LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

martedì, febbraio 18, 2020

I quattro elementi. Visioni futuriste (Galleria Futurism & Co di Roma, a cura di A. Saccoccio)


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venerdì, dicembre 02, 2016

Manifesto della ReteStudioAmbiente Futurista

Diamoci un luogo! Prendiamoci lo spazio che ci serve!

Manifesto della ReteStudioAmbiente Futurista

Amici futuristi! Abbiamo attraversato insieme un intero lunghissimo secolo, eppure manifestiamo ancora oggi, in un decennio fradicio di rampantismo mediocre e miserabile servilismo, una clamorosa indiscutibile impavida vitalità. La nostra presenza è ancora scandalosa, le nostre parole vibrante scossa elettrica. Siamo la principale forza propulsiva del Terzo Millennio.
E allora, amici futuristi, prendiamoci uno spazio ancora maggiore!
Le nostre attività oggi gravitano attorno a una sede diventata negli anni nucleo aggregante per numerose azioni futuriste. In tutta Italia (e anche oltre) abbiamo CaseStudioAmbiente Futuriste. Ne abbiamo a Roma, Torino, Palermo, Forlì, Latina, Ferrara, Viterbo, Salerno, Brema, Cracovia.
Bene! Benissimo! ma questo ancora non basta!
Occorre oggi mettere in rete tutte le CaseStudioAmbiente Futuriste e creare la ReteStudioAmbiente Futurista! Dobbiamo unificare le nostre vite unificando i nostri spazi futuristi. E dobbiamo fare in modo che sempre più passatisti, presentisti e semifuturisti si convertano definitivamente al Futurismo unendosi alla nostra ReteStudioAmbiente Futurista.

La CasaStudioAmbiente Futurista.
È la stanza, lo studio, l’intera abitazione che il futurista impregna quotidianamente della propria vitapensieroazione futurista.
La CasaStudioAmbiente Futurista sarà:
·        Poliespressiva
·        Antigraziosa
·        Diagonalizzante
·        Aggregante
·        Reteale

Nella CasaStudioAmbiente Futurista troveranno posto:
·        esposizione permanente delle Libere Creazioni Futuriste (pittura scultura fotografia moda ceramica etc.)
·        archivio del Libro Futurista (manifesti libri volantini poster e altro materiale cartaceo);
·        archivio Audiovisivo Futurista (documenti sonori e audiovisivi di registrazioni e performance futuriste);
·        elaboratori elettronici per garantire la connessione con le altre CaseStudioAmbiente Futuriste e quindi la creazione della ReteStudioAmbiente Futurista.

La ReteStudioAmbiente Futurista.
È la continua interconnessione delle varie CaseStudioAmbiente Futuriste. Questa interconnessione avviene utilizzando tutti i mezzi di comunicazione e trasporto a disposizione, nessuno escluso!
Ogni anno la ReteStudioAmbiente Futurista si manifesta platealmente in occasione di eventi tesi a garantire la massima diffusione alle novità futuriste.

Diamoci un luogo! Prendiamoci lo spazio che ci serve!

2 dicembre 2016

Antonio Saccoccio (Latina-Roma), Antonino Gaeta (Palermo)

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sabato, febbraio 20, 2016

ENDEKALOGO MARINETTIANO


ENDEKALOGO MARINETTIANO

Manifesto antologico disarmonico prospettico in elastico contrappunto ideale per l’ingigantimento dell’umanità futura

1. L’umanità cammina verso l’individualismo anarchico.

Alternativa estrema all’odierno avvilente individualismo di massa.

2. Siamo intraprenditori di demolizioni, ma per ricostruire. Sgombriamo le macerie per poter andare più avanti.

Tutti compressi schiacciati asfissiati: conseguente necessità di demolire strutturalmente
l’esistente. Ogni tentativo di riforma vano. Siamo barbari superiori: distruggiamo per rigenerare e prepariamo il mondo nuovo.

3. Bisogna distruggere l’ossessione della ricchezza.

Bisogna ridicolizzare i servi del denaro.

4. Noi vogliamo combattere contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

Opportunismo principale veleno italiano. Incapacità di costruirsi una vita con le proprie forze, assenti le grandi passioni e spinte ideali. Tentativo di servirsi delle relazioni umane per il proprio tornaconto. Utilitarismo fratello spirituale dell’opportunismo. Vltà madre di entrambi.

5. Creare vivendo. Talvolta contraddirsi. Affermare, slanciarsi, battersi, resistere, riattaccare! Indietreggiare mai! Marciare non marcire!

Affermazione spavalda e temeraria della propria unicità, del proprio coraggio, del proprio ideale.

6. La terra rimpicciolita dalla velocità. nuovo senso del mondo. Gli uomini conquistarono successivamente il senso della casa, il senso del quartiere in cui abitavano, il senso della città, il senso della zona geografica, il senso del continente. Oggi posseggono il senso del mondo; hanno mediocremente bisogno di sapere ciò che facevano i loro avi, ma bisogno assiduo di sapere ciò che fanno i loro contemporanei di ogni parte del mondo. conseguente necessità, per l’individuo, di comunicare con tutti i popoli della terra. conseguente bisogno di sentirsi centro, giudice e motore dell’infinito esplorato e inesplorato. Ingigantimento del senso umano e urgente necessità di fissare ad ogni istante i nostri rapporti con tutta l’umanità.

Immensificazione della sensibilità umana per effetto delle rivoluzioni tecnoscientifiche.
Cosmopolitismo e nomadismo di scoperta (non omologante!).
(vedi anche Herbert Marshall Mcluhan)

7. Io v’insegno a disprezzare la morte, a nutrirvi di pericolo, a rischiar la vita, come fate, per un’idea, per uno sguardo, per uno spettacolo!

Le belle idee per cui si muore. condizione oggigiorno estremamente circoscritta,
considerando la scarsità di idee circolanti.

8. A Mommsen e a Benedetto Croce opponiamo lo scugnizzo italiano.

A Hobsbawm e Umberto Eco opponiamo il troll della rete globale.

9. Bisogna dare a tutti la volontà di pensare, creare, svegliare, rinnovare, e distruggere in tutti la volontà di subire, conservare, plagiare.

Splendente utopia per la futura liberazione del genere umano da professoralismo psittacismo sgobbonismo servilismo. nel frattempo salviamo dalla vile dittatura della maggioranza i pochi che ancora pensano, creano e rinnovano. Saranno quei pochi a preparare l’utopia.

10. Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!

Il calcolo, il calcolo solo, resta ai sotto-animali!

11. Non v’è più bellezza se non nella lotta.

Nulla è bello se non si nutre di agonismo. In altre epoche, forse, lottare potrà essere superfluo, ma per noi che viviamo sopraffatti da istituzioni soffocanti e mortifere la capacità di lottare è l’unica imprescindibile per poter sperare in un futuro differente.

11 + 1. Bisogna sputare ogni giorno sull’Altare dell’Arte!

L’Arte è una truffa.
(vedi anche Dada e Internazionale Situazionista)

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venerdì, novembre 28, 2014

Simultaneità e multitasking: dal futurismo alla civiltà delle reti

La simultaneità futurista ha anticipato di decenni l'attuale multitasking.
Il cosiddetto multitasking è stato descritto qualche anno fa da Baricco in questi termini:

"Il multitasking. Sapete cos’è? Il nome gliel’hanno dato gli americani: nella sua accezione più ampia definisce il fenomeno per cui vostro figlio, giocando al Game Boy, mangia la frittata, telefona alla nonna, segue un cartone alla televisione, accarezza il cane con un piede, e fischietta il motivetto di Vodafone. Qualche anno e si trasformerà in questo: fa i compiti mentre chatta al computer, sente l’iPod, manda sms, cerca in Google l’indirizzo di una pizzeria e palleggia con una palletta di gomma. […] Il multitasking incarna bene una certa idea, nascente, di esperienza. Abitare più zone possibili con un’attenzione abbastanza bassa, è quello che evidentemente loro intendono per esperienza".

Ma ecco cosa scriveva Fedele Azari in Vita simultanea futurista nel 1927:

"Esempi di vita simultanea
Napoleone dettava piú lettere a diversi segretari alternando rapidamente le frasi.
Marinetti conversa coi futuristi simultaneamente con risposte intrecciate ed è sua abitudine il raccomandare agli interlocutori che parlino contemporaneamente. […]
I treni muniti di telefono, cinematografo e radio, le complicate poltrone meccaniche con servizio simultaneo di coiffure, manicure, pedicure, massaggio, radioaudizione e telefono, i diners dansants-variété che rallegrano i piú importanti centri cosmopoliti e mondani, costituiscono esempi caratteristicamente moderni di vita simultanea".

Il multitasking era quindi già stato praticato e descritto dai futuristi, seppur a livelli iniziali. È indubbia la parentela tra i due concetti. È indubbio che il processo che timidamente si avviava un secolo fa oggi è rumorosamente esploso. È indubbio che il futurismo ha intuito l'affermarsi di una nuova sensibilità nella percezione del mondo.

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mercoledì, agosto 27, 2014

Per una nuova marcia del coraggio, barbara e futurista

Per una nuova marcia del coraggio, barbara e futurista


«Vigliacchi! Vigliacchi! vigliacchi!» scriveva Boccioni nel suo Pittura scultura futuriste (1914), urlando il proprio disprezzo per le abitudini servili degli italiani del tempo. Era profondamente indignato (qualcosa di molto lontano dall’indignazione modaiola di oggi), perché in Italia ci si attardava «nella coltivazione delle muffe del passato» e si aveva «per vigliaccheria, l'odio del nuovo».

Abbiamo bisogno solamente di coraggio. L’Italia manca di coraggio. Gl’Italiani non sono abbastanza coraggiosi (intendo: spiritualmente). É necessaria una cura di coraggio. La storia, la cultura, l’ingegno: bellissime cose (per i vigliacchi) ma non valgono assolutamente il coraggio.

Queste parole sono invece di Giovanni Papini, altro campione del libero pensiero, altro eretico a tutto tondo. La sostanza non cambia. Papini volle scrivere questa sua Marcia del coraggio (1913) per sostenere l’assoluta necessità di essere ancora più audaci di quanto lo si fosse in quel momento (ed erano gli anni futuristi di «Lacerba», rimasti insuperati per temerità). Il coraggio alla base e prima di ogni tentativo di pensiero e azione.

Noi stessi che cantiamo il coraggio, che invochiamo il coraggio, che predichiamo il coraggio, che abbiamo fatto del coraggio il nocciolo della nostra arte, il motivo del nostro pensiero, la regola della nostra vita — noi stessi che abbiamo più coraggio degli altri, più coraggio di tutti e che ci vergognamo dell’altrui vigliaccheria come di un nostro disonore — noi stessi che abbiamo tentato di sradicare i rispetti umani, i rispetti artistici, i rispetti ragionevoli e altre religiosità e venerazioni e devozioni pubbliche e generali noi stessi non siamo abbastanza coraggiosi.

Ecco, forse dovremmo iniziare a chiederci perché occorra andare indietro di un secolo intero per ritrovare dell’autentico coraggio. Il coraggio di scrivere e dire ogni giorno quello che scrivevano e dicevano i vari Boccioni, Marinetti, Papini, Pratella, etc.
È inutile cincischiare: ancora oggi chi ha davvero a cuore le sorti dell’umanità (la propria umanità e l’Umanità in toto) deve avere prima di tutto coraggio. Inutile affermare altri magnifici ideali, inutile prospettare ulteriori visioni del mondo, se prima non ci armeremo di autentico coraggio. Solo il coraggio potrà condurci alla svolta di cui abbiamo bisogno.
Partiamo pure dalla considerazione che viviamo un periodo assai cupo della storia del genere umano (ma abbiamo mai goduto di un periodo davvero sereno?), in cui siamo ormai asserviti ai meccanismi perversi avviati dalla modernità e impaludati nell’apatia dell’habitus postmoderno. Probabilmente siamo in condizioni peggiori rispetto a quelle di un secolo fa (quando la modernità sembrava promettere meno catene e più libertà). Ora, se desideriamo uscire dalla gabbia moderna e dalla melma postmoderna (mai mix fu più deleterio), dovremo procedere con un’audacia smisurata, lasciandoci per una volta guidare anche dagli impulsi vitali più irriducibili. Bisognerà nuovamente avere il coraggio di essere presi per stronzi e per matti, per esaltati e per pagliacci. Il coraggio di essere un po’ barbari e un po’ selvaggi. Il coraggio di sputare su tutti gli idoli e gli altari consacrati dall’idiozia di massa. La massa fa paura solo a chi non ha cuore (e coraggio). Quell’ammasso indistinto di corpi-cervelli che caratterizza la contemporaneità passatista e presentista (la massa, appunto) è ovunque ci sia vigliaccheria e manchi il coraggio. I ministri trentenni (o giù di lì) che parlano come pre-adolescenti primi della classe; e i parlamentari quasi centenari sempre adorati per il loro naturalissimo moderatissimo rincoglionimento. I giornalisti di stampa e tv che ci presentano la realtà in cui viviamo con almeno un decennio di ritardo; e i docenti universitari che, per doverosa serietà scientifica e per distinguersi dai giornalisti, di decenni di ritardo preferiscono averne almeno tre o quattro. Gli artisti colti che riempiono gallerie di minchiate colossali (in grado però di stimolare l’altrettanto colossale minchioneria dei critici d’arte); e gli artisti incolti che producono le stesse minchiate, ma le espongono nel circoletto alternativo orgogliosamente addobbato con le foto del mito Che Guevara. I ragazzotti di città che si annoiano tracannando immondi bicchieri d’acqua sporca (che si vende con il nome di “mojito”); e i ragazzotti di campagna che si fanno 20 chilometri per andare in città e bere gli stessi immondi bicchieri. E poi tutte le ricche celebrità che fanno generosa beneficienza, e tutti i poveri anonimi fessi che ammirano i ricchi famosi che fanno generosa beneficienza. Di tutta quest’anodina massa di corpi-cervelli (e di molto altro) si deve far beffe il nostro coraggio. Non dobbiamo aver paura di risultare antipatici, molesti, presuntuosi, superbi, arroganti, incompresi. Ce ne dobbiamo spavaldamente fottere del senso comune. Dobbiamo liberarci dalle troppe catene (materiali morali ideologiche) che ci hanno messo e ci siamo messi addosso. Senza il coraggio di far piazza pulita del tanfo mortifero che ci circonda, non avremo mai la possibilità di costruire nulla che sia realmente vivo.
Per questo motivo, prima di ogni altra analisi, prima di ogni onesto proclama, prima di ogni buon proposito

NON DOBBIAMO AVER PAURA DI DIRE

Basta con il continuo richiamo alla pazienza, alla saggezza, alla prudenza.
Basta con gli appelli alla responsabilità, alla moderatezza e al quieto vivere.
Non abbiamo più bisogno di speculazioni certosine, di analisi cervellotiche, di sofismi variamente elaborati.
Non abbiamo più bisogno di volti seri e facce compunte.
Non ci servono professori. Non ci servono critici.
Non ci servono specialisti. Non ci servono professionisti.
Non abbiamo bisogno di lavorare duramente per sentirci vivi. E non abbiamo bisogno dello svago imbecille per riprenderci dal duro lavoro.
Non abbiamo bisogno di un medico ogni tre quarti d’ora e di un avvocato ogni quindici minuti.
Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa fare e non fare ogni trentacinque secondi.
Facciamola finita con i cavilli delle leggi scritte. E pure con i richiami alla Magnifica Legalità e alla Intoccabile Costituzione.
Basta con i vigili e le guardie. Basta con i giudici.
E poi basta con le scuole, le officine, le caserme, le prigioni, gli ospedali.
Basta con gli esami, i concorsi, le qualifiche, i titoli, i premi.
Basta con le banche e con le assicurazioni. Basta con il grigiore impiegatizio.
Basta con tutto il miserevole corredo istituzional-burocratico che abbiamo creato in secoli e secoli di civilissima condivisissima auto-repressione.


Antonio Saccoccio

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giovedì, gennaio 09, 2014

L’avventura Dada del MOMA di Hal McGee (con interpolazioni MAV)

Discussion topic:
Is MOMA dada?

È partita con questa semplice e diretta domanda un’appetitosa discussione su facebook. Che, infatti, dopo una settantina di risposte deve ancora terminare.
A lanciarla è stato HalMcGee e l’ha rivolta ai membri del MOMA (The Museum Of Musicassette Art), l’ultimo suo progetto. Un progetto brillante che prendiamo lo spunto per descrivere sinteticamente. 

Si tratta di un’altra delle trovate di Hal McGee: creare un vero e proprio Museo della Microcassetta, un museo tanto ricco da far invidia al MOMA di New York! Un Museo con ben 120 contributi sonori provenienti da tutto il globo. Grande ironia e grande leggerezza, ovviamente.
Hal McGee ha già pubblicato sul web 90 musicassette, complete di copertina, organico e dati tecnici sugli strumenti utilizzati. Quando l’intera raccolta sarà completata (il termine per l’invio delle musicassette è scaduto il 31 dicembre 2013) lui avrà a casa sua un vero e proprio Museo della Musicassetta, mentre noi ci dovremo accontentare di vederne un pallido riflesso nel sito web in cui l’interacollezione sarà raccolta


E ora arriviamo a Dada. McGee ha aperto la questione coinvolgendo più di cento musicisti e rumoristi di tutto il mondo: «Is MOMA dada?»
A questo punto si è scatenato il prevedibile scontro tra chi ha risposto in modo affermativo e chi negativo. E chi ha solo giocato. Era prevedibile. Anche Hal lo aveva certamente previsto. Hanno risposto Rafael González, Jay Decosta Peele, Massimo Magee, Seth Ossachite Stephens e altri. E sono intervenuti anche Antonio Saccoccio (chi scrive) e Stefano Balice, che – si sa – quando si alzano i toni, si lanciano sulla preda senza troppi complimenti. Questa la mia sintetica risposta: «I see irony and humor in the HAL'S MOMA. I see aRT that mocks Art (NY MOMA). All of this is fun, but also very serious. As Dada».
Con piacere abbiamo notato che Hal McGee la pensa come noi, affermando: «I can certainly say that my conception of MOMA bears the inspiration of the spirit of dada».
Ma soprattutto Hal ha condiviso le mie affermazioni più forti, quelle che non limitano Dada ad un movimento artistico storicamente concluso, ma ad una visione del mondo sempre viva, che continua sviluppandosi nel tempo come tutte le idee davvero importanti. Tant’è che oggi lo stesso McGee ha ripreso alcuni miei commenti rilanciandoli:

DADA - as is futurism - is not merely an artistic movement such as Cubism or Impressionism. DADA and Futurism are life philosophies, ideologies; indeed they are ways of living. For this reason, we can be Dada today. Indeed, we must be Dada today. These ideas are in advance of the sensibility of the majority of the population. A century ago there were 200 Dadaists, maybe today there are 200,000.
- adapted from comments by Antonio Saccoccio.

Hal aveva affermato in perfetta consonanza con le mie affermazioni: «I personally think it is a mistake to view dada as an historical art movement that ended. It is a spirit and a process». D’altronde è per questo motivo che anche il MAV (Movimento per l’Arte Vaporizzata) ha partecipato al progetto (con Tommaso Busatto, Roberto Guerra, Giovanni Nembrini, Antonio Saccoccio, Stefano Balice, Mattia Niero). Il Mav ha intravisto nei progetti di Hal McGee qualcosa di importante, quella “barbarie superiore” che cerchiamo. 


Quando affermo che un secolo fa erano Dada in 200 e oggi lo sono in 200.000, sto riaffermando con consapevolezza la possibilità che le idee radicali lanciate cento anni fa da poche decine di avanguardisti siano oggi condivise da migliaia di individui in tutto il mondo. Si sta creando (forse in parte si è già creata) un’avanguardia di massa, possiamo chiamarla anche un’“avanguardia postmoderna” (e già vediamo i soliti schizzinosi benpensanti storcere il muso). Si tratta di comprendere che ancora non ci può essere in decine di migliaia di uomini e donne una consapevolezza pari a quella che avevano Marinetti, Boccioni, Tzara, Huelsenbeck, Duchamp, Breton, Debord. Ma d’altra parte noi sappiamo anche che, ad esempio, neppure tra le poche decine di futuristi attivi tutti erano consapevoli allo stesso modo: vogliamo credere che Buzzi, Folgore o Altomare avessero la stessa consapevolezza di un Boccioni? Certamente no. E anche oggi è così, solo che i numeri sono incredibilmente cresciuti. Intendiamoci, a fare da apripista restano in pochi. Di Hal McGee non ce ne sono a migliaia, ma esistono centinaia, migliaia di partecipanti ai vari network che portano avanti operazioni radicali come quella del MOMA. È un’avanguardia che è assurdo chiamare ancora avanguardia artistica, perché è troppo evoluta per essere ancora “arte”. Oggi si può ancora chiamare “arte” roba totalmente reazionaria e inservibile come la produzione di Koons e di chi è nel cosiddetto “mercato dell’arte”. Sarebbe offensivo chiamare con lo stesso termine operazioni brillanti come quelle di Hal McGee. Per questo motivo noi chiamiamo da tempo queste operazioni con il termine “oltre-arte”, qualcosa che si sta sganciando definitivamente da quello che nel XIX secolo chiamavamo “arte” e che le avanguardie del XX secolo (dal Futurismo al Dada, da Fluxus al Situazionismo) hanno totalmente demolito.

Ma torniamo alla discussione sul Moma-Dada. Ad un certo punto è intervenuto Anthony Donovan, che, contrapponendosi alle nostre precedenti affermazioni, ha scritto: «Dada, like say the French Revolution or the Vietnam War. Dada is historically specific in the same way». È noto che questa visione di Dada (o del Futurismo) come movimenti artistici conclusi è difesa soprattutto dai collezionisti d’arte e dai docenti universitari (entrambi hanno una grande dimestichezza con le cose morte e pochissima con quelle vive). Donovan ha ricevuto argomentate risposte, ma non si è rassegnato, convinto delle proprie ragioni. Purtroppo la discussione è degenerata e si è arrivati alle solite accuse che da cento anni almeno sopportano le avanguardie: mancanza di serietà e dilettantismo. Certamente, nessun seguace di Dada (del Dada concluso e di quello ancora vivo!) avrebbe qualcosa da rispondere a queste accuse: tutti i Dada sarebbero fieri di non essere seri e di essere dei dilettanti! L’unica cosa seria è beffarsi della serietà. La discussione si è chiusa così nella reciproca incomprensione ma nella più completa soddisfazione di entrambe le parti. Chi fiero della propria serietà, chi fiero del proprio Dada. 

(Sia chiaro: che ci si possa definire Dada non è assolutamente importante. E' importante ciò che si fa, non come ci si definisce. E questo Hal McGee lo sa, il MAV lo sa. Per questo motivo si può e deve ridere di questa cosa del Dada. Fino a quando qualcuno non la prende troppo seriamente. Allora si ride con un lato del cervello, e con l'altro si fa finta di essere seri).

Le avanguardie difficilmente possono morire, perché sono delle visioni del mondo, delle filosofie di vita in grande anticipo sui tempi. Quanto di ciò che dicevano i futuristi si è oggi realizzato? Quanto di ciò che auspicava Dada è compiuto? Una minima parte, purtroppo. E per questo essere oggi futuristi e Dada ha ancora un gran senso. Per chi vuole. Per tutti gli altri, ci sono tanti altri modi per occupare le giornate.

Antonio Saccoccio

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mercoledì, ottobre 09, 2013

Disordini in Accademia: futuristi, passatisti e presentisti tra performance e vita vera

Domenica pomeriggio, quasi rissa all'Accademia di Belle Arti di Roma. Nel corso dell'evento Corpi di-segni d'arte (curato da Vitaldo Conte e con la partecipazione, tra gli altri, di Salvatore Luperto e Lamberto Pignotti) è stato presentato il cd Pulsional RU.MO.RE! (Avanguardia 21 edizioni). Sono intervenuti i curatori del progetto: Vitaldo Conte, Antonio Saccoccio, Helena Velena. I primi due hanno esposto le basi storiche e teoriche su cui si innesta il progetto, dal punto di vista poetico (V. Conte), musicale e d'avanguardia (A. Saccoccio). A questo punto è intervenuta Helena Velena, che ha contestualizzato politicamente e socialmente il fenomeno, e lo ha fatto con la solita energia fisica e ideale: ne è nato un pandemonio. Dopo circa dieci minuti un paio di persone hanno iniziato ad agitarsi più del normale, interrompendo Helena, criticandola, arrivando presto ad offenderla. A freddo, è necessario capire cosa è successo realmente. Lo scandalo non è stato tanto nei contenuti pesanti da lei proposti, perché altrettanto pesanti erano state le considerazioni di chi l'aveva preceduta. Il pubblico in queste occasioni è talmente accomodante e accomodato sulle accademiche sedioline che non si sognerebbe mai di intervenire a quel modo. A risvegliarlo è stato il tono usato da Helena, che è semplicemente il suo tono, polemico, ribelle e indignato. Ciò che ne è uscito è nella tipica tradizione d'avanguardia: il pubblico intervenuto ha chiesto "rispetto", rispetto del proprio "gusto", con puntuali richiami all'ordine, al rispetto del potere costituito, e del senso comune, sbandierando frustrazione e rabbia decennale, ignoranza senza confini, personalissimi insulti, prima timidi e via via crescenti man mano che la frustrazione e il senso di impotenza in loro aumentava. Il tutto proseguendo anche quando l'evento era finito da un pezzo. Inutile raccontare che più le proteste e gli insulti aumentavano più noi pulsionalrumoristi eravamo visibilmente soddisfatti. Sentire gente che, mentre parli d'avanguardie, difende a spada tratta Gino Paoli e Ottorino Respighi, non può far che sorridere teneramente. Sentire gente che in discorsi d'avanguardia pretende il rispetto per il pubblico fa ridere grassamente. Erano cascati in una trappola banale, il secolare scontro passatisti-futuristi, da cui per ignoranza non riuscivano ormai a tirarsi fuori (la storia, in questi casi, sarebbe davvero maestra, almeno per evitare figuracce del genere). Erano alla fine in due su cinquanta a protestare, forse tre. Abilmente chi aveva riconosciuto la dinamica si era smarcato e aveva preso le distanze. Emblematico in questo il professor Giorgio Di Genova, che si autodefiniva a quel punto "non pubblico". Ma cosa facevano gli altri spettatori? La quasi totalità era bloccata sulle sedie, non reagiva neppure come i due di cui sopra. Solo ad evento concluso arrivavano in tanti a complimentarsi per aver "finalmente ravvivato questi incontri", perché "c'è bisogno di cose come queste in questo ambiente". Questo potrebbe sembrare incoraggiante, ma purtroppo non è tutto come sembra. Come gli insulti di un passatista, per giunta ignorante, possono essere super-graditi a chi vuol portare aria nuova, i complimenti possono risultare imbarazzanti. Il motivo è semplice: la maggioranza delle persone che aveva partecipato come pubblico all'evento (e che mostrava apprezzamento per noi) aveva percepito e definito l'intervento di Helena come una "performance". Helena aveva il suo bel da fare nel ribadire: "Guardate che quella non è una performance, io sono così, parlo così, mi agito sempre così". Cosa che posso confermare, anche in un bar o un locale Helena si agita e parla a quel modo: chi sente davvero qualcosa non ha bisogno di fare una performance per essere vitale. Ma in Accademia non c'era nulla da fare. Il pubblico, costituito in prevalenza da persone avvezze ad avere a che fare con l'arte e gli artisti, aveva imprigionato la forza dell'intervento di Helena nell'ambito dell'Arte, distanziandola così dalla Vita, l'unica cosa di cui Helena (e il sottoscritto) vogliono parlare. Questo episodio la dice lunga sul livello di crisi del mondo dell'arte contemporanea. Chi vive a contatto con quel mondo non è capace più di percepire nulla di reale, di vero, di vivo e vitale. Riconduce tutto ad una categoria chiusa e morta, tenuta in vita artificialmente, con danno di tutta l'umanità. Qualcuno ha affermato anche diplomaticamente: "Bella la performance, certo i contenuti sono per me discutibili". Che? Se di una cosa non mi piacciono i contenuti, la contesto, non dico che è "bella"! Forse allora sono più vivi i passatisti che hanno protestato, insultato ed esibito volgarmente la loro ignoranza? Forse dobbiamo preferire loro? Beceri, ma ancora un po' vivi? Forse sì, forse no...
Un passo indietro nel secolo scorso. Quando futuristi e dada provocavano il pubblico nei teatri o per le strade non volevano fare "performance", volevano ricostruire il legame tra arte e vita, volevano portare la vita nel mondo morto dell'arte. Erano persone sempre performative, perché erano vive, e non lo erano solo quando erano sul palco, lo erano sempre, anche e soprattutto quando discutevano tra di loro, quando non c'era un pubblico presente. Era una "performance" il tirarsi a vicenda arance e patate in faccia? No, si voleva solo svegliare il pubblico che dormiva sulle poltrone del teatro, si voleva ristabilire il contatto vitale con il pubblico. Non si voleva essere applauditi per la performance. Questa è una degenerazione dei nostri tempi, in cui vediamo l'attore-artista che si mette una maschera e fa la propria performance simulando parti di vita, performance perfettamente ridicola perché in realtà estranea alla propria vita. La performance è  pura finzione, puro presentismo, realtà addomesticata. L'urlo della vita definito "performance" è la sconfitta dell'essere umano. Estetizzare un urlo autentico assorbendolo nella dimensione rassicurante dell'arte è come scambiare un guerriero autentico per una maschera di carnevale. L'urlo di Helena scambiato per "performance" deve farci quindi riflettere, deve metterci paura sullo stato di degrado a cui è giunta l'estetizzazione e la spettacolarizzazione di ogni aspetto della vita.
In fin dei conti i complimenti alla performance sono presentisti, tanto quanto è passatista il musicista che si alza e loda Respighi. Con la differenza che mentre l'antidoto al passatista è stato trovato da tempo (quasi tutti ormai riconoscono nel passatista ignoranza, viltà e beceraggine), quello al presentista è ancora tutto da scoprire. Il presentismo è oggi vincente, anche tra chi non è totalmente sprovveduto. Per demolire il presentismo occorre demolire la categoria dell'Arte, occorre vaporizzarla fino a dissolverla. Non c'è altra via. I presentisti tendono a recuperare all'interno dell'Arte qualsiasi cosa di minimamente fuori dall'ordinario. E se qualcosa è eccessivo per i loro gusti, allora diventa una "performance". L'urgenza della vita recuperata all'interno del rassicurante e patinato mondo dell'Arte. Nulla di più pericoloso per chi ama davvero la vita.


Vitaldo Conte, Helena Velena, Antonio Saccoccio
(Roma, Accademia di Belle Arti, 06/10/2013)



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mercoledì, ottobre 31, 2012

Anarchia e Futurismo: verso un’alleanza contro il nemico comune


Manifesto / lettera aperta agli anarchici e ai futuristi

Anarchia e Futurismo: verso un’alleanza contro il nemico comune

Premessa

Il confronto tra futuristi e anarchici è questione ormai secolare. Esattamente cento anni fa, nel 1912, Renzo Provinciali dalle pagine della rivista anarchica «La barricata» pubblicò il manifesto Futurismo e anarchia, in cui affermava: «Gli anarchici sono sempre stati profondamente futuristi, e comprenderanno l’impellente bisogno di penetrare ne l’ideale Futurista, nel vero Futurismo, Futurismo libero da le dittature e da le ambizioni e così gli anarchici saranno ancora più perfetti, più coscienti de le rivendicazioni politiche e artistiche. Dunque futuristi-anarchici e anarchici-futuristi, due ideali, due classi di persone che si completeranno a vicenda». Con queste chiarissime parole, e altre di tono simile presenti nel medesimo testo, Provinciali riusciva a spiegare il motivo per cui futuristi e anarchici avevano bisogno gli uni degli altri. Noi oggi, dopo la sostanziale sconfitta del futurismo e dell’anarchismo (perché i pochi successi non possono farci dimenticare che viviano in una società passatista e gerarchica al massimo grado), dobbiamo interrogarci ancora su tale questione e dobbiamo farlo con la massima serietà e lucidità.


Avanguardia politica e avanguardia artistica: ideal-utopismo e mistica dell’azione

Perché i futuristi hanno bisogno degli anarchici? E perché gli anarchici hanno bisogno dei futuristi? C’è un primo motivo, che è quello già espresso un secolo fa da Provinciali: l’avanguardia non può limitarsi ad un solo campo, gli anarchici sono l’avanguardia politica e i futuristi l’avanguardia artistico-letteraria, l’una senza l’altra non ha senso, quindi bisogna allearsi. Non è concepibile in sostanza un atteggiamento di retroguardia in arte e di avanguardia in politica, così come non è concepibile il contrario. Questo è indiscutibile e tutto sommato valido ancora oggi. La necessità è sempre quella di unire due mondi che hanno bisogno l’uno dell’altro e che da isolati non possono che soccombere, perché visioni parziali.
Ciò che rende importante, se non la fusione, almeno la contaminazione e cooperazione tra anarchici e futuristi è la necessità di porre fine a tendenze estremiste poco igieniche, tendenti o alla pura utopia o alla brutale concretezza, che negli uni e negli altri affiorano assai di frequente. Mi spiego: la vera forza del pensiero anarchico è quella di riuscire a pensare ad un mondo radicalmente differente da quello attuale, questo aspetto rende unica la ricerca anarchica rispetto ad altri modelli che pure hanno un vasto seguito. Ora, a ben vedere, questa forza è anche la debolezza dell’anarchia: perché spesso questo radicale rinnovamento sembra così lontano e arduo che ben presto ogni tentativo di attuarlo diventa vano, velleitario e si finisce così per propendere per la pura elaborazione teorica, certo ammirevolissima, ma che perde troppo spesso contatto con la modificazione della realtà (che viene limitata ad episodiche scaramucce di strada utili ormai solo a chi aspira all’identificazione anarchici=bombaroli). I futuristi, da parte loro, sono i “mistici dell’azione”, la loro volontà, che è anche la loro forza, risiede nella modificazione concreta e brutale della realtà. Ma anche per loro il punto di forza, lo sappiamo per esperienza, può diventare una debolezza: spesso i futuristi, pur di raggiungere obiettivi concreti, perdono di vista i loro ideali di partenza (e in questo caso il futurismo visionario diventa un presentismo terra terra). In fin dei conti l’accettazione, seppure parziale e a malincuore (è ormai noto a tutti che futurismo e fascismo sono teoricamente inconciliabili), della vittoria del fascismo in Italia fu considerata dai futuristi in questi termini: il fascismo aveva pur realizzato concretamente qualcosa, aveva tradotto idee nuove (anche se ormai non più futuriste) in azione. E questo servì a Marinetti e soci in qualche modo da giustificazione per il fallimento futurista in ambito politico. Con il senno di poi si può dire che fu una scelta decisamente controproducente: sarebbe stato preferibile arrivare allo scontro frontale con Mussolini, gli argomenti non mancavano di certo.
Insomma futuristi e anarchici sono ribelli, libertari, antiparlamentari, anticlericali, hanno tanto in comune, comprese alcune debolezze. Ora, è evidente che un secolo fa la differenza che notava Provinciali era reale: agli anarchici interessava più il lato politico, al Futurismo interessava più il lato artistico-letterario, ma anche questo era vero fino ad un certo punto, perché sappiamo che per Marinetti la politica era fondamentale, proprio perché gli dava un appiglio concreto alla realtà (il problema risiedeva invece nel fatto che il fondatore del Futurismo aveva, tra il 1909 e il 1912, messo tra parentesi “il gesto distruttore dei libertari” e “le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa” del primo manifesto, per mettere maggiormente l’accento sul militarismo e il nazionalismo). Oggi, tornando al problema posto sopra, si tratta ancora di comprendere che la difficoltà per pensieri d’avanguardia come quelli portati avanti da anarchici e futuristi risiede nella conciliazione tra la dimensione ideal-utopica e quella realizzativa. A mio avviso gli anarchici hanno tutto da guadagnare nel frequentare i futuristi, perché frequentandoli non corrono il rischio di perdersi in infinite e perfettissime teorizzazioni che portano tutte invariabilmente alla paralisi; con i futuristi gli anarchici possono mettere in pratica costantemente il loro pensiero (per mezzo di performance, happening, sabotaggi mediali, etc.). Allo stesso modo i futuristi devono frequentare gli anarchici, perché hanno spesso bisogno di vivificare con massicce dosi di ideal-utopia anarchica il loro istinto vitalistico che li conduce frequentemente al vano presentismo (e non di rado sulle soglie di quella sperimentazione artistica separata dalla vita reale, che costituisce invece la negazione dell’autentico futurismo).


Gli ostacoli: varietà delle correnti interne ed esterne

Premessa: inutile soffermarsi troppo sul fatto che la maggioranza di coloro che si dichiarano oggi anarchici o futuristi non hanno, ahimè!, nulla di anarchico e nulla di futurista. Questo testo non è rivolto a chi si definisce anarchico o futurista, ma a chi è realmente anarchico o futurista. Per essere anarchico e/o futurista bisogna innanzitutto sentire profondamente la vita scorrere per tutto il corpo (e questo è un fatto puramente caratteriale istintuale). Quando si avverte la presenza pulsante della vita non si può che desiderare l’abbattimento delle convenzionalità paralizzanti e dei vincoli raccapriccianti che ci ammorbano quotidianamente. Secondariamente occorre capire che quello che si sente con tanta evidenza in corpo si chiama anarchia e/o futurismo (e questo è un problema intellettuale e culturale). Chi è in cerca di facili avventure, magari perché si annoia e/o ha una vita mediocrissima, e si definisce anarchico o futurista, non solo non è né anarchico né futurista, ma è più propriamente un imbecille. L’anarchico e il futurista sentono pulsare dentro di loro questi ideali e non hanno alcun tempo da perdere con chi cerca passatempi e capricci radical chic. Chiusa la premessa, veniamo al problema più complicato da risolvere, che è di natura puramente culturale e intellettuale.
Innanzitutto le classificazioni. Ci sono futuristi di varia natura, e anarchici di varia natura. Ci sono futuristi bellicisti, futuristi spiritualisti, futuristi nazionalisti, futurdadaisti (e persino futurfascisti), così come ci sono anarcoindividualisti, anarcosocialisti, anarcosituazionisti (e persino anarcocomunisti). Ora, se pensiamo che già all’interno delle due rispettive famiglie ci sono seri problemi di convivenza e ci si tollera appena, è chiaro che la convivenza tra anarchici e futuristi rischia di diventare una chimera. Al limite potrebbero essere solo gli estremi delle due famiglie ad essere incompatibili: i futurfascisti a prima vista hanno difficoltà ad integrarsi con gli anarchici, così come gli anarcocomunisti a dialogare con i futuristi. Anche questa osservazione è tuttavia limitata al livello teorico, in quanto spesso tali definizioni sono più formali che reali. Bisognerebbe sempre confrontarsi e scontrarsi sulle idee e non sui termini. Insomma, lo stesso Marinetti, prima di essere bollato (e non certo per pura fantasia) come nazionalista e bellicista, aveva fondato «Poesia», una rivista internazionalissima, tanto che il giornale anarchico «La rivolta» così ne scrisse: «Raccomandiamo vivamente ai nostri amici di leggere la rassegna internazionale Poesia di F. T. Marinetti. È una lettura molto interessante e originale».


L’aggregazione senza aggettivi

Le differenze, abbiamo visto, non ci sono solo tra anarchici e futuristi, ma anche tra le varie declinazioni futuriste e anarchiche. Come arrivare, quindi, a quella cooperazione che - si è detto - serve tanto ad entrambi? Il punto di partenza è quell’elasticità e duttilità del pensiero che solo hanno le intelligenze piene. Chi guarda solo al proprio credo senza fare un passo per comprendere e avvicinarsi al credo altrui, non solo non è anarchico né futurista, ma è animato da quello spirito accademico radical-reazionario che va allontanato sempre da qualsiasi pensiero avanguardista. L’avanguardista sente i propri simili, non si fa prendere per il sedere dalle dichiarazioni d’intenti. In fondo i grandi futuristi e i grandi anarchici hanno sempre mirato all’unione. Queste sono le parole di Errico Malatesta: «Per conto mio non vi è differenza sostanziale, differenza di principi tra “individualisti” e “comunisti anarchici”, tra “organizzatori” e “antiorganizzatori”; e si tratta più che altro di questioni di parole e di malintesi, inaspriti ed ingigantiti da questioni personali». E poi: «In quanto all'organizzazione o alle organizzazioni nel senso del partito, vi è forse chi vorrebbe che gli anarchici restassero isolati gli uni dagli altri? Certamente che no. [...] Io dissi che “nei loro moventi morali e nei loro fini ultimi anarchismo individualista e anarchismo comunista sono la stessa cosa o quasi”. La questione, secondo me, non è dunque tra “comunisti” e “individualisti”, ma tra anarchici e non anarchici».
Filippo Tommaso Marinetti, che si era recato in Russia con la speranza di allearsi con i futuristi locali, si sorprese non solo dell’ostilità dei futuristi russi nei suoi confronti, ma anche delle tendenze separatiste all’interno dei vari gruppi futuristi russi: «Non capisco perchè dobbiate litigare sempre! Possibile che non siate capaci di elaborare una piattaforma comune e di aprire un fuoco tambureggiante contro il nemico? Noi futuristi italiani abbiamo sacrificato i dissensi personali per amore della causa comune».
Evidentemente i leader naturali (leader in senso buono, quindi) sono dotati di quell’elastica intelligenza che porta a capire quando è il caso di compattare il gruppo e quando è il caso di fortificare le idee. Bisognerebbe arrivare prima ad un “futurismo senza aggettivi”, proprio come si è tentato di arrivare ad un “anarchismo senza aggettivi”. E a quel punto pervenire ad un unico AnarcoFuturismo (o FuturAnarchismo) che comprenda sia anarchici che futuristi. Tutto lo spazio ovviamente per tutte le individualità, le correnti, le differenze che non possono che portare ricchezza, ma alla fine è pur necessaria una piattaforma minima comune per far fronte comune.
Marinetti, ricordiamo anche questo, ci provò concretamente. Dalle pagine de «La demolizione» pubblicò l’articolo, quasi manifesto, I nostri nemici comuni, in cui invitava gli anarchici ad un’azione comune: «Le ali estremiste della politica e della letteratura, in un battito frenetico, spazzeranno i cieli fumanti ancora dall’ecatombe. Tutti i sindacalisti, di braccia e di pensiero, della vita e dell’arte, distruttori e creatori, anarchici della realtà e dell’ideale, eroi di tutte le forze e di tutte le bellezze, noi avanzeremo danzando con una stessa ebbrezza sovrumana verso le apoteosi comuni del Futuro!». Il direttore della rivista, Ottavio Dinale, recepì lo stimolo e rilanciò invitando all’“Unione delle forze rivoluzionarie”. Ma non se ne fece nulla.
Anarchici e futuristi oggi hanno l’occasione di sfruttare i nuovi media digitali, che nella loro essenza si configurano come profondamente anarchici e profondamente futuristi, profondamente anti-gerarchici e profondamente anti-tradizionali, per costituire un fronte comune. Perdere questa occasione di comoda aggregazione, per stare lì a delimitare il proprio recinto di influenza e competenza, significherà ancora una volta fare il gioco delle gerarchie e delle forze della conservazione che gestiscono il potere. Quando ci sono in gioco obiettivi tanto importanti, le differenze vanno esaltate, ingigantite nella comune aggregazione e nel serrato confronto, non devono diventare in alcun modo invalicabili barriere irte di dogmatismo.
L’invito è rivolto quindi agli anarchici e ai futuristi, affinchè si apra immediatamente un confronto per individuare quegli obiettivi minimi su cui fondare un’alleanza contro il nemico comune.
Sì, il nemico comune. È lì, visibilissimo e fortissimo, insensibile, sfrontato e arrogante. Ma è anche troppo incurante dell’agguato che gli stiamo preparando e del tutto sprovvisto delle nostre visioni, della nostra energia, del nostro entusiasmo, della nostra generosità, della nostra ansia di ribellione e di liberazione. Ed è per questo che lo sconfiggeremo.

Antonio Saccoccio



Firmatari

Gianluigi Giorgetti
Stefano Balice
Klaus-Peter Schneegass
Kristian Fumei
Roberto Guerra
Laika Facsimile
Mario Adesposta
Silvia Vernola
Raimondo Galante
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lunedì, agosto 27, 2012

Filippo Tommaso Marinetti contro l'antisemitismo


Forse non tutti sono a conoscenza del fatto che Filippo Tommaso Marinetti e gran parte dei futuristi si opposero fermamente alle leggi razziali e alla condanna nazista dell'arte degenerata. Questa loro irriducibile posizione li rese oggetto di numerosi attacchi da parte dei fascisti più intransigenti. In particolare Telesio Interlandi, il teorico dell'antisemitismo in Italia, l'autore del Contra Judaeos, attaccò vigorosamente Marinetti dalle pagine del giornale Il Tevere, accusandolo di compiere "propaganda giudaica". Ricordiamo che in quegli anni Marinetti è già membro della Reale Accademia d'Italia, l'istituzione che ha il compito di sostenere culturalmente e ideologicamente il fascismo (e che avrebbe assorbito anche la pur tricentenaria Accademia dei Lincei), quindi le posizioni del fondatore del Futurismo sono particolarmente coraggiose e molto scomode. Queste notizie sono poco note ai più per un semplice motivo: la maggioranza della critica, soprattutto quella di orientamento marxista, ha provato ripetutamente a stravolgere l'ideologia futurista, mettendone in evidenza soltanto singoli aspetti. Eppure ci sono notizie di diffusione pubblica, come si può vedere dalle seguenti righe tratte nel dizionario biografico della Treccani, che è necessario portare all'attenzione di chi è interessato a tali questioni.
A sostegno della campagna antiebraica, il 5 agosto 1938, Interlandi prese a pubblicare il periodico La Difesa della razza, una rivista che intendeva sostenere il razzismo su basi rigorosamente scientifiche: infatti non mancavano fra i collaboratori esponenti di varie discipline scientifiche (biologi, antropologi, sociologi, ecc.). La rivista partì molto bene, con una tiratura iniziale di 140.000 copie, ma di lì a un paio d'anni la tiratura scese a 20-25.000. In coincidenza con la promulgazione delle leggi razziali, Interlandi dette alle stampe un opuscoletto, Contra Judaeos (Roma-Milano 1938), in cui era contenuto il distillato del suo antisemitismo.
Il libello ricevette, dalle colonne del Corriere della sera, un'entusiastica recensione di G. Piovene, mentre una reazione alle sconce argomentazioni dell'Interlandi venne - nel dicembre di quell'anno - con l'uscita di un numero della rivista Artecrazia, il cui direttore, M. Somenzi, si lanciava con forza contro l'antisemitismo e i suoi sostenitori, validamente appoggiato da F.T. Marinetti che in un altro articolo, apparso nello stesso numero della rivista, accentuava i toni della polemica, bollando la profonda corruzione e ipocrisia degli artefici della campagna contro gli ebrei.
 Forse è il caso di farlo notare: in quel periodo il Corriere della sera si esaltava per l'antisemitismo di Interlandi, mentre Marinetti, i futuristi e il loro giornale Artecrazia difendevano gli ebrei. Li difendevano a tal punto che Mussolini ad un certo punto perse la pazienza e affermò: «Marinetti la pianti di credere che il regime voglia lo sterminio degli ebrei. Si tenga i suoi amici, i suoi discepoli ebrei. Nessuno li disturberà mai».

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venerdì, marzo 30, 2012

Anarchismo (e futurismo) per Renzo Novatore

Futurismo e anarchismo sono due strade di ribellione destinate ad incrociarsi inevitabilmente. Il fuoco vitale e volontaristico che brucia nelle anime dei futuristi e in quelle degli anarchici è spesso indistinguibile. Alcuni testi di Renzo Novatore (1890-1922), anarchico che nel suo breve percorso incrociò il Futurismo, dimostrano perfettamente quanto gli anarchici siano profondamente anche futuristi.
Nell’anarchismo – in fatto di vita praticamente e materialmente vis dei due diversi concetti filosofici, comunistico e individualistico, che lo dividono nel campo teorico, due istinti spirituali e fisici i quali servono a distinguere due temperamenti di proprietà comune a tutte e due le tendenze teoriche e filosofiche. Pur figli entrambi della stessa sofferenza sociale, abbiamo due istinti diversi che ci danno due diverse sofferenze di origine edonistica.

Vi sono quelli che soffrono – direbbe il Nietzsche – per esuberanza di vita (comunisti e individualisti) e vi sono quelli che soffrono d’impoverimento della vita. A questi ultimi appartengono quei comunisti e quegli individualisti amanti della quiete e della pace, del silenzio e della solitudine. Ai primi appartengono quei comunisti e quegli individualisti che sentono l’io interiore che sentono l’io interiore come un possente fremito dionisiaco traboccante di potenza, e la vita come una manifestazione eroica di forza e di volontà. Sono coloro che hanno il bisogno irresistibile di gettare la fiamma del loro “io” contro le muraglie del mondo esteriore per scardinare e vivere la tragedia. Noi siamo di questi!

Oggi la storia dell’umanità è giunta a uno – forse il più grandioso – di quei suoi tanti vortici ove l’anima dell’uomo è chiamata a rinnovarsi radicalmente sulle rovine magnificamente orrende del fuoco e del sangue, della catastrofe e della distruzione, o cristallizzarsi vigliaccamente nel decrepito e cadaverico concetto di vita che ci ha dettato e imopsto l’anacronistica socità borghese.  
Il vitalismo e il volontarismo degli autentici futuristi appartengono anche a Novatore. L'audacia, e quindi la lotta contro tutti gli atteggiamenti vili, è un'altra caratteristica imprescindibile per i ribelli anarchici e futuristi. Come lo è l'istinto dionisiaco-nitzscheano. 
Se questo pugno di audaci non balzerà fuori dall’ombra per gettare sulla laida faccia della società borghese il nero guanto di sfida e di rivolta, i rettili della demagogia politicantesca e tutti i saltinbanchi speculatori ed ipocriti dell’umano dolore rimarranno essi i padroni del campo e sul tragico sole rosso che cerca illuminare l’oscuro vortice della cupa storia che passa, getteranno l’oscena maschera di biacca portata sul libero orizzonte dell’umano pensiero da quel debosciato arlecchino che nomasi “Marx” e tutto finirà in una commedia turpe e grottesca innanzi alla quale ogni anarchico dovrebbe suicidarsi per dignità e per vergogna.


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domenica, gennaio 29, 2012

MAV - Movimento Arte Vaporizzata

Il MAV, Movimento Arte Vaporizzata, è un movimento oltre-artistico aperto, nato sul web dalle menti di alcuni tra i più attivi rappresentanti del del Gruppo IDRA, Net.Futurismo, del Movimento per l’Arte Cervicale, etc.
L’obiettivo principale del MAV è attaccare e sgretolare tutto il sistema museificato, mercantilistico e parassitario dell’arte. Per raggiungere questo igienico obiettivo occorre salvare ciò che è ancora salvabile dell’arte, e cioè lo spirito sintetico critico ironico ribelle sovversivo, e condurlo al di fuori dei sacri recinti dell’Arte. Parallelamente, ma non secondariamente, vaporizzare con l’Arte quella penosa figura che oggi si fa ancora chiamare Artista.

Il MAV ritiene che vaporizzare l’arte sia l'unica strada attuabile oggi per superare finalmente l'arte, anzi per realizzarla, come auspicava l’Internazionale Situazionista.


Uccidiamo dovunque la solennità. Via! non prendete di queste arie da grandi
sacerdoti, nell'ascoltarmi! Bisogna sputare ogni giorno sull'Altare dell'Arte!
(Manifesto del Futurismo, febbraio 1909)

Siamo degli artisti soltanto in quanto non siamo più degli artisti: stiamo
realizzando l'arte.
(Internationale Situationniste, n. 9, agosto 1964)


Non credete nell’Arte.
L’Arte è una truffa, l'Arte è un enorme raggiro.

(Movimento Arte Vaporizzata, gennaio 2012)

Il MAV è costantemente in fase di espansione e ha già stretto alleanze con figure di primo piano dell'avanguardia contemporanea. L'assetto anti-gerarchico del MAV facilita i nuovi ingressi e le ibridazioni continue con movimenti gruppi individui di affine sensibilità. La sfida è appena cominciata.
Nanizziamo arte e artisti.

Antonio Saccoccio

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sabato, dicembre 31, 2011

I giovani non sono coglioni! Manifesto per la rivolta delle future generazioni.

I GIOVANI NON SONO COGLIONI!

MANIFESTO PER LA RIVOLTA DELLE FUTURE GENERAZIONI


I giovani non sono imbecilli. I giovani non sono incapaci. I giovani non sono ignoranti. I giovani non sono fannulloni. I giovani non sono meschini. Ma soprattutto i giovani non sono coglioni. Non sono coglioni che sopporteranno ancora in silenzio le vessazioni e le umiliazioni a cui sono quotidianamente sottoposti.
Troppo abbiamo subito e troppo abbiamo sofferto in silenzio. Troppe volte abbiamo abbassato lo sguardo e chinato il capo. Troppo a lungo abbiamo vissuto sopportando e ancora sopportando.
E per questo motivo il presente manifesto è solo dei giovani, per i giovani e con i giovani.

È l’ora di ripensare le distanze, di smascherare le falsificazioni, di igienizzare le relazioni. È il momento di non aver paura di invocare persino un salutare scontro generazionale.
Il mondo così com’è è ammorbato da una militarizzazione e gerarchizzazione stomachevole. E sotto accusa per una volta non ci sono i giovani, che la retorica convenzionale continua a dipingere senza alcuna qualità. Sotto accusa ci sono gli adulti, protagonisti di un incessante e indecoroso arroccamento in difesa dei loro privilegi. Il compito degli adulti - di quegli adulti adulterati che, per comodità, imposizione o insufficienza critica, sponsorizzano l’attuale “sistema di vita” - sembra essere quello di fare in modo che questo sistema non cambi mai. E affinchè nulla cambi il primo bersaglio da colpire e annientare sono i giovani, soprattutto quelli dotati di energie, passioni, entusiasmo e vitalità.
In questa Italia, poi, essere giovani è diventato un vero handicap: giovane è ormai sinonimo di inesperto, incapace, dilettante, anzi dilattante! Sì, dilattante. Perché per il senso comune più si è vicini al periodo in cui si prendeva il latte dalla mamma, più si è incapaci!
È abitudine consolidata - vigliacchissima e imbecillissima - quella di considerare i giovani degli “adulti minorati”. Visto che nel mondo passatista e presentista il potere sociale raggiunto viene ritenuto il valore fondamentale, l’adulto, detentore di tale potere, vede il giovane che ne è sprovvisto come mancante dell’elemento valoriale principale. Per questo motivo egli si ritiene in diritto di trattare il giovane come un minus habens. Non stiamo parlando di astrazioni. Vediamo come funzionano le relazioni giovani-adulti con qualche esempio concreto. Se ci si presenta in qualsiasi contesto, da quello più informale a quello più ufficiale, e si ha la sfortuna di essere giovani, si è trattati inevitabilmente con arroganza e supponenza. Comunque sempre dall’alto in basso. Entriamo in un bar o in un qualunque esercizio commerciale: un adulto sarà trattato inevitabilmente con maggiore educazione e rispetto di un adolescente. Andiamo a pagare un conto corrente alla posta: per i ragazzini a stento un saluto. Ciò che stupisce è che salendo nelle gerarchie del potere l’essere giovani diventa addirittura una menomazione. Un giovane che vuole fare politica? “Troppo giovane, non ha esperienza”. Ma ha idee e passione. “Idee e passione non portano voti. Deve fare prima la gavetta”. Un medico giovane? “Non ha neppure trent’anni, dove vuole andare!”. Ma è aggiornatissimo rispetto a colleghi più anziani che non lo sono! “Questo non conta niente, è sempre un pivellino”. Il culmine di questo paternalismo mediocrista si raggiunge negli ambienti artistici, letterari, accademici. Qui se si è giovani si è guardati come poveri mentecatti alla disperata ricerca di un posto al sole. Quelli sono ambienti in cui entrano solo i grandi saggi, e si sa che la saggezza non è il punto forte dei giovani! Ad un giovane di 25 anni, ricchissimo di idee, entusiasmo e visioni per il futuro, sarà indubbiamente preferito un adulto adulterato di 50 (ricco di tutti quei titoli ed esperienze che l’hanno ridotto ad un vecchio prima del dovuto!). Non è raro, quindi, in questi ambienti sentir definire “giovani studiosi” uomini di 40-45 anni! Come non è raro trovare giovani costretti ad aumentarsi gli anni per vedere aumentata proporzionalmente la propria credibilità. C’è chi giunge persino a farsi crescere una folta barba per darsi un’aria più vissuta e quindi più rispettabile!

Ora, dal nostro punto di vista (che è quello dell’avanguardia e quindi della vita), i giovani sono invece l’unica speranza per poter ancora immaginare un mondo differente.
I giovani non sono ancora spenti e devitalizzati come lo è la maggioranza degli adulti.
I giovani non sono tutti meschini, calcolatori e interessati come lo è la maggioranza degli adulti.
Gli adulti sono adulterati dal sistema di compromessi e calcoli, meschinità e interessi a cui hanno ceduto. Non c’è giorno in cui l’adulto non chini il capo di fronte a prepotenze, non lecchi il sedere al potente di turno, non rifugga da scomode prese di posizione. L’adulto ha compreso che il sistema attuale premia il servilismo e rifiuta ogni entusiasmo disinteressato. L’adulto vive da mezzo morto, poiché ha eliminato, più o meno consapevolmente, tutti gli impulsi autenticamente passionali dalla propria vita. Nel suo mondo non sembra esserci più spazio per il coraggio e per il rischio di un fischio.
I giovani sono al contrario portatori di autentica vitalità. E cosa fa l’adulto quando è a contatto con i giovani? Cerca costantemente di privarli della loro esuberanza. Ogni passione è dipinta come pericolosa, ogni istinto di ribellione è sedato o represso con rimproveri, castighi e punizioni, ogni legittima aspirazione visionaria è stroncata sul nascere. “Sei un sognatore! Questo tuo obiettivo è velleitario! Torna con i piedi per terra!”: eccoli i mortiferi mediocrismi e moralismi a cui siamo stati abituati. Tutto sempre in nome di un’adesione a quel modello dell’uomo triste, serioso e laborioso, avvilito, calcolatore, abbattuto e allineato che dovrebbe costituire il naturale approdo alla “fase adulta” della nostra esistenza! Ma tenetevelo per voi questo modello! Nessuno ci ha mai messo al mondo per farci vivere come voi! Il vostro sistema di vita ci fa schifo!

Sin da bambini siamo aggrediti dall’adulta adulterazione. Uno dei passi fondamentali è costituito dal sistema educativo, che dall’asilo all’università, passo dopo passo, inocula nelle giovani leve il germe dell’adulterazione. In questi ambienti il giovane sa di dover apprendere ciò che si fa e ciò che non si fa, ciò che serve e ciò che non serve, cioè che è giusto e ciò che è sbagliato. Ebbene, in questi ambienti il giovane impara che tutto ciò che è desiderio, tutto ciò che è passione, tutto ciò che è emozione, sogno e visione, scherzo e gioco, tutto questo è negativo, tutto questo è da evitarsi come la peste, tutto questo è punibile, indecoroso e pericoloso. E cosa è invece encomiabile? Cosa dà diritto al premio? Il rispetto delle norme, il calcolo, l’utile, l’obbedienza, il rigore, la serietà, la disciplina. A scuola, per riassumere tutto questo retrivo armamentario, si usa di frequente un termine demenziale: “scolarizzazione”. Che per noi uomini e donne d’avanguardia sta a significare: rendere innocue le sane passioni giovanili, metterle fuorilegge ed educare al servilismo; per i passatisti e i presentisti si tratta invece di una sintesi mirabolante di rispetto, ubbidienza, ordine e disciplina. Che si apprenda a rispettare le regole utilitaristiche del mondo sfatto in cui sono immersi loro! Ecco cosa vogliono!
E usciti fuori dai contesti educativi? Nulla di troppo differente nel cosiddetto tempo libero. Si continua con le “attività militarizzate d’evasione”: sport, musica, danza, etc. Grevi istruttori di calcio e soffocanti docenti di danza: perfetti per gestire dei lager! Maestrini e maestrine di musica dalla bacchetta facile: ottimi in una teca dell’Ottocento!
Passano gli anni, e così il giovane, giunto all’età adulta, è ormai totalmente inoffensivo. Privato degli impulsi più vitali e generosi, non gli resterà che sviluppare al meglio la sua parte razionale e intellettuale (l’unica che gli adulti hanno da sempre incoraggiato e premiato). E sarà - si badi bene - una razionalità al servizio dell’utilitarismo più bieco. Quell’adulto saprà quindi gestire al meglio i suoi risparmi, ma difficilmente avrà un buon amico. Riuscirà a pagare meno tasse, ma si sposerà con la donna che detesta. Saprà fare carriera nel migliore dei modi, ma avrà bisogno di un animatore per divertirsi e svagarsi. Saprà scappare di fronte al pericolo, ma non rischierà mai nulla per aiutare chi è in difficoltà. Saprà bene come obbedire a chi ha più potere di lui, ma non saprà ribellarsi in alcun modo alle sue prepotenze.

Fino a qualche tempo fa i giovani non potevano dare spazio alle loro passioni perché dovevano quasi tutti impegnarsi precocemente nel lavoro. Oggi che potrebbero essere liberi di esprimersi pienamente, a privarli dei loro entusiasmi ci pensano la scuola e il doposcuola militarizzato.
Ma oggi i giovani hanno anche la possibilità di approcciarsi al mondo in ambienti antigerarchici e non militarizzati, in cui la libertà espressiva può essere totale. Ed ecco così la nascita di vitalistici fermenti neotribali, che maturano in aggregazioni e relazioni digitali per poi divenire acquisizione stabile nel vissuto quotidiano. È qui che si sta prospettando il risveglio dell’anima passionale e pulsionale dei giovani. Tutto ciò causerà presto un’ondata di generosa e appassionata vitalità, che colpirà al cuore l’arroganza e l’utilitarismo degli adulti. Non è un caso che i grandi saggi adulterati temano le aggregazioni anti-gerarchiche digitali: lì si sta consumando la morte dei loro secolari privilegi!
Il mio invito ai giovani è quindi il seguente: non abbiate alcun timore di difendervi dalle prepotenze adulterate di chi ha qualche anno in più di voi, anzi attaccate e demolite con ogni mezzo a vostra disposizione quel mondo che - io lo vedo bene! - non vi piace affatto.
E questo invito è esteso anche a tutti gli adulti - e ce ne sono! - che hanno respinto l’adulterazione e sono disposti a difendere i giovani dalla costante aggressione a cui sono sottoposti dalle mortifere forze della conservazione.
È necessario salvaguardare e alimentare l’entusiasmo giovanile. La militarizzazione e la castrazione emotiva dei giovani sono uno scempio di cui siamo più o meno tutti responsabili e di cui non ci vergogneremo mai abbastanza.
Gli adulti adulterati non abbandoneranno mai le posizioni di privilegio servilmente conseguite. Hanno superato la settima decade, anche l’ottava!, eppure non concedono spazio alcuno all’entusiasmo e all’intelligenza giovanile!
Che gli adulti non adulterati si trasformino quindi in eccitatori dei giovani!
Che i giovani si prendano il futuro a cui hanno diritto! E lo facciano armati di coraggio e con il sorriso sulla bocca!
Basta con i mediocrismi spacciati per buoni e saggi consigli! I malinconici pompieri si facciano da parte! Largo, ancora una volta, agli allegri, determinati, strafottenti e giocosi incendiari!

I giovani non sono coglioni!


31 dicembre 2011

Antonio Saccoccio

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