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giovedì, novembre 17, 2005

La morte proibita

L'interesse prioritario sembra oggi quello di evitare il turbamento e l'emozione causati dalla morte. Tutto questo perchè nella nostra vita è ormai ammessa soltanto la felicità, e qualsiasi cosa giunga a turbarla non è accettata. Dobbiamo sempre essere (o meglio, sembrare) felici. E si giunge così ad eliminare dalla nostra vita ogni cosa ricordi la morte.
Questo nostro atteggiamento nei confronti della morte è stato superbamente analizzato dallo storico Philippe Ariès nel suo testo Storia della morte in Occidente. Riporto un passo particolarmente significativo di quest'opera.
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"Geoffrey Gorer ha chiaramente dimostrato come la morte sia divenuta tabù e come, nel XX secolo, abbia sostituito il sesso quale principale divieto. Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii al capezzale del moribondo. Oggi sono iniziati fin dalla più tenera età alla fisiologia dell'amore, ma , quando non vedono più il nonno e se ne stupiscono, gli si dice che riposa in un bel giardino in mezzo ai fiori: The Pornografy of Death – titolo di un articolo di Gorer ricco di anticipazioni, pubblicato nel 1955. Più la società allentava le costrizioni vittoriane nei riguardi del sesso, più respingeva le cose della morte. E, nello stesso momento del divieto, appare la trasgressione: nella letteratura moderna riappare la mescolanza di erotismo e di morte - ricercata dal XVI al XVIII secolo -, e nella vita quotidiana, la morte violenta.
[…]
Il divieto della morte subentra di colpo ad un lunghissimo periodo di parecchi secoli, in cui la morte era uno spettacolo pubblico al quale nessuno avrebbe avuto l'idea di sottrarsi, e che anzi era addirittura ricercato. Che rapido capovolgimento!
Una causalità immediata salta subito all'occhio: la necessità di essere felici, il dovere morale e l'obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza e di noia, dandosi l'aria di essere sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione. Mostrando qualche segno di tristezza, si pecca contro la felicità, la si rimette in discussione, e allora la società rischia di perdere la sua ragion d'essere"
P. Ariès, Storia della morte in Occidente
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Resta da chiedersi se questo sia il migliore atteggiamento da tenere nei confronti della morte. A mio avviso questa è l'ennesima manifestazione della crisi dell'uomo contemporaneo. Grave crisi di identità. Neghiamo la morte per non privarci di quella stupida e finta maschera di felicità che abbiamo tutti i giorni. La neghiamo scioccamente, per poi abbandonarci alla disperazione quando infine giunge (perchè giunge alla fine!).
Quanto migliore una naturale presa di coscienza dell'inevitabilità della morte e quindi una sana e dignitosa accettazione del lutto...
Antonio Saccoccio

6 Comments:

At 18 novembre, 2005 20:25, Anonymous Anonimo said...

E'il fatto che tutto alla fine non abbia senso, visto che tutto finisce, che devasta e, giustamente, io credo.
A che serve vivere se poi tutto finisce nella tomba?
A che serve rispettarsi se questa è l'unica vita che ho?
Se qui mi gioco tutta la mia possibilità di essere contento?
A che serve non cercare di cavarmela con ogni mezzo se questo che ho nelle mani è destinato a morire con me?
In fondo è l'idea inconscia della morte senza un senso..giardino di fiori a parte..che fa fare all'uomo tutto quello che vediamo, cioè: tutto e subito nel bene e nel male, basta che provi un po' di felicità o piacere ora e subito e in qualunque modo.
Ho una vita sola, no? Non me la posso perdere..non la posso perdere per qualcuno.
Non è questo che in fondo la gente si ripete?
Certo un minimo di morale (sempre più relativa) aiuta quel tanto che basta a non scannarci vicendevolmente..ma è questo? Tutto qui quello che ci portiamo dentro?
Tutto qui quello che viviamo, che sentiamo, che creiamo?
La memoria come modo per perdurare nel tempo è assai poca consolazione, secondo me.
Del mio bisnonno non so nemmeno il nome..è valsa così poco la sua vita, ogni suo attimo, ogni suo sogno, ogni sua gioia e tristezza? Se poi nemmeno la terza generazione, nemmeno i suoi nipoti ne sanno nulla?
Questa è la domanda profonda..se l'uomo si chiede, a differenza di tutto il creato, perchè vive forse è perchè c'è da cercare una risposta a quella domanda.
E premetto e sottolineo..nessuna finta consolazione: se siamo destinati solo ai vermi allora viviamo essendone consapevoli!..Le nostre scelte saranno diverse.
Ma se si scopre che non è così (e solo se lo si scopre davvero, funziona)..la morte acquista ancora un valore più grande del fatto di essere un passaggio della vita semplicemente inevitabile.
Posso averne timore perchè stacca da me fisicamente i miei cari e questo mi fa soffrire, posso averne timore perchè mi mette davanti ad un mistero e le cose nuove timore mi fanno..ma oltre il timore c'è il senso della mia vita e spero la meta per cui qui, su questa terra, vivo chiamata a non avere paura di perderla la mia vita, invece che a difenderla a tutti i costi.
Con una chiamata alla libertà totale di fronte alle cose in cui non entrarei mai, altrimenti.
E se la morte è la fine o no di tutto non posso sperarlo..devo vederlo già qui. Nei fatti. Se no, non funziona per me.
Questo è stato trovare la risposta.

Una volta si riusciva ad assistere a questi spettacoli che rimandavano continuamente alla morte perchè in realtà la società era ancora permeata da un senso del trascendente.
Ora che questo è bandito (anche se vero)..gli uomini non accettano di morire e nemmeno di vedere con la coda dell'occhio qualcosa che la ricordi la morte, perchè profondamente sentono che la vita non ha senso..se esiste la morte e basta.

Scusa il papiro. :-)
Un abbraccio Antonio.
Bel post!
Al solito illuminanti le tue analisi e intuizioni. :-)

 
At 18 novembre, 2005 22:13, Anonymous Anonimo said...

Quella che si chiama morte io la ritengo semplicemente un momento di transizione da una dimensione prima a una dimensione seconda.
Quello che molti non accettano e non capiscono è che la vita è una dimensione prima che in quanto prima loro sembrano dare per scontata senza chiedersi il perchè di essa, il senso.
Senso che si ha soltanto se si capisce che c'è una dimensione seconda a cui si approderà e si vedra solo in quanto seconda.La prima è deteminata e breve, la seconda eterna e infinita.
Per questo è neccessario prepararsi bene alla seconda vivendo bene quei 50, 60, 70, 80 di prima dimensione breve in confronto all'infinita seconda dimensione.

 
At 19 novembre, 2005 11:29, Anonymous Anonimo said...

Io sono agnostico, e sono portato a credere che la morte sia la fine di tutto, o per lo meno di quasi tutto. Interessante il commento di una persona intorno.
Bel blog.

 
At 19 novembre, 2005 20:02, Blogger Antonio Saccoccio said...

Ciao Upi
dicevo che la morte è un passaggio inevitabile proprio perchè partendo da questo presupposto dobbiamo per forza di cose farci i conti.
D'accordo con te sul resto. Dobbiamo vedere già ora che la morte non è la fine di tutto.
Ma su queste cose davvero le sensibilità sono così diverse...
E io, ti dirò, credo anche nel ricordo che lascerò in qualcuno.
Apro un altro post per spiegarti meglio.
ciao e grazie del tuo bel commento!

 
At 19 novembre, 2005 20:05, Blogger Antonio Saccoccio said...

ciao meta
purtroppo in molti non comprendono il senso della dimensione seconda e quindi anche della dimensione prima.
Tutto è così squallido a volte. Tutto così banale su questo mondo. Comprendere la morte significa comprendere la vita.
ciao!

ciao Shark, sei il benvenuto su questo blog. Io mi farò vivo presto sul tuo!
ciao

 
At 21 aprile, 2011 23:19, Anonymous Anonimo said...

Vita e morte sono la stessa cosa. Non c'è vita senza morte e non c'è morte senza vita. Per questo la vita è la non nata. Senza stoltezza non c'è saggezza così come se non c'è luce, non c'è buio. Guardate i fenomeni per quello che sono, prima di ogni pensiero. Al di là delle nere nubi di pioggia il cielo è sempre blu.

 

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