C’è una scena de “La
grande bellezza” che in pochi hanno sottolineato a sufficienza e che invece
vale metà del film: la performance artistica all'acquedotto romano e la
successiva intervista del giornalista Jep Gambardella (Tony Servillo) alla body-artista
Talia Concept (interpretata da Anita Kravos).
Si tratta di una scena che
mette in ridicolo le performance artistiche contemporanee, ma soprattutto l’ignoranza
e la vacuità che si nascondono dietro quelli che si fan chiamare oggi “artisti”.
Una scena che rivela una conoscenza piena del mondo dell’arte contemporanea e
dei suoi grotteschi rituali.
La performance contiene
tutti i luoghi comuni delle performance artistiche: la presenza di corpi nudi (che
siano preferibilmente “bei corpi”); la preparazione di un set, possibilmente contaminando
l’antico (l’acquedotto romano sull'Appia antica) con il contemporaneo (il palco
di legno con tanto di segnaletica stradale); i riferimenti politici, meglio se
internazionali (la falce e martello disegnata all’inguine) e comunque sempre decorativi e innocui; la presenza di
sangue; il silenzio rituale di contemplazione-attesa rotto dall’urlo
improvviso; la parola striminzita che deve risultare ambigua e allusiva a
chissà quale dramma (il grido finale “Io non vi amo!”).
E poi c’è il pubblico, sul
prato, ormai composto indistintamente da signori e signore dell’alta borghesia
annoiata e dall’altrettanto annoiata gioventù pseudo-alternativa. La gente
distesa sul prato che osserva attenta e concentrata la performance, e
altrettanto diligentemente applaude, è un ritratto del vuoto esistenziale
interclassista contemporaneo. La grande idiozia dell’arte contemporanea coinvolge
ricchi e poveri, senza più alcuna distinzione, tutti uniti nel presentismo modaiolo, tutti alla disperata ricerca di
qualcosa che li faccia sentire “diversi”, capaci di intendere qualcosa che gli
altri non capiscono. Tutti privi delle facoltà, culturali, intellettuali ma soprattutto umane, utili a decifrare la palese truffa che si cela
dietro la parola “arte”.

La successiva intervista
completa il quadro dell’Artista alla perfezione. Il dialogo tra i due è una
vera tortura per la ragazza. La quale, per trarsi d’impaccio, prova subito a
buttarla in confusione parlando di una misteriosa “vibrazione”, di natura
extra-sensoriale. Quindi, non sapendo spiegare cosa sia quella vibrazione, se ne
esce fuori con uno dei cavalli di battaglia di ogni sedicente “artista”: «Io
sono un’artista, non ho bisogno di spiegare un cazzo». Gli artisti non devono
spiegare ciò che fanno, sono artisti e basta. Ma Talia non demorde perché vuole
quell’intervista su quel giornale che ha così tanti lettori: tenta ancora di
definire la vibrazione come “radar per intercettare il mondo” e tira persino in
ballo il suo fidanzato, un artista concettuale che “rielabora palloni da basket
con i coriandoli, un’idea sensazionale”. Ma Jep si spazientisce e definisce le
parole della performer “fuffa impubblicabile”. L’intera scena si conclude
abilmente con la risata della direttrice nana del giornale, risata che copre definitivamente
di ridicolo l’artista e il mondo dell’arte che rappresenta.
Anche per l‘intervista la
descrizione dell’artista è perfetta: il desiderio evidente e continuo di
autopromozione; la consapevolezza di dover truffare il pubblico e quindi l’abitudine
a parlare il meno possibile o il più possibile con termini vaghi e privi di
senso; l’idea che i giornalisti siano complici della truffa, o perché anche
loro ignoranti o perché a loro non sta davvero a cuore ciò che pubblicano. Talia
Concept è sfortunata, perché Gambardella non è il solito giornalista cretino e
sprovveduto, ma uno che ha piena consapevolezza del ridicolo che c’è dietro
quelle performance e dietro il mondo dell’arte contemporanea. Talia Concept è
solo una Marina Abramovic di provincia, più rozza e incolta e quindi assai meno
pericolosa.
“La grande bellezza” ci
offre quindi un prezioso affresco di chi è l’artista oggi, di cosa è l’arte
oggi, di chi sono coloro che costituiscono il pubblico dell’arte oggi. Si salva
solo Gambardella, unico a capire in un mondo di imbecilli. Ma, aggiungiamo noi,
la consapevolezza di Gambardella è oggi estesa a larga parte della popolazione.
Certo, lui possiede la superiore consapevolezza di chi quel mondo lo conosce
bene, da vicino, e ne sa smascherare il ridicolo. Ma, accanto a quelli come
lui, cresce ogni giorno la consapevolezza (magari non da addetti ai lavori, ma
non meno importante) di chi proprio non ce la fa a lasciarsi prendere per il culo
da simili sceneggiate.
Si è detto che gli
americani hanno fatto vincere “La grande bellezza” perché hanno creduto che
quella fosse davvero la Roma contemporanea. Ora, a parte il fatto che i premi non
hanno mai stabilito il valore di nulla e nessuno, c’è da precisare che gli
americani avranno pure scelto il film per motivi tutti loro, ma di certo quegli
ambienti romani, ambigua commistione tra snobismo, alternativismo e volgarità,
tra presentismo pariolino e presentismo pignetino, sono perfettamente descritti, con quel po’ di
enfasi e parodia che basta per non restituire un realismo didascalico. Come nella
scena della performance di Talia Concept. Come in queste battute tra signore ben vestite, che lascio a
mo’ di epigrafe a memoria della coglionaggine esibita di tanti radical chic
romani e non.
- Hai
cambiato colore dei capelli?
- Sì, in questo periodo mi sento…
pirandelliana. Bello questo jazz, vero?
- Mica
tanto. Secondo me oggi l’unica scena jazz interessante è quella etiope.
Antonio
Saccoccio
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