LIBERI DALLA FORMA

IL PRIMO BLOG NET-FUTURISTA

domenica, settembre 02, 2007

L'operazione anti-Marinetti, fallimento della critica militante

Il disegno volto ad oscurare una figura di primissimo piano come Filippo Tommaso Marinetti è stato perseguito dalla critica italiana con un’insistenza e una caparbietà irriducibili. Qualsiasi “Signor Nessuno”, aspirante poeta o romanziere, si è guadagnato parole bonarie dai nostri critici compiacenti, qualsiasi raccolta poetica di basso profilo ha ottenuto lodi e pagine antologizzate. Ma non era compito dei nostri critici valutare i pregi di costoro. Erano tutti tesi in uno sforzo sovrumano ad annientare il fondatore dell’unica avanguardia che abbia avuto il nostro paese. Se oggi ci ritroviamo un paese che ignora il futurismo e Marinetti, e, peggio ancora, li giudica negativamente, lo dobbiamo a questi critici militanti. Si è trattato di una vera e propria operazione squadristica contro Marinetti e contro il futurismo, che ha visto in prima linea i critici marxisti, spalleggiati all’occorrenza da liberali e cattolici. Per decenni nessuno (se non pochi valorosi) ha difeso Marinetti. E' importante sottolineare che i danni derivanti da questa ignoranza non restano nell’ambito della pura cultura artistico-letteraria, ma sconfinano in tutti i settori dell’agire umano. Se oggi l’Italia è sotto molti punti di vista un paese arretrato, è anche perché l’Italia ha rinnegato il futurismo.
Le forze propulsive azionate dal futurismo sono ancora attive in tutto il mondo, ma proprio qui in Italia si è sempre tentato di arginarle, perché non si è voluto e non si vuole ancora riconoscere a Marinetti il merito di aver creato un movimento d’avanguardia che ha influenzato, nel corso del secolo scorso, tutto il mondo sviluppato.
Sarà bene rileggere la seguente acuta pagina di Luigi Tallarico, che è un vero storico dell’arte, non uno dei tanti servi di partito.
“L’operazione anti-Marinetti ha come punto focale, da una parte, l’animosità politica di certi ben qualificati esponenti della cultura di sinistra, che sulla base dell’affermazione di Walter Benjamin (peraltro espressa nel 1936, cioè nel momento più cruciale della lotta degli antifascisti, ridotti a manutengoli dell’imperialismo moscovita), considerano il “doppio risvolto, idealizzante ed estetizzante” di Marinetti, che avrebbe, nientemeno, “trattenuto l’insieme del movimento in una zona superficiale e, in ultima analisi, negativa davanti ai più brucianti temi moderni, impedendogli di uscire dall’ipoteca reazionaria, di compiere cioè il passo dallo stato d’animo rivoltoso all’azione autenticamente rivoluzionaria” (Mario De Micheli); e – dall’altra – il convincimento che ad influenzare positivamente lo svolgimento del movimento marinettiano sia stata la fortunosa e limitata acquisizione al futurismo di alcuni grossi nomi nel campo delle arti figurative. È da osservare che quest’ultimo giudizio aveva ottenuto una certa considerazione, negli anni precedenti alla ultima guerra, quando, per intenderci, si parlava, sia pure mal volentieri, di un Boccioni, di un Balla, di un Sant’Elia o di un Prampolini, ma non si dava assolutamente credito, per esempio, al teatro marinettiano e agli esperimenti linguistici della poesia visiva. Senonchè, soltanto di recente, questo giudizio è stato rigettato dalla critica più avveduta, che ha definitivamente riconosciuto come, senza Marinetti, tutto il futurismo – anche nel campo “scontato” dell’arte – non sarebbe mai esistito. L’altro giudizio, alquanto di maniera, che viene invece formulato, ancora oggi, da alcuni ritardati e attardati antifascisti (è da rilevare che Lenin, Lunaciarsky e Gramsci avevano, al contrario, intravisto la portata “rivoluzionaria” del futurismo), è rimasto come un galleggianti senza freno, perché legato a distorti pregiudizi e a vecchi schemi, che il pensiero moderno, nonostante il nostalgico odierno “ritorno” in Italia di un marxismo e di un liberalismo, già superati da oltre mezzo secolo, ha svuotato di ogni contenuto politico e di ogni valore cogente"

Tutto molto chiaro. Assistiamo ancora oggi, e sono passati decenni dalle parole di Tallarico, a questi pregiudizi anti-futuristi, ormai bollati da quasi tutta la critica, ma ancora molto diffusi negli ambienti di quella che chiamo “media cultura” (che è poi “presunzione di cultura”, “cultura consumista”).
Per coloro che invece vogliono ben comprendere la natura del futurismo e del pensiero di Marinetti, ancora più illuminante è quanto Tallarico chiarisce poco dopo. Sono considerazioni di una disarmante chiarezza, considerazioni che, partendo dal rapporto arte-politica, arrivano ad affrontare quel rapporto tra arte e vita che è alla base del pensiero futurista.

“Prima di concludere, mi siano consentiti due ultimi rilievi, che certamente non piaceranno ai conformisti, ai politici e ai gazzettieri del regime, che hanno abituato l’opinione pubblica alla reticenza, se non alla distorsione vera e propria della verità: Primo, la scelta politica è nata in Marinetti contemporaneamente con la ricerca poetica (“non fa dell’arte se non chi fa della guerra”), contro i teorizzatori liberali delle presunte “autonomie” della teoresi e della prassi, nonché controgli attuali falsificatori di un Marinetti, “intrappolato” dal fascismo, per l’offerta di uno scranno accademico; Secondo, il futurismo e Marinetti non hanno mai considerato la politica “come l’unico mezzo ideoneo a trasformare la vita dell’uomo”, con ciò scongiurando la caduta dell’arte in quell’esplicito e dichiarato contingentismo di carattere politico e sociale, come abbiamo già detto, e che rappresenta oggi, a comunismo trionfante, uno degli aspetti più vacui dell’odierna caduta dei fenomeni estetici, nullificati fino alla operatività politica vera e propria. Al contrario, invece, l’arte, per il futurismo – come ha scritto Calendoli – “può trasformare la vita dell’uomo e renderla più piena, più felice: l’immagine, ove sussista come tale, è perennemente tesa alla trasformazione della realtà. E perciò l’arte non è oggetto, ma atto. Fin dalle prime manifestazioni il futurismo supera il concetto dell’arte come contemplazione e contiene i principi di un’arte che è comportamento, che è sfida, che è vita da vivere, che è gioco supremo, che è partecipazione, che è lotta, che è, infine, esplicitazione dinamica di un programma”.

Queste parole di Giovanni Calendoli dovrebbero restare scolpite nella mente di ognuno di noi. L’arte non come oggetto, ma come atto, azione, sfida continua, e ancora come “esplicitazione dinamica di un programma”.

Antonio Saccoccio

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mercoledì, dicembre 13, 2006

L'Italia e l'egemonia culturale comunista: l'invidia negata

E' evidente che una delle cause principali della povertà del nostro paese è costituita dalla capillare diffusione del sentimento distruttivo dell'invidia.
L'invidia è l'unico vizio capitale in grado di demolire fin dalle fondamenta il tessuto sociale di una società. D'altra parte la sua pericolosità risiede nel fatto che è l'unico vizio per sua stessa natura inconfessabile. L'invidioso confessando il suo vizio ammetterebbe la propria inferiorità e la propria impotenza. Per questo di invidia non si parla.
Tuttavia neppure questo basta a spiegare il fatto che in Italia la parola "invidia" sia un vero e proprio tabù.
In realtà la rimozione del dibattito sull'invidia è dovuta evidentemente all'egemonia marxista che annichilisce il nostro paese da più di sessant'anni.
E' nota quale strada abbiano intrapreso i comunisti in Italia dal secondo dopoguerra, quella della negazione. L'egemonia culturale del comunismo italiano post-bellico ha le idee fin troppo chiare: occupare tutti i posti di potere in ambito culturale e di controllo del consenso, diffondere in ogni modo e con ogni mezzo il verbo comunista, e - soprattutto - rimuovere tutti gli argomenti spinosi, quelli in grado di demolire rapidamente le teorie di Marx e affini.
Ed è soprattutto quest'ultimo punto che a noi interessa. In sessant'anni in Italia non si è riusciti mai a parlare seriamente del fenomeno dell'invidia. La gente non doveva confrontarsi con un sentimento tanto ignobile. Il popolo italiano ha imparato ad invidiare sorridendo, ad odiare con compiacimento. Ha imparato a vedere in un uomo bravo e fortunato un nemico da distruggere, non un fratello da amare e un esempio da emulare.
E il paese si è sfasciato. I conflitti sono cresciuti a dismisura.
Hanno fomentato l'invidia e non hanno permesso a nessuno di denunciare la barbarie di questo sentimento.
Emblematico il caso del testo "L'invidia e la società" dell'austriaco Helmut Schoeck.
Questo volume, pubblicato nel 1971 con il titolo "Der Neid und die Gesellschaft" costituisce ancora oggi il più completo studio realizzato in materia di invidia.
Pubblicato nel 1974 da Rusconi, è in poco tempo scomparso dal circuito della distribuzione, diventando praticamente introvabile se non in poche biblioteche. Erano gli anni Settanta, parlare di invidia era una follia!
Solo nel 2006 il testo è tornato disponibile ad opera della casa editrice Liberilibri di Macerata, un editore che ha come obiettivo il recupero di testi di orientamento liberale.
Schoeck è fin troppo morbido con il comunismo. Pur individuando chiaramente il nesso comunismo-invidia, non si spinge mai ad una condanna completa. Ciò è dovuto al fatto che non considera l'invidia come un vizio, ma solo come un sentimento distruttivo. La mia impostazione è differente. L'invidia è (insieme all'avarizia) il peggiore vizio dell'uomo, sicuramente il più pericoloso. Va quindi giudicata e condannata senza mezzi termini, condannando nello stesso tempo tutte le ideologie che scatenano e fomentano l'invidia nel tessuto sociale.
Questo però è significativo. Il testo di Schoeck, pur non essendo anti-comunista, è stato volutamente oscurato e insabbiato. Solo per il fatto di trattare il tema dell'invidia.
Oggi è possibile rileggere il testo. Contiene passi interessanti. Io sono ancora più drastico e posso dire di stare un passo avanti rispetto a Schoeck.
Ma già è tanto poter rileggere oggi il testo dello studioso austriaco e riprendere un dibattito su un tema che potrebbe portare un miglioramento decisivo nella società italiana.
L'augurio è che evapori al più presto questa nube tossica che grava da troppo tempo sulla cultura del nostro paese. E che gli italiani possano essere finalmente liberi di scegliersi le proprie letture.
Antonio S.

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domenica, novembre 19, 2006

Destra e sinistra: cadaveri di cui sbarazzarci al più presto

"Ogni idea politica è un organismo vivo. I partiti sono quasi sempre destinati a diventare dei grandi cadaveri gloriosi."
Filippo Tommaso Marinetti
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Parto da questa affermazione di Marinetti per una riflessione. La mia convinzione è che i partiti attuali siano dei cadaveri. Ogni partito nasce intorno ad un'idea condivisa, ad un pensiero, un sogno, un'ideologia. Il problema è che con il passare degli anni le situazioni mutano e si rende necessario mutare quel pensiero, quell'ideologia. E succede che il partito non riesce invece ad adattarsi ai tempi, non adatta quel pensiero iniziale alle mutate situazioni. E così facendo muore, diventa cadavere.
Ora noi non abbiamo solo i cadaveri dei partiti da togliere di mezzo.
Abbiamo anche due super-cadaveri, molto più ingombranti. Mi riferisco alle categorie destra/sinistra. Categorie non solo superate, ma inutili e dannose.
Riflettiamo un attimo. Non c'è un solo parametro che può servire a distinguere la destra dalla sinistra.
Prendiamo il caso della destra e della sinistra italiana.
Destra conservatrice e sinistra progressista? Assolutamente no. C'è un pensiero conservatore a destra così me ce n'è uno di sinistra. E ci sono progressisti ovunque.
Attenzione all'individuo a destra, attenzione al sociale e alla collettività a sinistra? Neppure per scherzo. C'è una tradizione di destra attenta al sociale quanto quella di sinistra.
Cattolici a destra e laici e atei a sinistra? Neppure questa è buona. A destra è pieno di laici, come a sinistra ci sono, accanto ai laici e agli atei, anche i cattolici.
Forse, direte voi, le differenze sono dal punto di vista economico. E invece anche qui c'è confusione. O meglio posizioni sfumate, non così differenti come si vuole far credere. Ormai tutti si dicono liberali, persino i comunisti riescono a votare provvedimenti liberali.
E allora? Mi spiegate cosa sono questa destra e questa sinistra?
Ve lo dico io cosa sono. Sono vecchie e consunte etichette che ormai non servono più a nulla. Anzi ad una cosa servono: a farci schierare in maniera apriorisitica e a farci dividere come degli imbecilli tra chi sta da una parte e chi sta dall'altra.
Destra e sinistra sono ormai come quelle scatole sulle quali c'è scritto qualcosa sopra, ma che non contengono nulla all'interno.
Nessuno fa caso ad una cosa. L'elettore è ormai nella posizione paradossale di votare quella che ritiene la destra o la sinistra e poi di chiedere dopo mesi "Fate qualcosa di destra!" o "Fate qualcosa di sinistra!". Insomma, non si sceglie più il contenitore per quello che c'è dentro, ma per quello che c'è scritto sopra. E poi dopo mesi si scopre che dentro non c'è nulla che corrisponde alle aspettative. E' chiaro - dico io - si è scelto qualcosa che non esiste più, qualcosa di vuoto.
Anche i politici sono ormai presi in questo vortice senza senso. Quelli di sinistra si affannano a rispolverare una ottocentesca lotta di classe (come se non ne avessimo già tanti di contrasti!), quelli di destra anacronistici elogi della patria (in un momento in cui la patria è a terra come mai è stata!). A volte mi immagino gli esponenti dell'attuale governo che di notte pensano invano "Cosa posso fare di sinistra?" "Che mi posso mai inventare?". E non trovano soluzione, perchè non sanno neppure loro cosa sia la sinistra.
La verità è che destra e sinistra sono morte, sono dei super-cadaveri di cui sbarazzarci al più presto.
Ci troviamo oggi in una situazione in cui è necessario coniare categorie nuove. Io credo che già cento anni fa Marinetti avesse capito questo. Sono del parere che ormai si debba parlare soprattutto di futuristi e passatisti. I futuristi credono che la situazione attuale non sia l'unica possibile e guardano ad una serie di possibili soluzioni alternative; i passatisti credono invece che la società attuale sia l'unica possibile e guai a proporre novità. Il futurista non ha paura di parlare fuori dal coro e con coraggio critica e propone nuove soluzioni, il passatista se la fa sotto e si adegua vigliaccamente al pensiero comune.
Oggi in Italia abbiamo bisogno di futuristi, anzi di Neofuturisti, perchè sono decenni che siamo fermi, bloccati socialmente e culturalmente.
Quindi, se vogliamo che qualcosa cambi in meglio, smettiamola di parlare di destra e di sinistra. Smettiamo di parlare di cadaveri.
Antonio S.

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sabato, giugno 10, 2006

L'università italiana: organismo conservatore e mummificato

Le conseguenze dell'egemonia della sinistra: assenza di idee originali, conformismo, immobilismo e iper-specialismo
Ieri il Secolo d'Italia ha pubblicato un articolo (segnalatomi dall'amico Tommaso) illuminante sulla condizione delle università italiane. Suggestivo il titolo: "Per le Università è profondo rosso". Si parla, come potete immaginare, dell'egemonia culturale di sinistra.
Voglio parlarvi di questo articolo perchè in passato mi sono occupato di questo tema. Ho sempre creduto che uno dei principali ostacoli alla diffusione di idee nuove sia l'occupazione delle università da parte della sinistra post-marxista. In questo blog si sta cercando di portare una ventata di cambiamento, di liberare l'uomo oppresso da troppi vincoli e da un sistema di vita soffocante. E l'università è uno dei luoghi meno liberi e più soffocanti del nostro paese.
Passo ora in rassegna le idee più interessanti dell'articolo succitato.
Per Enrico Nistri, autore dell'articolo, l'egemonia culturale di sinistra è evidentissima nelle facoltà umanistiche, assai meno in quelle scientifiche. E questo si spiega facilmente. Mentre i contributi scientifici sono valutabili con criteri assolutamente oggettivi, quelli umanistici si prestano a valutazioni molto opinabili. Non è difficile, infatti, far passare un collage di citazioni erudite per un ricco saggio critico. Tutto questo ha creato una situazione di stallo a livello di pensiero. "E' fatale - continua Nistri - che, in una realtà di questo genere, il conformismo, la subordinazione alle gerarchie accademiche, l’assenza di idee originali o la capacità di occultarle costituiscano fattori premianti per la carriera universitaria." Per questo motivo ormai le innovazioni in campo umanistico non possono provenire dall'ambiente universitario. Se un giovane ricercatore è subordinato al barone di turno, non potrà dissentire dall'ideologia dominante e quindi non potrà mai innovare. A conferma di ciò, i contributi degli ultimi decenni si limitano ad una serie infinita di rinvii bibliografici e ad un'imbarazzante ipertrofia di note a piè di pagina. Di nuove idee non c'è traccia. Nella prima metà del Novecento non era così. Non era rara la diffusione di contributi davvero illuminanti in ambito universitario. Ma, dopo la conclusione della stagione idealistica e l'avvento del progetto egemonico della sinitra, gli studi umanistici si sono chiusi su se stessi. Io ho conosciuto un solo tipo di università. Quella in cui un noiosissimo professore, nel 95% dei casi privo di entusiasmo e vitalità, ripete ad ogni lezione i suoi studi che sanno di muffa. Mai un'illuminazione, mai un'idea in fermento. Non so se questo modo stanco e avvilito di intendere la cultura sia il frutto dell'egemonia della sinistra, anche perchè io l'università precedente non l'ho conosciuta. So che il conformismo e l'immobilismo di cui parla Nistri sono reali. E che comunque una grande responsabilità è dell'egemonia culturale. Non ci possono essere egemonie nella cultura e nella ricerca. La ricerca è per definizione libera. Chi va in cerca non deve avere nessun padrone, altrimenti rischia di non trovare mai nulla.
Baroni d'Italia, lasciate la ricerca libera.
Ricercatori d'Italia, ribellatevi e date spazio al vostro intuito e alla vostra intelligenza. E soprattutto, leggete meno libri dedicando più spazio alla critica personale.
Voglio rubare una frase ad Enrico Nistri e chiudere ricordando a tutti cosa affermava il filosofo spagnolo Ortega y Gasset a chi lo rimproverava di pubblicare testi senza citazioni: "Può darsi che nei miei libri manchino le note a piè di pagina, ma nei libri di chi mi critica vedo le note a piè di pagina, ma non vedo il libro".
Nei suoi libri c'era il genio creatore, non la muffa...
Antonio S.

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