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domenica, febbraio 11, 2007

Papini: Contro Roma e contro Benedetto Croce

Il 21 febbraio del 1913, Giovanni Papini, ormai aderente al movimento futurista, pronunciò al teatro Costanzi un discorso destinato a passare alla storia. Fu stampato inizialmente nella rivista fiorentina "Lacerba", quindi in foglio volante a cura del Movimento Futurista con un titolo emblematico: "Contro Roma e contro Benedetto Croce".
Analizziamo il discorso.
Dopo una prima pagina in cui Papini si presenta nel nuovo ruolo di futurista, viene subito presa di mira Roma nel suo complesso. E sono probabilmente le parole più dure rivolte contro la capitale mai pronunciate.
"Roma è il simbolo maggiore di quel passatismo storico, letterario e politico che ha sempre adulterato la vita più originale d'Italia".
[...]
"Roma è stata grande colle armi e coll'amministrazione e mai colle arti e col pensiero. E' stata una bella e ricca città ma sempre a spese dei vicini e dei lontani".
[...]
"Quale è il grande artista, il grande poeta che qui sia veramente nato e fiorito? Io non trovo, cercando bene, che il dolce Metastasio, lo spiritoso Belli, il sonante Cossa - tutta gente di second'ordine, e tutti e tre, meno il secondo, più letterati che poeti".
[...]
"Chi mi darà torto se dichiaro che Roma è stata sempre, spiritualmente parlando, una mantenuta?
Questa città ch'è tutto passato nelle sue rovine, nelle sue piazze, nelle sue chiese; questa città saccheggiatrice che attira come una puttana e attacca ai suoi amanti la peste dell'archelogismo cronico, è il simbolo pericoloso di tutto quello che ostacola in Italia il sorgere di una mentalità nuova e originale".
In seguito Papini passa ad attaccare la religione e la filosofia. Le parole contro Benedetto Croce sono di una virulenza oggi difficilmente immaginabile. Il disprezzo per il filosofo è totale.
"Il caporione di questo filosofismo è quel Benedetto Croce il quale s'è fatto un gran nome in Italia, tra gli studenti, i professori di scuole medie e i giornalisti delle classi medie, prima come erudito eppoi come abile restauratore dell'hegelismo berlinese e napoletano.
Questo padreterno milionario, senatore per censo, grand'uomo per volontà propria e per grazie della generale pecoraggine ed asinaggine, ha sentito il bisogno di dare all'Italia un sistema, una filosofia, una disciplina, una critica. Questo insigne maestro di color che non sanno... "
Ma la parte più interessante del discorso, quella che non si può anche oggi non amare, è costituita dal paragrafo conclusivo. Sono parole che suonano modernissime, sono parole neofuturiste.
"E' tempo che si alzi l'uomo solo, l'uomo che sa camminare da sè, l'uomo che non ha bisogno di promesse e di conforti - e si levi di torno tutti i sagrestani dei diversi assoluti"
[...]
"Il dovere dell'uomo è quello di allargare, elevare, di arricchire, di migliorare quest'io che è la nostra sola ricchezza e la nostra sola speranza. Noi dovremmo tuti diventare più intelligenti, più sensibili, più personali - cioè, in una parola, più geniali. Ma per noi la massima manifestazione del genio è l'arte e perciò desideriamo soprattutto che vivano e vincano nel mondo artisti e poeti. Ma una mentalità, quale l'abbiamo descritta, è l'antitesi più cruda di questa aspirazione. Essa valuta più il cittadino che l'individuo; più l'impiegato che il vagabondo; più il ragionatore che il lirico; più l'obbediente che il ribelle; più l'erudito che il creatore; più il tradizionale che il novatore. Essa affoga l'io nel tutto; l'individuo nella società; il capriccioso nella mediocrità; lo spirito libero nell'uniformità della legge universale".
[...]
"Noi vogliamo invece preparare in Italia l'avvento di quest'uomo nuovo il quale non abbia bisogno di grucce e di consolazioni, che non si spaventi del nulla e dei cieli vuoti; che aspiri alla creazione e non alla ripetizione, alla novità e non all'archelogia, alla poesia libera e pazza invece che alla polverosa pedanteria dei condensatori di vuoto. [...] Un uomo che dalla tragica disperazione di questa solitudine sappia trarre tanta forza da vincere coll'arte il doloro della sua anima e colla libertà la piccolezza dei suoi prossimi".
[...]
"La cultura italiana è tremendamente decrepita e professorale; bisogna uscire da questo mare morto della contemplazione, adorazione e imitazione del passato se non vogliamo diventare davvero il popolo più imbecille del mondo".

Nel 1913 queste parole potevano sembrare assurde. Erano in realtà profetiche.
Oggi non abbiamo scelta. O rinnoviamo l'uomo o non avremo futuro.

Antonio S.

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3 Comments:

At 16 febbraio, 2007 08:40, Blogger Jinzo said...

Disponibile a qualunque forma di confronto dell'IP, anche se già so che sarà lo stesso imbecille alla base delle minacce.... Trattasi di un solito noto della blogosfera.

 
At 16 febbraio, 2007 15:57, Blogger squitto said...

ciao antonio,
io intanto ti ho lasciato un messaggio privato su splinder con la mia email; se vorrai scrivermi potremo confrontare questi numeri.
Quello che ha scritto da Jinzo è un solito noto, ma ne stanno girando anche altri.
Un saluto

 
At 18 febbraio, 2007 20:00, Blogger Antonio Saccoccio said...

Jinzo, purtroppo ne gira ancora parecchia di quella genta. Ti terrò informato sugli IP sospetti.
Squitto, beh abbiamo parlato già in privato. Ci sentiamo presto per le ultime notizie.
Ciao

 

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