LIBERI DALLA FORMA

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lunedì, luglio 16, 2007

Maurizio Calvesi: una voce onesta sul futurismo italiano

Uno degli obiettivi dichiarati del Neofuturismo è concorrere ad una revisione critica del Futurismo italiano novecentesco.
Già altre volte ci siamo occupati di certa critica partigiana, che ha contribuito a gettare fango e alimentare ignoranza nei confronti del movimento di Marinetti.
Chiunque abbia studiato seriamente e senza pregiudizi il futurismo sa quanto questa avanguardia sia stata decisiva per i successivi sviluppi dell’arte del Novecento. Restano quindi gravissimi i tentativi, spinti tutti da mediocri motivazioni ideologiche, di voler in qualche modo oscurare l’importanza dei futuristi italiani.
Per fortuna ci sono anche studiosi seri, che con grande professionalità già da tempo hanno riconosciuto al futurismo tutti i meriti che gli spettano. Uno di questi è Maurizio Calvesi, uno dei più illustri storici dell'arte italiani.
Riporto qui una sua pagina tratta dall’introduzione a “Le due avanguardie. Dal futurismo alla Pop Art”. Riporto questo passo, perché l’impostazione di Calvesi è la stessa che propongo da più di due anni su questo blog.

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“Quanto al futurismo, sembrava negli ultimi tempi meno bersagliato dall’annosa ostilità, quasi si fosse disposti ad un sereno vaglio storico dei suoi contributi. Il vaglio, del resto, ha avuto luogo, ma mentre l’apporto linguistico viene sempre meglio conosciuto e riconosciuto, dai più, attraverso un’ormai imponente bibliografia, le polemiche si sono riaccese sotto il profilo (e il pretesto) politico. Dico anche pretesto, perché, non meno che da intransigenza ideologica, le condanne paiono dettate da un’inestinguibile antipatia verso il movimento che più spiacevolmente ha contrastato nelle sue viscerali opzioni estetiche il borghese o benpensante a destra come a sinistra; il tratto brutale del futurismo ha oltraggiato la trepida e letteraria ancella dei valori psicologici e soggettivi di qualificazione borghese, l’arte, la poesia, il bello e sottile scrivere sia pure nel cifrario dell’avanguardia.
Le due motivazioni evidentemente coesistono, ad esempio, nell’ideologo e poeta Sanguineti, incline ad una rivalutazione del futurismo “moderato”, di marca toscana, che è poi una sottile strategia di lotta contro il vero futurismo. Né, di fronte all’oggettiva importanza del rivolgimento linguistico, manca il tentativo quanto mai equivoco di distinguere, dall’ideologia marinettiana che si vorrebbe isolare nel lazzaretto, quella di altri futuristi, specialmente pittori, Boccioni in primis, impartendo loro un’assoluzione ideologica e quindi artistica. Tuttavia troppi elementi, anche esterni e oggettivi, stanno a dimostrare la perfetta solidarietà di Boccioni (e basta leggere il suo epistolario) con il Marinetti addirittura più spinto, quello, per intenderci, di “guerra sola igiene del mondo”.
A queste deplorevoli confusioni concorrono più fattori: la ridotta capacità di leggere nel discorso pittorico, l’insufficienza di informazione e scrupolo filologico, che la critica ideologizzante e manichea tende ad accantonare come inutile, né più né meno che, a suo tempo, la critica crociana; il pronunciamento sui meriti (“poetici”, allora: poesia e non poesia; politici oggi: rosso o nero) ha da essere drastico, razzisticamente olfattivo e, per tal via, intuitivo e folgorante.
Un esempio: tra il futurismo russo, il Blaue Reiter e il futurismo italiano, la graduatoria di merito è automatica e intuitiva, primo, secondo e ultimo: infatti il futurismo russo è riferibile alla rivoluzione leninista, il Blaue Reiter all’ideale democratico, il futurismo italiano al fascismo. La non tenue parentela, al di là delle apparenze, ideologica e linguistica dei tre movimenti, la loro convergenza in più d’un punto, sfugge nel modo più assoluto. Cosicché di fronte a questioni, che sarebbero avvincenti da indagare, di precedenze, consonanze, rapporti, scambi sul piano linguistico, l’ideologo scuote la testa: neanche a perderci tempo, nel canocchiale di Galileo non si guarda. Se assonanze ci sono, la spiegazione può essere solo che i futuristi italiani hanno malamente copiato. Del resto hanno fatto tanto baccano e sparate tante cartucce che, per caso, avranno pur sfiorato qualche bersaglio: discorso, quest’ultimo, che vale per il dadaismo e il surrealismo, i quali per essere posteriori è difficile provare che siano anteriori”.

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La critica di Calvesi è la critica che il Neofuturismo porta avanti da anni.

Della partigianeria di certi pseudo-intellettuali e pseudo-critici abbiamo già parlato a sufficienza.

Sorprendente la citazione di Galileo, preso a modello ripetutamente dai Neofuturisti.

Qualche parola in più voglio invece dedicare al problema delle influenze tra le varie avanguardie, cioè di quell’insieme di rapporti a livello teorico, tecnico e ideologico che lo storico dell’arte rintraccia in diversi movimenti artistici del primo Novecento. Ebbene, c’è un’evidenza a cui non si può sfuggire: il futurismo precede – a volte di diversi anni - le altre avanguardie. Di fronte a questa evidenza assistiamo al comico affannarsi di critici e criticanti, che appaiono preoccupatissimi di evitare che si diffondano voci che vogliono la sinistra arrivata in qualcosa dopo la destra. Sì, perché questi “ideologi” (ottimo ancora Calvesi) intendono la storia dell’arte come una branca della storia delle dottrine politiche. E sarebbero capaci di vedere destra e sinistra pure nella Merda di Piero Manzoni. Per fortuna su costoro si abbatte l’impietosa l’ironia di Calvesi (“discorso, quest’ultimo, che vale per il dadaismo e il surrealismo, i quali per essere posteriori è difficile provare che siano anteriori”).
Ed è con questa ironia che conviene liquidare la ciarlataneria di chi si dovrebbe occupare seriamente di arte e invece non fa che metterla costantemente al servizio (ignorante) di ideologie (deprimenti).

Antonio Saccoccio

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