimenticarsi di ridere prospetticamente.

Antonio Saccoccio




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martedì, maggio 31, 2011

Unità reteale delle avanguardie: contro-pensiero e re-invenzione della realtà

La vera forza di un movimento d'avanguardia è la possibilità di re-inventare il mondo secondo obiettivi condivisi dai membri del movimento stesso. Per fare avanguardia occorre avere una visione del mondo che si opponga a quella dominante, una contro-visione del mondo.
Ecco perchè ogni azione, ogni produzione oltre-artistica che viene concepita all'interno di un movimento d'avanguardia acquista quel valore che manca alle produzioni e alle azioni artistiche presentiste.
Quando l'azione non è frutto di un movimento che ha una definita contro-visione del mondo, non ha la forza necessaria per non ricadere in quel sistema dell'arte che tutti conosciamo. E' troppo debole un artista isolato per opporsi al sistema dominante. Occorre creare movimenti d'avanguardia costituiti da diversi individui che condividano lo stesso contro-pensiero. Occorre tessere reti, occorre stabilire link e cercare alleanze e sinergie.
L'isolamento è una resa alle condizioni presenti.
L'isolamento è contemplazione.
L'isolamento è narcisismo.
L'avanguardia 21 è combattiva anticontemplativa antinarcisistica.
L'avanguardia 21 è la possibilità di unire retealmente tutte le avanguardie mondiali in un unico titanico tentativo di re-invenzione della realtà.

Antonio Saccoccio

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venerdì, novembre 05, 2010

reTEale: il virtuale è più reale del reale

Ritorniamo brevemente a parlare della famigerata distinzione tra "reale" e "virtuale".
Ogni volta che pronuncio il termine "virtuale" riferito a ciò che avviene su internet non posso fare a meno di provare un profondo senso di fastidio. Mi è capitato recentemente di affermare, durante il congresso mondiale dei transumanisti TransVision 2010, di detestare il termine "virtuale" (nel video intorno al minuto 40). E l'ho fatto nel momento in cui presentavo e spiegavo la categoria del "reTEale" (della "reTEaltà"), elaborata e praticata da anni dal movimento netfuturista. Abbiamo chiarito che non esiste una contrapposizione tra gli ambienti sociali sul territorio e quelli presenti sulla rete internet. Esistono ovviamente notevoli differenze (alcune evidenti, altre meno), ma non è possibile continuare a definire in modo penosamente limitante gli ambienti sociali online come "virtuali". D'altra parte sappiamo che l'aggettivo si porta dietro la sfumatura filosofica negativa di un qualcosa che è in potenza e non si trasforma in atto. Un buon riscontro lo trovo in questi giorni nelle parole pensate da Roberto Maragliano in occasione di un convegno sugli spazi dell'educazione.

È frequente imbattersi in un approccio riduttivo al rapporto fra la cosiddetta “realtà” e quanto va generalmente sotto l’etichetta di “virtuale”. Riduttivo nel senso che il secondo termine di tale rapporto viene a caricarsi dell’insieme di pregiudizi negativi tradizionalmente associati all’idea di “immagine”, quando in essa (secondo una tradizione peraltro caratterizzata da nobili origini) si vede soprattutto una “ri-presentazione” inautentica di realtà. Allo stesso modo, nel virtuale si tende a cogliere una “copia” limitata quando non deforme del reale, un qualcosa dunque di ingannevole, di astratto rispetto alla realtà fisica, e non di estratto da essa.

Anche Maragliano si rende bene conto di questo problema, che - si badi bene - non è per nulla soltanto terminologico. Come sosteniamo da tempo, dietro parole fasulle ci sono idee fasulle. Ed è per questo che chi ha nuove idee deve riuscire a ricreare ogni giorno anche la lingua che esprime quelle idee. Le idee nuove nascono anche a partire dall'impiego di nuove tecnologie. Cambiando la tecnologia, cambia il rapporto dell'uomo con il mondo, cambiano le idee dell'uomo sul mondo, devono quindi cambiare anche i termini per esprimere quelle idee.
Con il termine reTEaltà abbiamo voluto fondere l'idea di rete, che costituisce il paradigma emergente negli ambienti ancora definiti "virtuali", e la realtà. Questi ambienti "virtuali" sono a ben vedere reali, nel senso che ci si ritrova ad avere a che fare con la realtà, declinata (mediata) in vario modo. Non solo. Il paradigma emergente negli ambienti "virtuali" è la rete, paradigma che di rimando è destinato ad influenzare profondamente (e già lo sta facendo) gli ambienti "reali". Le relazioni evolveranno sempre più reticolarmente: internet ha fornito un modello da mettere in pratica ovunque (è già in atto la demolizione del tradizionale paradigma conoscitivo, e sarà presto in atto la demolizione del paradigma politico gerarchico autoritario).
Più interessante ancora è il fatto che il NetFuturismo abbia dato prova di tutto questo in fase non solo teorico-riflessiva, ma anche sperimentale (anzi la fase riflessiva accompagna costantemente l'immersione attiva nel nuovo modello). In questi anni il gruppo nato sul web ha messo in atto negli ambienti online attività reticolari d'avanguardia per poi portare la stessa modalità operativa nelle attività sul territorio (ideazione, progettazione e realizzazione di eventi espositivi e performativi: mostre, conferenze e spettacoli per intenderci). E così il paradigma nasce e si sviluppa negli ambienti "virtuali" per poi influenzare gli ambienti "reali".
In questo caso il virtuale non è di certo la brutta copia del reale.
E non è neppure ciò che non riesce a diventare reale.
Il virtuale è più reale del reale.


Antonio Saccoccio

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mercoledì, ottobre 27, 2010

Fofi e Barilli sul Dams: avere ragione per avere torto

Sono passati appena una decina di giorni dal botta e risposta tra Goffredo Fofi e Renato Barilli sulle pagine dell’Unità. Oggetto del contendere: il Dams (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo), nato ormai 40 anni fa a Bologna.

Fofi lo ha attaccato, Barilli lo ha difeso. Hanno ragione entrambi. Hanno torto entrambi.
Per spiegarvelo vediamo prima quali carte hanno messo sul tavolo i due.

Goffredo Fofi, nel suo articolo del 17 ottobre, ha messo in campo un doppio capo d’accusa.
Innanzitutto ha sostenuto che “oggi i Dams sono una delle più attive fabbriche di disoccupati o precari. Insomma, dopo aver frequentato il Dams non si trova lavoro.

Ma la sua accusa più pesante è un'altra: i laureati del Dams sono “schiavi delle ultime mode, hanno gusti “barbarici” che non vanno oltre la superficie del vistoso e del finto-nuovo. Una sottocultura imbarazzante e deprimente, di cui ritengo sia responsabile un ceto pedagogico che ha semplicemente sostituito alle pedanteria dei vecchi professori di estetica una involuta ma “artistica” allegria cresciuta su se stessa, figlia di quei teorici dei Settanta che esaltavano il nuovo e si avvoltolavano fuori sincrono nelle proprie chiacchiere”.

Barilli ha replicato immediatamente il giorno dopo.

Alla prima accusa ha replicato seccamente: “È nata l’accusa che un tale corso fosse una fabbrica di disoccupati, ma le statistiche lo smentiscono, i disoccupati si trovano piuttosto tra i normali laureati in lettere, per i quali si danno solo i magri sbocchi dell’insegnamento medio, mentre il damsiani rispondono in parte allo scopo per cui sono stati concepiti, trovano posto, per esempio, nelle emittenti televisive, o in biblioteche e centri civici e uffici promozionali di mostre”.

All’accusa più pesante, quella di aver prodotto una “sottocultura imbarazzante e deprimente”, Barilli ha ben chiarito che “le ragioni di fondo che hanno ispirato questo corso sono validissime, e dovrebbero essere assunte dall’intero sistema scolastico nostrano, nei settori umanistici. Era il tentativo di correggere il tradizionale e pesante primato assegnato alle «lettere» di cui si fregiano ancor oggi le Facoltà dei nostri Atenei, accordando ben poco spazio alle forme espressive non-verbali, e appunto nella sigla di quel corso di laurea si manifestava una volontà di riscatto, "A" stava per arti visive, "M" per musica e "S" per spettacolo, poi subito articolato in teatro e cinema".

Ecco le posizioni dei due. Ora vediamo perché pur avendo ragione hanno torto entrambi.

Fofi sicuramente commette un autogoal quando per attaccare il Dams attacca la mancanza di opportunità lavorative che quel corso di studi offre. E sbaglia per due motivi. Innanzitutto perché Barilli ha gioco facile nel dimostrargli il contrario (e il confronto con i laureati in lettere non ammette repliche). E poi perché questa visione strettamente utilitaristica dello studio (è sbagliato perché non produce lavoro) mal si accorda con il suo successivo attacco alla cultura del trio Berlusconi-Bondi-Tremonti.

Il punto forte dell’articolo di Fofi (ed è di questo che vogliamo e dobbiamo parlare) sta invece nel suo infiammato attacco all’inconsistenza media del laureato al Dams. Fofi quando sostiene che la “pedanteria dei vecchi professori di estetica” è stata sostituita da “una involuta ma “artistica” allegria cresciuta su se stessa”, compie un’analisi corretta. Comprende - per dirla in termini avanguardistici - che alla pedanteria passatista si è sostituito il vuoto cazzeggio presentista. Peccato che poi non riesca nel passo successivo. Sbaglia infatti ancora quando con disprezzo accusa i laureati del Dams di “sottocultura”, riprendendo quel lessico reazionario tipico di un mondo per fortuna tramontato. Non comprende che proprio quell’essere “barbarici” – come acutamente nota – può costituire la miccia per far esplodere la paralisi intellettuale contemporanea. Fofi dà l’impressione di voler risolvere tutto ritornando indietro, mentre in realtà il passo compiuto dal Dams è corretto, anche se incompleto. Il perché inizia a spiegarlo Renato Barilli, ma purtroppo neppure lui arriva fino in fondo.

La grande innovazione del Dams è realmente quella di aver concesso spazio finalmente alle “forme espressive non-verbali”. Insomma, negli anni Settanta era finalmente arrivato il momento di concedere spazio al cinema, alla fotografia, alla musica, al teatro e allo spettacolo. La dittatura tipografica era finita. E il Dams in questo è stato fondamentale.

Ma cosa è rimasto incompiuto? Perché i laureati del Dams così spesso cedono alle mode presentiste, dando prova di mancanza di pieno senso critico?

È semplice. Perché molto spesso il Dams è diventato il rifugio degli studenti amanti delle Arti, ma nemici delle Lettere (sempre se vogliamo ancora usare questi termini). Il paradigma non-verbale non deve sostituire, ma deve affiancare quello verbale se vogliamo avere uomini multidimensionali. Se l’uomo tipografico ha dei limiti, non dobbiamo dimenticarne le qualità: capacità di analisi e di critica indubbiamente nascono e si sviluppano con l’esercizio della parola e soprattutto della scrittura. Ecco, troppo spesso al Dams questi aspetti non vengono sufficientemente curati (colpa di docenti limitati o di studenti che rifiutano certi studi? colpe da dividere, pensiamo). Il risultato è la produzione di uomini monodimensionali, proprio come quelli prodotti (per motivi opposti) dalla vecchia facoltà di Lettere (ma si potrebbe dire la stessa cosa delle facoltà scientifiche).

La vera grande critica non è quindi al Dams, ma al sistema universitario in generale. Il vero uomo multidimensionale, che sarà l’unico in grado di affrontare le sfide di questo secolo, dovrà essere un individuo dalla formazione per niente settoriale, per nulla precocemente specializzata. La specializzazione serve assolutamente, ma per avere pieno senso deve inserirsi in una visione globale del mondo.

In questo contesto anche le accuse di Fofi alle “malaugurate “scienze della comunicazione”, sorelle delle altrettanto discutibili “scienze della formazione” cadono. Conosciamo bene i frutti poverissimi delle scienze della comunicazione e delle scienze della formazione, ma il problema non è costituito da quelle discipline (che tanta importanza hanno invece nella comprensione dei problemi della contemporaneità). Il problema è costituito dal fatto che il laureato medio in scienze della comunicazione o della formazione ha una formazione (!) limitata, circoscritta, che non gli permette uno sguardo d’insieme sul mondo. E questo è il limite, l’enorme limite di queste e altre facoltà: formare individui monodimensionali, a cui sfugge perennemente la complessità della realtà.

Qui si dovrebbe registrare non il fallimento del Dams, ma il fallimento di tutto il modello formativo universitario esistente. Un modello rigidissimo, compartimentato, asfittico. Un modello che produce uomini monodimensionali. E l’individuo monodimensionale è lì che è parte dell’ingranaggio. Schiavo del sistema, non ne comprende il funzionamento. Crede di capire anche qualcosa nel settore di sua competenza, ma non si accorge che sta agendo solo su un piccolo ingranaggio, non sul meccanismo che regola l’intero sistema. Se avesse visione multidimensionale, cercherebbe ad esempio di mettere in crisi il sistema contemporaneo. Farebbe in questo modo avanguardia

Occorre radicalmente smettere di parlare di arte e cultura in termini fumosi e per giunta autoreferenziali. L’Arte e la Cultura non esistono. E quindi non può esistere una sotto-arte e sotto-cultura.

Ci si preoccupi della formazione multidimensionale dell’individuo contemporaneo, e non della difesa di una determinata cultura in cui ci si vuole a tutti i costi riconoscere. Non serve un ritorno ai tempi che furono, ma una comprensione piena dei tempi che sono. Non occorre la restaurazione, ma una nuova avanguardia.

Antonio Saccoccio

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venerdì, ottobre 15, 2010

Risposta anticulturale e antiartistica a Marc Fumaroli e Alessandro Piperno

In questi nostri spazi avanguardisti parliamo raramente di tutto ciò che ruota attorno alla trita cultura ufficiale. Una volta fatto il salto in avanti, è faticosissimo fermarsi a ragionare a due all'ora come fanno coloro che sono impelagati ancora in discussioni accademiche e/o mondane di nessuna rilevanza.
Praticamente ogni volta che apro un giornale o accendo il televisore e mi imbatto in chi ha la pretesa di parlare di Arte e Cultura, lo sconcerto è totale. Si può essere rimasti tanto indietro? Sì, è possibile. E per questo siamo noi qui a fare avanguardia. Insomma, di solito lasciamo perdere gli strenui difensori del tempio della Cultura e dell'Arte, ma qualche volta - oggi - è anche divertente divertirsi ad impallinare (simpaticamente e goliardicamente, perchè presupposti per discorsi importanti non ce ne sono) codesti rappresentanti dell'UCI, Ufficialità Culturale Italiana (e non solo italiana).
Ecco, prendiamo il Corriere della Sera e leggiamo qualcosa di interessante. Il titolo innanzitutto promette bene: "L'arte non ha paura del pop". Si legge sulla Terza Pagina (in realtà pagina 51) a firma di Alessandro Piperno. Il titolo è invitante, vediamo un po' di cosa si tratta.
Piperno si produce in una contestazione - in realtà lievissima e moderata - delle tesi (?) espresse il giorno prima da Marc Fumaroli, il quale si era esibito nel solito raptus accademico passatista contro le mode contemporanee, la cultura pop, l'americanizzazione, l'arte contemporanea, non trascurando nulla, persino il rock, il rap e l'hip-hop! E aveva concluso prendendosela ovviamente con "i videogiochi, la televisione, i reality-show per IPod e Ipad", definiti per giunta "strumenti neutri" (sic). Insomma, il solito campionario che potrebbe sciorinare qualsiasi benpensante con la testa rigorosamente ben rivolta all'indietro (almeno 2 secoli fa, mi raccomando, altrimenti non si è presi sul serio in quegli ambienti). Aveva denunciato ovviamente il degrado creato dalla promiscuità postmoderna tra "cutura alta" e "cultura bassa", causato dai soliti malefici USA.
Quanto è divertente ancora sentir parlare di cultura alta e bassa da questi signori. Quanto ci divertiamo. Ora davvero le dichiarazioni di Fumaroli sono impresentabili ad ogni livello: alto medio basso medioinfimo ipersublime. Sono dichiarazioni semplicemente sciocche. E diciamo "sciocche" sempre per rispetto alla sua persona: bisogna stare attenti quando si parla di Marc Fumaroli! è pur sempre un rappresentante della "cultura alta"! Che poi a non inchinarsi alle accademiche sciocchezze si rischia di passare per stupidi e ignoranti.
Certo leggere nello stesso articolo che ipod e ipad sono "strumenti neutri" e che "usate da persone colte, le nuove tecnologie sono uno strumento meraviglioso di contemplazione" non capita tutti i giorni. Che poi uno si chiede che diavolo possa significare quest'ultima frase. Nulla, solo raccapricciante ignoranza. La conferma è la frase successiva: "Ho visto una splendida mostra fotografica del Battistero di Firenze, era come esaminare i bassorilievi con la lente". I bassorilievi del Battistero! Con la lente!
Amici, come mi piace dire, ma di che stiamo a parlare! Non ci sono i presupposti minimi neppure per una contestazione. Leggiamo e ridiamo insieme.
"Usate da persone colte, le nuove tecnologie sono uno strumento meraviglioso di contemplazione"
Volete mettere! Uno - sempre se è colto come Fumaroli - sa come si usano le nuove tecnologie: si vedono i monumenti medioevali al microscopio! Mica roba da poco. Sono conquiste che tocca studiarci una vita, essere accademici, diventare parte della Cultura Alta, e poi in un'intervista illuminare il mondo sul valore e le straordinarie conquiste delle nuove tecnologie. Conquiste contemplative!!! Grazie davvero. Certo, non vedo l'ora di vedere queste imperdibili foto del Battistero di Firenze! Miracoli della tecnologia! Se fossi colto, già le avrei viste. Ora capisco però ad essere una capra cosa mi perdo.
"Usate da persone colte, le nuove tecnologie sono uno strumento meraviglioso di contemplazione"
Eccoci qua. Finiti nella farsa. Ma non c'è modo di non andarci a finire. Avete letto, amici, parole diffuse come oracoli dal più importante quotidiano italiano. Io mi diverto, ringrazio per questi pezzi di bravura, ma mi chiedo anche: "quanti saranno a divertirsi con me?". Non è che c'è qualcuno che da domani si metterà alla ricerca di un uso contemplativo delle nuove tecnologie? Visto che l'ha detto uno dell'Académie Française. E che viene diffuso grazie ad una tecnologia e un medium che, lungi dall'essere uno strumento neutro e contemplativo, è capace di dare potenza e autorità a qualsiasi messaggio trasmesso, alto basso geniale insulso che sia. Ma lasciamo perdere ogni spiegazione, perchè non è il caso. Stiamo scrivendo per riderci su.
Bene, oggi leggiamo la risposta di Piperno. Uno si immagina: adesso lo distrugge, lo fa a pezzi, lo prende per il sedere, magari lo umilia.
E invece ne esce fuori una precisazione appena abbozzata, timida, timida, timida.
"Ciò che mi divide da Fumaroli - forse per un colpevole eccesso di relativismo - è la ferrea convinzione che il modello in cui sono cresciuto, il modello che ho assimilato, il modello che amo e senza il quale non potrei vivere, sia quello giusto".
Insomma, Piperno una cosa giusta la dice, ma ci tiene a precisare, quasi scusandosi, che forse è una sua colpa, il suo è un "colpevole eccesso di relativismo".
Coraggio, Piperno. Un po' di coraggio. Puoi annientarlo il Fumaroli.
Ci riprova più sotto di nuovo, meglio, nel penultimo capoverso.
"Davvero basta investire soldi sulla cultura per modificare le persone? Davvero basta celebrare e ripristinare? Conservare o restaurare? Insegnare e ammonire? La cultura è questa cosa qui? Una roba un po' noiosa che viene dall'alto? Non si tratta di un'idea un tantino antiquariale della cultura?"
Ah Piperno! Per fortuna sembra anche a te un'idea antiquariale e noiosa. Dovevi dire "sciocca", ma capisco già lo sforzo. E in fondo lo apprezzo. Chi ha voluto leggere tra le righe ha letto "sciocca" e magari pure "imbecille".
Insomma Piperno proprio alla fine ha preso il volo, sembra che finalmente stia attaccando questa Cultura, la Cultura Alta che dobbiamo tutti ammirare e celebrare.
"Forse la cultura, più che di soldi, ha bisogno di trasgressione. Ecco perchè è il singolo individuo a fare cultura, non certo l'istituzione, e tanto meno una massa di automi in fila alla biglietteria dell'ennesimo museo riaperto"
Bravo Piperno! Ma che fai il futurista proprio alla fine?
"Una massa di automi in fila alla biglietteria dell'ennesimo museo riaperto": questo lo potrei dire io, te lo appoggio, ma che fai mi rubi il ruolo di futurista?
Ma no, è stato un bluff. E nell'ultima frase il buon Piperno chiarisce da che parte sta.
"Ed ecco perchè alla togatissima parola "cultura", preferisco il termine assai meno generico (ma in un certo senso più onesto e genuino) di "arte".
Niente di fatto. Siamo alle solite. Ci siamo liberati della Cultura, ma ci tocca sottostare all'Arte.
Piperno, ci hai provato, ma sei troppo ingenuo. Meglio di Fumaroli sei, sciocco non te lo sei fatto dire, ma antiquato sì, sei parecchio antiquato.
E sta' attento all'arte, che non è nè onesta, nè genuina come credi.

Antonio Saccoccio netfuturista oltreartista rappresentante di nessuna (ma proprio nessuna) Cultura

Qui la pagina in cui è possibile sottoscrivere questa risposta anticulturale antiartistica.

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martedì, settembre 07, 2010

La necessità di una terza avanguardia

In tempi di postmodernismo dominante e debolismo trionfante, noi netfuturisti da anni sosteniamo con azioni continue la necessità dell'avanguardia.
L'avanguardia è indubbiamente indispensabile in ogni società evoluta, perchè tende a contrastare la pericolosa tendenza ad accettare il mondo così come viene naturalmente tramandato dalla generazione precedente o sudbolamente imposto da quella attuale.
Tutto il mondo è ancora strutturato su posizioni dominanti e predominanti, gerarchiche ed autoritarie. Posizioni indegne di un'umanità evoluta.
Noi non sosteniamo la necessità eterna dell'avanguardia. Questo non possiamo dirlo. Perchè non siamo profeti. Un giorno forse l'avanguardia non avrà motivo di esistere. Ma sappiamo che fino a quando nel mondo saranno dominanti in modo quasi assoluto, come accade oggi, le posizioni conservatrici, l'avanguardia sarà necessaria. Da più di un secolo, poi, le innovazioni tecnologiche tendono a diffondersi senza che si sviluppi contemporaneamente la consapevolezza che gli individui debbano in qualche modo riadattarsi alle mutate condizioni.
Dopo la prima grande rivoluzione tecnologica all'inizio del Novecento (dominata dal telegrafo, dal telefono, dalla radio, dal cinema, dall'automobile, dall'aereo), e la seconda a metà del secolo (meno sensibile, ma dominata indiscutibilmente dalla televisione), oggi siamo di fronte ad una terza rivoluzione tecnologica (quella dominata dal digitale, e soprattutto dalle reti).
Alle prime due rivoluzioni mediali hanno risposto due consistenti momenti avanguardistici., nati proprio per condurre gli individui a prendere coscienza delle trasformazioni in atto. Alla prima hanno risposto con coraggio e convinzione le avanguardie storiche, soprattutto Futurismo e Dada. Alla seconda hanno risposto, un po' più scompostamente, le neoavanguardie del Secondo Novecento (Fluxus, Situazionismo, etc.).
Il pericolo odierno è ancora maggiore, perchè, in nome di non so quale Nuovo Idolo, in molti negano addirittura la possibilità di una nuova avanguardia.
E invece è proprio di un terzo radicalissimo momento avanguardistico che abbiamo estremamente bisogno.
Per questo siamo qui noi netfuturisti. Attivissimi sul web e sul territorio.
Siamo qui per creare un disturbo, per diffondere elementi di disordine e di criticità tra gli individui che non si sono ancora risintonizzati con la propria sensibilità dopo l'ultima rivoluzione tecnologica.
Siamo qui per quelli che pensano di essere colti se vanno a teatro 1 volta al mese.
se vanno alla mostra di Caravaggio o di Andy Warhol.
se sanno a memoria 5 canti della Commedia.
se vanno a sentire la Tosca o musica jazz.
Siamo qui per chi pensa che essere colti sia un valore.
Siamo qui per chi pensa che si possa essere colti.
Siamo qui per chi pensa che esista la Cultura.

Occorre al più presto comprendere che se non ci sarà una nuova stagione avanguardistica saremo destinati ad una crisi lunghissima.
Non bisogna avere paura di esporsi e di generare polemiche anche asprissime.
Non bisogna avere paura di sbeffeggiare il senso comune.
Al contrario. Bisogna continuamente mettere in crisi il senso comune con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione.

Siamo qui per quelli che si credono belli se sono abbronzati.
bravi se sanno usare Photoshop.
intelligenti se sono bravi in matematica.
sensibili se vestono scuro ad un funerale.

La terza avanguardia, l'avanguardia del 21 secolo, non può attendere ancora.
Occorre:

destrutturare.
decentralizzare.
degerarchizzare.
demassificare.
descolarizzare.
demitizzare.
demilitarizzare.

E' vero, per noi avanguardisti futuristi netfuturisti tutti sembrano dormire. E' vero.
Ma non potrebbe essere altrimenti per noi che vediamo e sentiamo con decenni di anticipo ciò che gli altri ancora neppure sospettano!

Siamo qui per essere estremi in un mondo di moderati.
strafottenti in un mondo di timorosi.
divertenti in un mondo di seriosi.

Siamo qui per ridere della morte in un mondo che piange la vita.

Antonio Saccoccio
oltreuomo
oltreartista
sempre avanguardista
ridendo
ridendo
ridendo

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martedì, luglio 06, 2010

E' nato il MIDBS, Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini Stirati

E' inutile nasconderci e far finta di nulla: siamo tutti stirati. Chi più, chi meno. Lavoriamo per sfamarci. Sgobbiamo per sopravvivere. E terminiamo i nostri giorni senza aver assaporato il gusto della vita.
Ci stirano e ci facciamo stirare per bene dal primo all'ultimo giorno della nostra esistenza. Si inizia da bambini all'asilo, e si continua sino a quando siamo vecchi all'ospizio.
Siamo un'umanità stirata, stiratissima.

E' necessario quindi intraprendere un progressivo cammino di liberazione dalle varie stirerie che abbiamo messo in piedi nei secoli. Famiglia, scuola, lavoro, arte, sport, media. Ognuno a suo modo è agente stirante, agente che rende piatta e monodimensionale la nostra umanità.

Noi netfuturisti siamo voluti partire dalla scuola, colpevole di stirare milioni di bambini e ragazzi ogni anno.
E siamo voluti partire da Venezia, la più simbolicamente passatista della città italiane.
Occorre ribellarci tutti alla stireria scolastica. Dall'asilo all'università è un susseguirsi di regole, divieti e dogmi che rimbecilliscono la naturale vitalità e il naturalissimo talento dei bambini e dei ragazzi. Tutti devono raggiungere gli stessi obiettivi, tutti devono sapere (e saper fare) le stesse cose. Tutti devono essere accuratamente e perfettamente stirati, pronti per le future stirerie che offrirà la vita.

Ed è per questo che Net.Futurismo ha creato il M.I.D.B.S. (Movimento Internazionale per la Difesa dei Bambini Stirati), che, in occasione del VeneziaCamp 2010 (e in particolare all'interno de La scuola che funziona CAMP), ha invitato a difendere coraggiosamente i bambini dalla Scuola e dagli altri agenti stiranti. I netfuturisti Antonio Saccoccio, Paolo Ciccioli, Gianluigi Ballarani ed Elisabetta Mattia hanno dato vita alla prima perferenza contro la scuola stirante.

Partiamo dai bambini, perchè è il caso di proteggere prima chi non è in grado di difendersi ancora da solo. Ma la nostra azione si diffonderà presto a tutta l'umanità stirata.

Tritiamo i ferri da stiro, tritiamo chi ci vuole stirare.

Antonio Saccoccio


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lunedì, giugno 07, 2010

Boccioni, il Net.Futurismo e gli artisti cialtroni

"In Italia, il pittore o lo scultore quando non è uno snob rammollito con una mentalità larga quanto una schifosa pignatta greca o un sarcofago etrusco, è di solito un lebbroso cialtrone privo d’idee e di pulizia, il cui cervello per essere profondamente pittorico non deve andare più in là della fetida pipa" (Boccioni)
Sostituiamo i termini "pittore" e "scultore" con il termine "artista" e chiediamoci: dopo 100 anni sono valide ancora queste affermazioni?
Quando il Net.Futurismo denuncia l'imbecillità di chi si fa chiamare oggi "artista" esagera o non fa che portare avanti le opinioni di chiunque (Boccioni, Marinetti, Saccoccio, Giorgetti, Schneegass, Balice, Raimondo) sia provvisto di un buon cervello?
Andiamo avanti coraggiosamente verso l'oltre-arte, verso l'arte con la a nana.
Antonio Saccoccio net.futurista

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domenica, maggio 30, 2010

"Io faccio l'Artista!": una ricorrente farsa quotidiana

Uno dei momenti di grande ilarità a cui noi netfuturisti non rinunceremo mai è quello in cui ci sentiamo dire: "Io sono un Artista".
Non esiste per noi un momento in cui un individuo appare così palesemente ridicolo.
Sei lì che ti hanno presentato qualcuno, e dopo un po' che parla più o meno del nulla, tu ti aggrappi ad una di quelle domande per evitare che la noia ti conquisti definitivamente: "Tu di cosa ti occupi?". E l'altro: "Io faccio l'Artista". Non si può facilmente descrivere cosa in quel momento pensa, anzi sente, sente profondamente dentro di sè, un net.futurista. Un mix di compassione e disprezzo, di pietà e disgusto, presto in secondo piano per l'insorgere di una risata profonda, consapevole.
L'aspetto più esilarante della questione è che, dopo la solenne auto-dichiarazione, l'Artista normalmente crede di essersi ormai messo sul piedistallo in modo definitivo. Lui, l'Artista, di fronte a te, uomo qualunque. E magari pensa pure che da quel momento in poi non sarà più tenuto a dimostrare nulla, perchè lui, l'Artista, è al di sopra e al di fuori di ogni cosa, può permettersi anche di non dire una sola parola. Perchè lui è l'Artista, chissà cosa avrà in quella testa, anche se non parla! E chissà cosa vuol dire quel silenzio! Starà partorendo di sicuro qualche altra genialissima Opera d'Arte!
E invece, proprio in quel momento, per noi inizia il gioco che amiamo di più: mettere a nudo l'assoluta inconsistenza non solo dell'Artista, ma soprattutto dell'Uomo che si crede Artista. Che sarebbe come dire un Uomo che dichiara di essere qualcosa che non esiste. "Piacere, sono il Nulla!".
C'è da dire che la maggior parte delle volte non conviene neppure iniziare neppure questo gioco, perchè con i "pesci piccoli" sarebbe un puro gioco al massacro. Ben altra soddisfazione e ben più importante è invece ridicolizzare e smascherare "gli squali", i big del sistema dell'Arte, attorno ai quali girano a volte camionate di soldi, in modo del tutto ingiustificato.
Insomma, l'Artista ci fa tanto annoiare, ma ci fa anche tanto ridere.
Purtroppo ci sono ancora gli Artisti.
Per fortuna ci sono ancora gli Artisti.
Antonio Saccoccio

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lunedì, maggio 10, 2010

L'arte di fare network: netfuturismo - idee - intelligenze - comunicazione

Fare rete, fare network oggi. Tanti ne parlano, in pochissimi sanno di cosa parlano.

Il Net.Futurismo, che ha creato uno dei pochissimi network d'avanguardia in Italia, se la ride vedendo professorucoli parlarne filosoficamente, e crollare miseramente alla prova dei fatti. Se sai davvero cosa è un network, come si crea e si gestisce un network, allora sai anche passare alla pratica. Se invece hai letto 2-3 cretinate sui libri o sul web, allora non riuscirai mai a creare qualcosa che assomigli ad un network.

Un network deve avere innanzitutto una chiara missione attorno alla quale si aggregano i vari membri. Se non si ha nulla da dire, se non si ha una missione da portare avanti, il network non ha motivo di esistere e diventerà presto solo uno dei tanti ritrovi per perditempo. In questo primo passo crolla già il 70% dei tentativi.

Creato il network, bisogna gestirlo. Un network che funziona evolve costantemente attirando chi è capace e motivato e allontanando chi è incapace e privo di reali motivazioni.
Se c'è unione di intenti e non si commettono errori di gestione il network evolve rapidamente e costantemente. Altrimenti con altrettanta rapidità degenera e poi muore. Per gestire un network occorre essere esperti di comunicazione ed essere dotati di un'elevata intelligenza relazionale.
Nella fase di gestione crolla un altro buon 25%.

Insomma si tratta di studiare quel 5% che ce la fa a creare un network che funziona. E studiare anche il restante 95% che non ce la fa. La differenza degli approcci e delle strategie è spesso evidente. Basta saper osservare, studiare e riflettere.
Poi bisogna avere le idee.
E per quelle lo studio può non bastare.

Antonio Saccoccio


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lunedì, maggio 03, 2010

Net.Futurismo - McLuhan - media - artista - artista con la a nana

Gran parte del lavoro del Net.Futurismo è da anni basato sulla comprensione dei rapporti tra uomo e media. Per portare alla luce i meccanismi nascosti che legano gli uomini ai diversi media elettrici occorre un enorme e incessante lavoro di scavo dentro e fuori di noi. L'unico modo per gestire la nostra vita completamente immersa nei media è comprendere le relazioni strettissime che l'uomo ha con le estensioni del proprio corpo e quindi gestirle nel migliore dei modi.
"If we understand the revolutionary transformations caused by new media, we can anticipate and control them; but if we continue in our self-induced subliminal trance, we will be their slaves". Questo sosteneva il nostro Marshall McLuhan nel 1969, ormai 40 anni fa. E aggiungeva: "An understanding of media's effects constitutes a civil defense against media fallout".
Inutile davvero continuare con idioti discorsi sull'uso buono o cattivo di un medium se si ignora in modo in cui quel medium ci trasforma ed estende le nostre capacità. Occorre studiare l'impatto dei media sulla nostra psiche e la nostra sensibilità. Per McLuhan era l'artista ad avere il compito di svelare questi meccanismi nascosti, intuendoli prima degli altri. Per noi net.futuristi è l'oltre-artista ad avere questa responsabilità, un artista con la a nana, che è soltanto un uomo attento finalmente a percepire i cambiamenti della propria sensibilità.

Antonio Saccoccio

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venerdì, aprile 23, 2010

quando (tra poco) l'artista sarà considerato come un venditore di lozioni per capelli

Forse non tutti hanno ben chiara una cosa. Tra qualche decennio (si spera il prima possibile) la figura dell'Artista sarà considerata alla pari dello Stregone, del Mago, o meglio del venditore di lozioni magiche per capelli. Quando l'oltre-arte netfuturista avrà portato a termine la sua missione per la cancellazione dell'Arte con la A maiuscola e avrà diffuso ovunque la figura dell'artista con la a nana e ridotto l'uso della parola Arte e Artista ad un uso archeologico. Avremo così domande del tipo "Vi ricordate quando esisteva quella cosa chiamata Arte?".
Oppure scambi di battute simili:
"Avete presente quelli che nel XX secolo si facevano chiamare Artisti?"
"Ma chi quelli che dipingevano lo stesso quadro per 10 anni sperando di trovare il ricco fesso e ignorante pronto ad acquistarlo come opera partorita da un genio?"
"ahahah! sì, proprio loro. Sembra assurdo ma è proprio così! e pensa che in quegli anni c'erano pure persone chiamate Critici d'Arte, che avevano il compito di giustificare in qualche modo raggiri del genere, aiutando l'Artista a farsi considerare un essere superiore e illuminato da chissà quale luce divina".
"Sì, ricordo. E c'erano pure quelli che prevedevano il tuo destino tirando a caso le carte da gioco! In televisione! Sembra passato un millennio e invece fino a pochi anni fa la gente credeva a questi buffoni"
A quel punto l'umanità si sarà liberata di un'altra secolare cialtroneria elitaristica: l'Arte. Chiunque oggi ritiene l'Arte e il sistema dell'Arte una truffa colossale, aiuti il Net.Futurismo a far trionfare l'oltrarte e l'arte con la a nana.
Per l'uomo nuovo, per il nuovo mondo retarchico.
Antonio Saccoccio

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domenica, gennaio 10, 2010

netfuturisti contro le illusioni artistiche passatiste e presentiste

Molti - poveri illusi - sostengono che il vecchio mondo possa tranquillamente convivere con il nuovo. Molti - poveri sprovveduti - credono che la rivoluzione neotecnologica non abbia mutato profondamente la nostra sensibilità e la nostra intelligenza. Moltissimi - poveri imbecilli - continuano a fare Arte come se i media digitali non esistessero.

Noi netfuturisti sosteniamo che queste illusioni e queste imbecillità le pagheremo molto care.

Fortunatamente qualcuno non è così illuso sprovveduto imbecille. Ecco una sintetica ma chiarissima affermazione di Mario Costa, studioso di estetica dei nuovi media:

"Credere che le “arti tecniche” possano pacificamente coesistere assieme a quelle “tecnologiche” e “neotecnologiche”, è un errore: le arti ultime arrivate agiscono profondamente su quelle che le hanno preceduto e cambiano il loro modo di essere e di apparire: ad esempio, la pittura di dopo la fotografia non è più quella di prima, la fotografia di dopo l’immagine digitale non è più quella di prima, il cinema di dopo l’elettronica e gli effetti speciali non è più quello di prima"

Costa critica giustamente l'atteggiamento passatista, ma non meno deprecabile è per noi netfuturisti l'atteggiamento presentista. Chi ad esempio usa a scopi artistici i nuovi media in modo decorativo, senza mutare in alcun modo la concezione estetica e culturale di riferimento, è forse in una posizione ancora più ingenua di chi fa finta che in nuovi media non esistano. Sul web è praticamente infinita la schiera di cultori di fotografia, net.art, video-art, software-art che hanno una concezione dell'Arte non dissimile (e spesso anche meno nobile) a quella del pittore ottocentesco.

Potrebbe sembrare eccessiva tutta questa attenzione all'Arte, proprio quando sta già perdendo la sua specificità e sta mutando in "oltre-arte". Ma se c'è qualcuno che fa ancora Arte e non capisce che oggi si può e deve fare solo arte, è chiaro che in molti vogliano ancora vecchi paradigmi (autoritari gerarchici piramidali) nel campo del sapere e nel campo della politica.
Tutta la realtà sarà presto radicalmente e profondamente influenzata dalla "retarchia" scoperta dal Net.Futurismo.
Antonio Saccoccio

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giovedì, dicembre 31, 2009

Stupido come un pittore: da Duchamp al Net.Futurismo

Come ci si può oggi definire artisti (Artisti!) e non avere avuto per anni (decenni!) la minima evoluzione nella propria concezione dell'arte?
E' sempre più sconcertante leggere di concezioni dell'arte arretratissime.
Abbiamo più volte espresso la nostra condanna per tutta l'arte decorativa ed estetizzante: arte inutile. La battaglia è ancora lunga. Ma noi netfuturisti siamo oggi in grado di continuare sulla via aperta da Marinetti e Duchamp e in seguito portata avanti decisamente da creativi puri come Manzoni, Kosuth e altri.
Ora voglio solo ricordarvi che proprio Duchamp poteva affermare molti decenni fa:
"In Francia c'è un vecchio detto, "stupido come un pittore". Il pittore veniva considerato stupido, mentre il poeta e lo scrittore erano ritenuti molto intellingeti. Volevo essere intelligente. Dovevo avere l'idea di inventare. Non vale nulla essere un altro Cézanne. Nel mio periodo visivo c'è un po' di quella stupidità del pittore. Tutto il mio lavoro nel periodo precedente al Nudo era pittura visiva. Poi pervenni all'idea. Considerai la formulazione derivante dall'idea come un modo per sfuggire alle influenze esterne".
Il problema fondamentale non è "pittura o non pittura?". Il vero problema è "invenzione o ripetizione?". Oggi ci sono artisti che lavorano solo con i nuovi media digitali ma che hanno una concezione dell'arte tradizionalissima (passatista o presentista che sia). I pittori erano presi a bersaglio da Duchamp non in quanto tali, ma per essere anti-creativi, per ripetere modelli tradizionali senza metterli mai in discussione.
Ci vogliono idee.
Altrimenti... bête comme un peintre.
Antonio Saccoccio

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domenica, dicembre 06, 2009

Dall'Arte all'oltre-arte. L'essenziale è marciare in avanti.

Nel groviglio delle proposte artistiche (dove per "artistiche" si includono ovviamente non solo pittura e scultura, ma anche teatro, musica, cinema, letteratura etc.) che si sono rincorse nell'ultimo secolo in pochi oggi sono capaci di avere una visione chiara. Se cerchiamo poi una visione chiara e avanguardista noi netfuturisti ci troviamo a combattere quasi da soli.
Perchè tanta difficoltà ad interpretare l'attuale stato dell'arte? Semplice. Oggi per comprendere pienamente qualsiasi cosa possa essere avvicinata alla parola "Arte" occorre essere stato prima Artista e poi oltre-artista. I trentenni ed oltre sono gli unici a poter aver vissuto questa duplice condizione. Ma tra loro i più sono rimasti nell'Arte, passatisti ad oltranza, vecchi difensori di un mondo morto da tempo. Definirli passatisti non ha neppure senso, perchè i passatisti sono in questo caso strettamente imparentati con i presentisti: chi difende ancora l'Arte è un passapresentista, poichè mescola l'aria/aura sacerdotale di un tempo alla business-art contemporanea. Ma proprio in questa generazione c'è la speranza per il Futuro: quei pochi che hanno vissuto di persona la transizione tra Arte e oltre-arte, quei pochi che 15 anni fa erano e si consideravano Artisti e ora hanno preso consapevolezza che l'Arte è un animale estinto di cui continua a parlare con enfasi solo chi è totalmente al di fuori del processo creativo.
Tra quei giovani e giovanissimi che naturalmente possiedono una sensibilità oltre-artistica, solo pochissimi hanno la piena consapevolezza necessaria per condurre la battaglia netfuturista. Gli altri sono menti purissime da prendere a modello, ma da cui non ci si può aspettare un grande aiuto nelle nostre azioni d'avanguardia.
La demolizione dell'Arte è cosa fatta. La sensibilità netfuturista lo afferma da tempo. E' il grande passo che un futurista del XXI secolo deve compiere.
Siamo giunti al termine di un cammino iniziato almeno un secolo fa. Pubblico qui sotto un brano scritto da un grande futurista del secolo scorso, che presentiva già la fine, in modo incredibilmente visionario per quei tempi.

Usciamo dalla pittura?... Non lo so. Purtroppo la mente umana opera tra due linee d'orizzonte ugualmente infinite: l'assoluto e il relativo, e tra queste la nostra opera segna la linea spezzata e dolorosa della possibilità. Non temano dunque i nostri giovani amici: non vi sarà mai abbastanza audacia per uscire dalla ferrea legge dell'arte che ognuno esercita.
Verrà un tempo forse in cui il quadro non basterà più. La sua immobilità, i suoi mezzi infantili saranno un anacronismo nel movimento vertiginoso della vita umana!
Altri valori sorgeranno, altre valutazioni, altre sensibilità di cui noi non concepiamo l'audacia...
L'occhio umano percepirà il colore come emozione in sé.
[...]
Usciamo forse dai concetti tradizionali di pittura e scultura che imperano da quando il mondo ha una storia? Giungiamo alla distruzione dell'arte come è stata intesa fino ad oggi? Forse! Non lo so! non importa saperlo! L'essenziale è marciare in avanti!


Sono parole di Umberto Boccioni.
La via era già indicata. Oggi siamo noi netfuturisti ad avere quell'audacia che i futuristi del secolo scorso non potevano ancora avere.
L'essenziale è marciare in avanti.

Antonio Saccoccio

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domenica, novembre 08, 2009

Net.Futurismo verso l'abbattimento dell'Arte: ancora contro lo stile

Sono almeno 2 anni che il Net.Futurismo combatte fieramente contro l'inutile miserabile penoso Sistema dell'Arte Contemporanea. Abbiamo già parlato della mediocrità di quegli Artisti che attraverso uno Stile ben definito cercano esclusivamente di collocarsi sul mercato. Abbiamo già parlato del manifesto Contro lo stile dei pittori nucleari. Riporto a tal proposito le parole di Edoardo Sanguineti, intervistato da Antonio Gnoli (in Sanguineti's song: conversazioni immorali).
Sanguineti: Mi è capitato di scrivere che il mio stile è non avere stile.
Gnoli: Ossia?
Sanguineti: La frase ha un doppio significato: uno estetico, l'altro mondano. Un uomo senza stile è un uomo che non usa un galateo, questo è uno dei sensi. L'altro è più forte e coinvolge la responsabilità dell'intellettuale. A questo proposito ricordo che all'epoca del mio sodalizio con Baj, lui fece un manifesto in cui dichiarava che un pittore deve rifiutarsi di elaborare un suo stile, perchè il suo stile è condizionato dal mercato. E' il mercato, infatti, a volere che il quadro sia riconoscibile.
Gnoli: Il mercato segue una segreta tautologia.
Sanguineti: E' vero: se sei Chagall devi dipingere come Chagall. Se fai macchie nere su fondo verde, continua a farle. Se entri in un salotto o in una galleria e vedi dei Morandi o dei Kandinskij sei obbligato a riconoscerli. Un collezionista non tollererà che tu muti maniera da un giorno all'altro. Dirà: ho fatto tanto perchè tu sia vendibile, non smentirmi, non deludermi. Sono sempre rimasto molto impressionato dalle grandi mostre monografiche. Entri nella prima sala e si vede un giovane di grandi speranze - che si chiami Kokoschka o Matisse non importa - ed esclami: questo è uno che sa dipingere. Passi nella seconda sala: bene. Nella terza: siamo nel pieno. Nella quarta abbiamo già l'impressione di aver visto tutto. Nella quinta è meglio non entrare."

Nella nostra battaglia contro l'Arte con la A maiuscola, e in vista dell'igienico abbattimento della categoria Arte e dell'estensione delle facoltà creative a tutti gli individui, noi net.futuristi continuiamo a negare valore a qualsiasi opera ripetitiva mercantile serva del sistema e continuiamo a stimolare ogni pensieroparolazione ribelli eversivi irregolari.
Antonio Saccoccio

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lunedì, agosto 31, 2009

SIVOGA: la rivoluzione della moda


La creazione del marchio SIVOGA è l’ultimo risultato raggiunto da NetFuturismo.
Nell’ottica di coniugare arte e vita (come avrebbero detto i futuristi del secolo scorso), nella prospettiva di estendere la creatività ad ogni ambito umano (come sosteniamo noi net.futuristi) la rivoluzione nel campo della moda è un obiettivo strategico e imprescindibile.
Ci si veste ogni giorno, ogni giorno si decide il capo e gli accessori da indossare. Per questo il vestirsi deve essere necessariamente un momento creativo.
Cos’è oggi la moda ufficiale, quella delle grandi firme? Niente di più che un rituale. Un rituale consumista privo di ogni reale interesse. Ogni 6 mesi vengono proposti nuovi capi a cui non corrispondono nuove idee, ma solo nuove spinte ad un consumo compulsivo.
La rivoluzione netfuturista della moda parte dal Manifesto della controcravatta. Abbiamo preso un accessorio, il più elegante, e abbiamo dimostrato agli stilisti di tutto il mondo la loro povertà creativa. Hanno usato per decenni e decenni la cravatta solo come cappio al collo, noi proponiamo di usarla in tutti i modi possibili, posizionandola ovunque sul nostro corpo, e creando con la cravatta stessa le forme più inaspettate.
L’idea rivoluzionaria si è potuta trasformare in concreta realizzazione con il contributo fondamentale dell’azienda Forza Giovane, operante da decenni nel campo della moda. L’altissima qualità dei prodotti, che sono il frutto in molti casi di una produzione quasi artigianale, unita alla volontà di rinnovare fortemente il sistema della moda, rendono questa azienda il partner ideale per le idee netfuturiste.
Da questa sinergia è nato il marchio SIVOGA!, che il 3 settembre lancerà la propria sfida al mondo della moda con l’evento PRONTO? SIVOGA!, che si terrà al Parco Rosati (Roma Eur, in prossimità di via Cristoforo Colombo) dalle 21.30 alle 24.00.
TechnoRumorismo, VideoFuturismo, Performance Ricreat(T)ive animeranno la serata, che avrà il suo centro propulsivo della serata nella DinamoSfilata, realizzata con il contributo del pubblico stesso, che indosserà i capi SIVOGA! Al termine della serata chi avrà sfilato con maggiore originalità e vivacità vincerà il premio IoVogo!, consistente in un capo o accessorio della linea SIVOGA.
Inoltre sarà offerta a tutti gli ospiti la possibilità di creare un modello per la T-Shirt del Futuro, consegnando alla reception il tagliando contenuto nella brochure con il disegno della T-Shirt immaginata. Verranno selezionate 3 T-Shirt vincitrici, che saranno realizzate in tempo reale entro la fine dell’evento grazie ai macchinari messi a disposizione da Forza Giovane, e quindi regalate in premio ai creatori del modello.
Attesissime la prima esibizione assoluta del trio elettrico Le Borg e le improvvisazioni dei provocattori della compagnia Atuttotondo.
Da oggi moda e avanguardia possono coesistere.
SIVOGA!

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domenica, agosto 09, 2009

La ricerca affannosa dello status di Artista dentro la morte dell'Arte

La cattiva ricerca artistica si contraddistingue per un problema di fondo: non si ricerca pensando al mondo e alla vita, ma pensando al proprio inserimento nel circuito dell'Arte.
Gli pseudo-artisti contemporanei sono individui che pensano solo a farsi riconoscere come Artisti, scimmiottando o facendo il verso ad Artisti passati o contemporanei. Sono artisti inutili, che non hanno motivo di esistere. La loro attività è insignificante.

Non possiamo che dare un primo consiglio a costoro: "Non pensate ad essere Artisti e a farvi riconoscere come tali! Pensate a fare cose importanti e sensate!"

E ne aggiungiamo un secondo: "Oggi non si sa cosa sia l'Arte, anzi quasi certamente l'Arte come la immaginate (ma ne avete un'immagine almeno, o è per voi solo un titolo di nobiltà?) è - per fortuna - terminata per sempre. Affannandovi ad essere considerati Artisti, non vi rendete conto che vi affannate per essere dei Morti?"

Ecco perchè oggi questa ricerca dello status di Artista è grottesca: si cerca in realtà qualcosa che è morto.

L'unica ricerca artistica possibile rivolta direttamente al mondo dell'arte è quell'avanguardia che guarda all'arte indagandone e mettendone continuamente in discussione i dogmi e i postulati (dal Futurismo al Dada alla Conceptual Art al Net.Futurismo).

Tutto il resto è totalmente vano.

Antonio S.

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martedì, luglio 21, 2009

Gli Artisti, comici involontari del terzo millennio

Se oggi volete concedervi qualche ora di sano divertimento e non riuscite a trovare nulla che vi soddisfi, vi offro una soluzione comodo e a costo zero: intrattenetevi a parlare con qualcuno che si fa chiamare e si ritiene Artista. E' interessante studiare questi individui fuori dal tempo, che si ostinano a rivivere una categoria che è consegnata alla storia da tempo. La cosa più grottesca forse è che costoro parlano di Arte come se fosse qualcosa di chiaro e definibile. Qualcosa di scontato. Nessun dubbio, nessuna ipotesi. Come se un secolo di avanguardia fosse passato senza lasciare tracce. Tutto questo è realmente sconcertante, ma profondamente comico. Gli individui che nel secolo scorso ancora si sarebbero chiamati Artisti, ora dovrebbero essere dei ricercatori estetici, uomini inquieti, brillantissimi e realmente propulsivi, in perenne ricerca di qualcosa di nuovo. Vedere invece questi individui così chiusi e malridotti, così poveri di spunti, così "incastati", è un vero spettacolo a costo zero. Forse ciò che più suscita il riso è quel prendersi sempre sul serio, e prendersi sul serio sulla base del nulla. Perchè ci si può anche prendere sul serio, ma quando in ballo c'è qualcosa di grande. Quando sono lì che con parole vuote girano intorno ad un concetto che non esiste, che non ha peso, allora questi Artisti sono dei comici involontari. Il loro mondo è terminato. Concluso. Affannarsi per avere visibilità non ha senso se l'unica cosa che si vuole rendere visibile è il proprio nome. Occorre affannarsi per rendere visibile un'idea, un mondo, il mondo che abbiamo dentro e che scopriamo giorno dopo giorno. Questa è l'unica prospettiva per cui oggi vale la pena di battersi in nome di una ricerca che parta da quello che era ieri l'Arte per diventare qualcos'altro di molto più evoluto e più profondo. Questa è la prospettiva del Net.Futurismo.
Solo chi non ha capito nulla di arte oggi si può definire Artista.
Antonio Saccoccio

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